L’AQUILA “La lettura delle mafie, al di là della buona fede, si è fermata a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; sono passati 26 anni e le mafie sono tornate più forti, cambiando la loro organizzazione. Il fatto che la mafia non spari più non vuol dire che non esista”.
Con queste dure parole, don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, la rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti, sindacati, diocesi e parrocchie che hanno “dichiarato guerra” a mafie, corruzione e fenomeni di criminalità, è intervenuto nel V Congresso Camera del Lavoro territoriale dell’Aquila dal titolo “Il lavoro è”, iniziato questa mattina nella sede aquilana della Cgil, in via Saragat, e che terminerà domani.
Don Ciotti ha equiparato l’Abruzzo, per il quale i dati riguardanti le infiltrazioni mafiose non sono stati presentati nel dettaglio, al resto d’Italia.
L’Abruzzo, infatti, non è più un’isola felice, come per tanti anni si è pensato, in riferimento alle infiltrazioni della malavita organizzata, anzi, la regione è terra di conquista con strategie precise, tanto che la Direzione investigativa antimafia (Dia), nell’ultima relazione semestrale al Parlamento, ha parlato di un accordo tra ‘ndrangheta e mafia siciliana per “spartirsi” Abruzzo e Molise.
In particolare, a “fare gola” alla malavita, ci sarebbero le cifre a diversi zeri per la ricostruzione delle città, i comuni e i paesi dei crateri sismici del 2009 e del Centro Italia (2016-2017), con un’attenzione speciale per il cantiere più grande d’Europa.
“Molte persone – ha spiegato don Ciotti a margine dell’incontro – continuano a pensare che le mafie siano pericolose solo se c’è il sangue questo è un dato inquietante, perché la mafia è cambiata con i tempi, non spara più, ma c’è. Solo l’8, 5 per cento degli italiani dice che la mafia è un problema trasversale, si dimentica la mafia nel Centro Italia e al Nord, c’è molta strada ancora da fare e soprattutto c’è da chiederci cosa possiamo fare di più, per evitare ad esempio che la legalità diventi un idolo, negli ultimi anni c’è un gran parlare di legalità, mentre è cresciuta la corruzione e le varie forme di illegalità”.
Legalità, per il presidente di Libera, “è una parola che ci hanno rubato, svuotandola del suo senso, scegliendo una legalità ‘variabile’ e ‘sostenibile’, se mi conviene rispetto le regole, se non mi conviene non le rispetto e molti dietro questa parola si sono nascosti, utilizzandola come un lascia passare, come una carta d’identità”, ha aggiunto.
Poi, sul tema del Congresso, don Ciotti ha sottolineato che “senza lavoro una società muore, perché manca lo strumento cui ciascuno affida il suo senso di dignità e identità. Una società che non si cura dei giovani è una società che non si cura della propria storia, negli altri Paesi le politiche le hanno fatte, bisogna che la politica separi i beni di consumo dai beni comuni, che non possono obbedire alla logica di mercato, questi beni sono la vita e la vita non è una merce in vendita. I beni comuni devono essere tutelati, non possono essere in balia delle sensibilità politiche di qualcuno o solo dati economici. I diritti non sono solo questione di umanità, ma il presupposto di ogni progresso sociale, civile ed economico. Ai giovani si nega il futuro e intanto si grida allo scandalo se da quel futuro nascono dei comportamenti antisociali e la sfiducia nella politica e nelle istituzioni, mancano le prospettive. Per questo bisogna dire con forza che la povertà è un reato contro la dignità delle persone, è un crimine di civiltà”, ha concluso.





