L’AQUILA – Conto alla rovescia all’Aquila per la consegna, prevista il prossimo 25 gennaio ma ancora senza contratto firmato, del cantiere di ricostruzione post-terremoto della parte privata del mega-aggregato del Duomo di San Massimo.

Un’opera del valore di 35 milioni che, però, non comprende la Cattedrale in sé, che andrà aggiudicata con un appalto pubblico da ulteriori 10 milioni che sarà finanziato tramite delibera Cipe.

Come è noto, la commessa privata è stata aggiudicata dal Consorzio “Sant’Emidio” all’associazione temporanea di imprese (Ati) composta da Sac Spa dell’imprenditore Emiliano Cerasi, Costruzioni Iannini Srl e Dp Restauri Srl, che ha vinto il “bando della discordia”, la gara d’appalto privata lanciata sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore dal Consorzio, di cui la Curia arcivescovile è largamente proprietaria, in un clima di polemiche, a causa dei requisiti richiesti simili a quelli degli appalti pubblici tali da far fuori dalla corsa tutte le aziende locali.

Ma ora emerge una specificità di questa commessa rimasta, fin qui, ignota: l’Ati citata non gestirà l’intero lavoro ma una quota di circa 26 milioni.

Una seconda parte minoritaria ma comunque consistente, da circa 6 milioni complessivi, e corrispondente alle porzioni 7-8, ovvero i palazzi Arduini e De Nardis, per scelta di questi due committenti è stata assegnata con affidamento diretto, come consentito dalle norme, alla Archeores di Avezzano (L’Aquila), che nei primi mesi del post-sisma ha svolto anche i lavori di puntellamento della struttura, anche questi affidati direttamente.

La difficoltà si crea ora che deve partire la ricostruzione in quanto, secondo quanto appreso da fonti interne al consorzio, in considerazione della specificità delle due parti non si è proceduto a costituire due Umi, unità minime di intervento, porzioni di aggregato che potessero procedere distintamente, come avvenuto in tanti altri complessi e palazzi aquilani, ma il cosiddetto aggregato 961 è costituito da una sola Umi.

Questo, secondo quanto previsto dai tecnici, potrebbe finire per porre dei problemi nella forma del contratto, che potrebbe essere un solo documento, ma firmato da due ditte, oppure diviso in due parti distinte, con tutte le differenze tra peculiarità e accordi con la committenza, e non è un caso che a meno di 20 giorni dalla consegna le carte non siano ancora state siglate.

I legali di tutte le parti in causa, in tal senso, stanno freneticamente studiando la situazione per far partire i lavori in tempo in base alle scadenze date dalla pubblicazione di questo lavoro tra quelli finanziati con il 19° elenco di buoni contributo.

Inoltre, l’Umi unica potrebbe causare anche problemi nel timing dei pagamenti delle varie tranche del contributo. Problemi che potrebbero finire per creare nuovi rallentamenti alla complicata commessa, i cui lavori dovrebbero essere conclusi entro 44 mesi anche se, sempre da quanto appreso, ci sarà l’impegno di farcela in 36, quindi in 3 anni tondi.