L’AQUILA – “A Baghdad c’erano due alberghi frequentabili, erano totalmente disastrati; dormivamo in stanzacce, ma per fortuna c’erano quelle. Una notte abbiamo sentito un’esplosione, ci siamo svegliati e siamo usciti dall’albergo praticamente in mutande. Quando siamo scesi, alcune persone ci correvano incontro per vedere cosa fosse successo. Io e il mio camerman avevamo la stanza al quarto piano, al sesto avevano lanciato un razzo. Fortunatamente la stanza colpita era vuota”.
Luca Salerno ha origini abruzzesi, suo padre è nato a Barisciano, in provincia dell’Aquila, dove torna ogni volta che ha tempo, per rilassarsi e godersi un po’ di tranquillità, lontano dalla frenesia della metropoli.
Ma è anche una firma nota del panorama giornalistico italiano. Su Rai 2 conduce il telegiornale delle 20.30, su Rai 1, invece, è il presentatore della terza parte di Unomattina Estate. Dalle 10 alle 11 racconta storie di persone che, nonostante la vita sembra aver voltato loro le spalle, scelgono di non mollare, continuando a vivere nel miglior modo possibile. Non a caso questa parte di programma prende il titolo di Vita Bella.
Luca ama raccontare storie, ma le storie degli altri, non importa se belle o brutte, con lieto fine o meno. Se c’è un finale positivo è meglio, ma l’importante è che la gente sappia cosa succede nel mondo.
Per questo dal 2003 Luca ha scelto di partire come giornalista inviato di guerra. “Senza la curiosità non sarei arrivato dove mi trovo adesso, un bravo giornalista deve anche saper fare le domande giuste, ma più di ogni altra cosa deve saper ascoltare”, spiega.
“Nell’80 per cento del mondo ci sono guerre. Se rimaniamo chiusi nella nostra piccola fetta di pianeta sviluppato, quello che conosciamo della vita vera è solo una minima parte – racconta ad AbruzzoWeb – Fuori da qui una persona nasce e muore senza neanche rendersene conto. Dobbiamo salvaguardare quello che abbiamo ed essere consapevoli che siamo molto fortunati”.
Lei è nato a Roma, ma suo padre è aquilano. Che legame ha con questa terra?
La mia casa di famiglia è lì, a Barisciano, e ci torno ogni volta che posso, tempo e lavoro permettendo. Adesso tornerò qualche giorno ad agosto, per la sagra del paese. Mi hanno chiesto di andare a tenere un dibattito sul sisma, sulla ricostruzione e la non ricostruzione.
Cosa trova in Abruzzo che a Roma le manca?
Roma è una città molto attiva, forse anche troppo, comincio a essere stanco e torno in Abruzzo per rilassarmi, trovo una dimensione più umana e a volte anche più vera.
Lei è un volto noto della Rai. Dalla Rai a Palermo a Rai News 24, fino ad approdare a Rai 2. Qual è stato il percorso che le ha permesso di arrivare alla tv nazionale, a condurre uno dei tg più seguiti d’Italia?
Il mio percorso è stato molto particolare perché ho scelto di partecipare a uno dei soli due concorsi che la Rai abbia mai deciso di indire. Il primo l’ha vinto Bruno Vespa, il secondo io. Quando mi sono iscritto eravamo 15 mila candidati, nell’arco di un anno abbiamo sostenuto una decina di prove da quelle di cultura generale alle più caratterizzanti, e io sono stato uno dei 50 vincitori.
Nel corso della sua carriera giornalistica si è occupato di politica nazionale e internazionale, inviato nelle principali aree di crisi, dall’Iraq all’Afghanistan passando per il Kosovo.
Sono stato due mesi e mezzo in Iraq durante la guerra, tre o quattro volte in Afghanistan e in Kosovo. Partire per fare l’inviato fa parte del mio lavoro, il direttore lo propone ai vari giornalisti e chi se la sente accetta. La curiosità fa parte del mio mestiere, per questo ho sempre scelto di partire.
Mi parli della guerra in Iraq.
Dallo scoppio della guerra in Iraq alla caduta di Saddam Hussein è passato relativamente poco tempo, il vero dramma si è rivelato dopo, nell’immediato dopoguerra. Si vive in un continuo stato di tensione, si sentono colpi di mitragliatrici, autobombe esplodere, persone che urlano, colonne di fumo che si alzano senza sosta. Ho assistito a un’autobomba che si schiantava dentro un albergo, ho visto le persone morire e altre fuggire urlando. Un’altra volta mi è capitato di trovarmi nel bel mezzo di una sparatoria, i guerriglieri sparavano ad altezza uomo e mi sono salvato perché sono riuscito a nascondermi dietro le ruote di una macchina.
Non ha mai avuto paura, quella che le fa venir voglia di scappare e tornare a casa, protetto dalle quattro mura domestiche?
La paura di morire c’è sempre ma la voglia di andare via no. Mi sento un po’ zingaro, non mi piace mai stare per troppo tempo nello stesso posto, ma in Iraq sì, ho avuto nostalgia di casa. Si prova paura di morire sempre, è una condizione permanente. Sono partito da Milano per andare a Baghdad su un aereo trasporto merci ucraino, non parlavano né italiano né inglese, è stato un viaggio di otto ore, terribile, non c’erano posti a sedere e la temperatura era di 40 gradi. Spesso gli aerei che atterravano nella capitale irachena venivano presi a colpi di mitragliatrice, ma è sempre tutto messo in conto. Alla base di questo mestiere c’è la curiosità e il coraggio, che non devono mai mancare.
Cosa mette in valigia ogni volta che parte?
L’indispensabile, abbigliamento per vestirmi e sapone per lavarmi. Spesso dormiamo dove capita e si va al bagno quando si può. Sono un tipo fatalista, ma anche credente, in valigia metto anche un po’ di buona fede.
Sui campi di guerra ha avuto modo di conoscere i militari italiani?
Mi è capitato di dormire negli accampamenti militari italiani di Nassiriya, che distano 300 chilometri da Baghdad. Nei teatri operativi italiani ho trovato sempre tanta umanità e professionalità, in Italia si pensa che i militari scelgano di partire per soldi perché così mettono da parte un buon gruzzolo, ma ho imparato a capire che la molla economica dà un contributo ma non è mai l’unico motivo. Nessuna ragione economica vince la curiosità e la paura di morire.
Cosa le ha insegnato tutto questo?
Che la guerra è la cosa più brutta che c’è. E che noi siamo fortunati, viviamo nella fetta di mondo (che è solo il 20 per cento) dove non ci sono guerre e non ci rendiamo conto che fuori la gente nasce e muore senza neanche rendersene conto. Lì muoiono a 30 anni, noi arriviamo a 100 e lo diamo per scontato. La guerra è vera e non lo si sa fino a quando non si tocca con mano. In Iraq ho conosciuto interpreti che sono stati uccisi nelle loro case per aver collaborato con gli occidentali. Mi sento privilegiato a essere nato in Europa.
Cosa racconta un inviato di guerra quando sente i suoi familiari?
Li rassicuro e se qualcosa deve succedere, succede.



