L’AQUILA – “Oggi mi sento emozionato come se dovessi fare un esame all’università, anche se non ci sono mai andato”.
In questo modo Roberto Di Gianfilippo, 80 anni proprio oggi, ha aperto la porta della sua casa ad AbruzzoWeb per raccontare della sua passione per la poesia che lo accompagna da quando era bambino, e per leggere i suoi componimenti per la prima volta a qualcuno fuori dalla sua famiglia.
“Io non sono un poeta, sono uno scribacchino, ho scritto solo per fare pago e sereno il mio io, non ho mai voluto che qualcuno mi glorificasse – si schermisce – La poesia è qualcosa che ti senti dentro, vedi qualcosa e ti viene l’ispirazione; ho questa passione che non mi passa”, spiega il signor Roberto.
Più di cento le poesie che Roberto ha scritto nel corso degli anni, ma da un anno e mezzo l’ispirazione sembra essersi sopita a causa della perdita dell’amatissima moglie Luciana, detta Lucia “una donna che ho amato più di quanto Dante amasse Beatrice, le volevo un bene matto e lei lo stesso. Eravamo una coppia perfetta, mi ha lasciato e io sono rimasto nei guai, nella parte più oscura di questo mondo”.
“Per lei non sono stato capace di scrivere nulla perché sono rimasto solo. Come prendo carta e penna mi vengono le lacrime”, confessa con tanto dolore che gli traspare da quegli occhi blu, patinati dalla sofferenza che gli ha dato la morte prematura di un figlio poco più che trentenne e la recente perdita della moglie.
Un plico di poesie vergate a mano con inchiostro nero su fogli semplici, qualche scarabocchio qua e la; oppure incise con la macchina da scrivere, tutte custodite e riposte in una sgargiante busta gialla dove la signora Luciana, giudice inflessibile, le metteva con tanto amore per non farle perdere.
“Io le mie poesie non le ho mai lette a nessuno, tranne a mia moglie, voi siete i primi. Non credo siano all’altezza di essere pubblicizzate, però sono contento di poter sentire il giudizio di gente estranea e più preparata di me”, prosegue.
I temi che hanno smosso l’animo poetico del signor Roberto sono stati tantissimi: i matrimoni, le feste, il primo giorno di scuola delle nipotine che lui chiama “le mie fatine”, la morte del figlio, una lettera alla moglie, i sogni, le rondini, le viole, la ferrovia che univa L’Aquila alla frazione di Capitignano (L’Aquila), gli amici, il suo paese natale Marana (L’Aquila), di cui canta la piazzetta e quel muretto di cinta, in cui un giorno spera di riposare mentre la sua anima riabbraccerà il suo amore della vita e oltre.
Poesie dagli svariati schemi rimici, con una predilezione per le terzine, le quartine e le ottave in endecasillabi e la musicalità.
Tutte caratteristiche che attraggono l’orecchio dell’ascoltatore, anche del meno amante del genere perché, come ricorda lui, “la poesia la capiscono in pochi e solo uno su mille coglie la vera essenza dei versi”.
“Io non sono un uomo di cultura, perché non sono potuto andare a scuola, però un uomo che non legge mai non può sapere nulla – continua ancora – Leggere ti insegna a parlare e imparare tante cose; se leggere non servisse, perché si manderebbero i bambini a scuola?”.
Anche se non è stato colpito gravemente dal sisma del 6 aprile 2009, il signor Roberto lamenta soprattutto l’inconsistenza della cultura dell’Aquila, come specchio della situazione culturale dell’ Italia “che perde pezzi su ogni fronte”.
“Il capoluogo mi ha accolto a braccia aperte, mi ci sono trasferito e ci ho lavorato per tanto tempo, 24 anni all’ Archivio di Stato. Ci sono stato migliaia e migliaia di volte, era una città piena di ragionamenti, di brio, di persone, parole e affari – ricorda – Oggi è come una persona che sta bene e poi improvvisamente cade per un infarto. Mi auguro che ci possa essere un medico che possa aiutarla a rimettersi su, perché se non ci riuscirà nessuno si potrà dire che il morto è morto”.
Il signor Di Gianfilippo, con il suo ricco bagaglio culturale costruito giorno dopo giorno divorando libri e poesie, “da profano” come dice lui, si rende conto che all’Aquila “la cultura di una volta era molto più sostanziosa, oggi le lauree si comprano ovunque. Da noi in particolare, la cultura non potrà esserci finché non si riforma una città”.
“La gente è sparpagliata, ha perso tutto, vive situazioni di inasprimento e disuguaglianza. La vita di oggi è diventata una sozzura, l’uomo non è più lieto e contento com’era un tempo – si lamenta – La speranza ci dovrebbe camminare sempre qualche metro avanti, perché se ci viene appresso, tristi noi!”. Sandra Console





