L’AQUILA – Pagamenti che arrivano in ritardo, tempistiche dettate dalle imprese, il rischio di ritrovarsi a gambe all’aria e indebitati.

Benvenuti nella giungla dei subappalti della ricostruzione post sismica abruzzese, dove tanti sono i problemi che si trovano ad affrontare le piccole ditte, in buona parte locali, che pure spesso costruiscono buona parte degli edifici, la cui ricostruzione viene presa in appalto però a trattativa privata dai grandi general contractor.

A svelare meccanismi di questo mondo sommerso delle “ditte precarie della ricostruzione” è un piccolo imprenditore edile, che vuole rimanere anonimo, “altrimenti rischio di veder danneggiata la mia attività”, spiega ad AbruzzoWeb.

Il mondo che ne viene fuori è l’altra faccia di quello dorato e tradotto in numeri messi in chiaro dal sito Open data ricostruzione, a cura del Gran Sasso Science istitute, sul quuale si scopre che il giro d’affari della sola ricostruzione privata è arrivata a 6,5 miliardi di euro finanziat e 4,3 già erogati, un mondo fatto pure di grandi imprese che hanno preso, ad esempio, oltre 200 appalti per importi superiori ai 150 milioni di euro, ma pure di professionisti che intascheranno parcelle anche superiori ai 20 milioni di euro, presidenti di consorzi che hanno accumulato decine di incarichi e per i quali la ricostruzione si è rivelata il bengodi.

Il nostro interlocutore comincia da un episodio, non drammatico fortuna per lui ma significativo per capire invece come è dura la vita del piccolo subappaltatore.

“Da subappaltatore per farmi pagare ho avuto una cessione di credito da parte della ditta appaltatrice: il Comune, invece di pagare lei, doveva pagare direttamente me, per un importo di circa 100 mila euro. Ebbene, intascare questi soldi, vitali per la mia piccola impresa, è stato un vero calvario. Per la trafila burocratica necessaria alla ditta per effettuare la cessione di credito, sono passati otto mesi. Poi il Comune dell’Aquila ci ha messo quattro mesi per fare i suoi controlli”.

Alla fine, dopo continui solleciti, l’ok da parte del Comune è arrivato. Bastava dunque l’ultimo passaggio, una mera formalità: il presidente del consorzio, lautamente retribuito per questo suo non defatigante ruolo, doveva semplicemente recarsi al Comune, prendere in consegna la fattura vidimata, andare in banca e pagare finalmente il subappaltatore oramai con l’acqua alla gola.

“Un’operazione semplicissima – spiega l’imprenditore – fattibile in mezzora. Ma il presidente del consorzio ci ha messo la bellezza di 10 giorni. E si è dato una mossa solo dopo decine di telefonate, sia mie che da parte della ditta appaltatrice”.

Del resto il ritardo dei pagamenti, spiega l’imprenditore, ormai è la regola e non l’eccezione.

“Diciamo le cose come stanno: nel cantiere più grande d’Europa lavorano ditte serie e solide, con liquidità sufficiente per gestire un numero elevato di appalti. Ma ce sono altre invece che hanno fatto il passo più lungo della gamba, hanno preso troppi appalti senza avere la forza per gestirli né dal punto di vista economico, né da quello logistico”.

E a farne le spese sono in primis i subappaltatori.

“Di fatto siamo diventati la banca delle ditte appaltatrici – spiega l’imprenditore – dobbiamo cioè anticipare noi le spese di investimento, siamo costretti a lavorare senza compenso in attesa che vengano liquidati dal Comune gli stati di avanzamento lavori. Dobbiamo sottostare poi ai ritmi imposti dalla ditta, che quando non ha i soldi si rallentano all’inverosimile, procurando un danno anche a noi, visto che il tempo è denaro, oppure accelerano all’inverosimile per colmare ritardi che non dipendono da noi”.

Il Comune, proprio a seguito delle proteste dei subappaltatori, ha introdotto la possibilità di effettuare pagamenti diretti al subappaltatore e non più alla ditta che poi lo paga.

“Resta però il fatto – spiega il nostro interlocutore – che la ditta appaltatrice può riscuotere i soldi dei Sal, con una semplice autodichiarazione che attesta l’avvenuto pagamento dei subappaltatori, senza l’obbligo di esibire le fatture quietanzate. Di fatto a noi continuano a pagarci in ritardo, sapendo bene che dobbiamo chinare il capo per non perdere la commessa e non finire fuori dal giro”.

E pensare che alla fine il grosso dei lavori lo fanno proprio gli “oscuri” subappaltatori, non le ditte committenti.

“Prendiamo un palazzo – esemplifica l’imprenditore -: il cemento armato, lo scavo e la demolizione vengono effettuati dai subappaltatori, come pure gli intonaci e le pitture, i pavimenti, gli impianti elettrici e idrici, la realizzazione del tetto e dei controsoffitti. È vero che c’è il limite del 30 per cento dei lavori da dare in subappalto, però la norma può essere aggirata, basta assumere a distacco gli operai della ditta subappaltatrice, oppure scindere il contratto di fornitura dal contratto di posa in opera, per aumentare le percentuali”.

E conclude: “Molte imprese, proprio perché hanno accumulato troppi appalti, non hanno un numero sufficiente di operai, così di fatto diventano intermediari, prendono il lavoro e lo girano alle piccole ditte del subappalto. Il general contractor vince l’appalto per conoscenza senza vera gara, grazie al loro organizzato ufficio tecnico e alle referenze. Poi per gestire il cantiere dove lavorano altri bastano un geometra e un paio operai”. Filippo Tronca