L’AQUILA – Le associazioni di categoria aquilane rompono con il governo e scrivono una lettera di fuoco al premier Mario Monti, al ministro Fabrizio Barca e al funzionario pubblico titolare della gestione stralcio Aldo Mancurti.
Lo apprende AbruzzoWeb in anteprima, domani sarà il giorno chiave per l’invio della missiva.
Nonostante il lavorìo diplomatico di Mancurti, peraltro con pochi mezzi (“non ho neanche un ufficio!”, si è lamentato con questo giornale), dopo l’ultimo vertice sindacati e categorie hanno deciso di averne abbastanza e hanno rotto il tavolo delle trattative, annunciando la mobilitazione.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, manco a dirlo, è la scelta della nuova governance di abbandonare il contributo agevolato, quello con il conto corrente dedicato in banca, una delle poche procedure di ricostruzione che hanno funzionato senza intoppi in tre anni e mezzo, in favore del più lento e macchinoso contributo diretto, che prevede stati d’avanzamento e soldi stanziati solo dopo la rendicontazione dei lavori da parte dei Comuni.
Una svolta odiosa, anche perché il contributo agevolato è stato scelto per la ricostruzione meno onerosa dell’Emilia Romagna, con lo stanziamento di ben 12 miliardi, 6 per le strutture e 6 per l’economia, che fanno impallidire i 15 ipotizzati per L’Aquila secondo una stima che in primissima analisi fu di Guido Bertolaso.
Nella lettera non si scade nell’antipatico confronto esplicito con l’Emilia, però si denuncia una ‘disparità di trattamento’ che è evidentemente riferita a questa differenza.
E poi segue un’altra serie di motivazioni che hanno portato le categorie a dire basta.
Gli enti locali bloccati dalla mancanza di fondo, l’incertezza dei decreti attuativi e della disponibilità di fondi.
Per non parlare dei contributi Inps e Inail da restituire e richiesti al 100% da una circolare che con un mostro giuridico potrebbe superare gerarchicamente una legge dello Stato.
“Partecipiamo ai tavoli solo per assecondare le decisioni del ‘padre di famiglia’ che è il governo, quindi che ci andiamo a fare?”, questo il senso della protesta.
Che diventa già concreta. Per lunedì prossimo sarà organizzato un evento di mobilitazione con categorie e sindacati che grideranno forte per far sentire la loro voce.
La lettera è firmata da Camera di commercio, Ance, Cna, Confartigianato, Apindustria, Confindustria, Confcommercio e Confesercenti.
Nel testo gli insorti chiedono “l’intervento del governo al fine di procedere alla richiesta di integrazione del plafond che la Cassa depositi e prestiti ha previsto all’indomani del sisma del 6 aprile 2009” con “identiche modalità di utilizzo”.
Si ribadisce che il metodo del contributo agevolato pescato da quel serbatoio “ha consentito una sensibile accelerazione della fase di ricostruzione grazie a una maggiore rapidità nella liquidazione di lavori”, consentendo alle imprese “sicurezza e crescita”.
Bocciata invece la procedura del contributo diretto che, dove utilizzata, “ha fatto registrare ritardi da un minimo di sei mesi fino a oltre un anno e mezzo”.
“Pertanto – concludono le categorie – è di vitale importanza che, come già al tempo stabilito, si rifinanzi al più presto il plafond così come fatto per i territori dell’Emilia Romagna”.
”IL GOVERNO SI ASSUMA LA RESPONSABILITA”’
“Trovo grande disparità – spiega il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) della provincia dell’Aquila, Gianni Frattale – mi meraviglia come il capo di famiglia, Mario Monti, possa accettare questo diverso trattamento con l’Emilia Romagna”.
“Proprio stamani ha mostrato soddisfazione sul finanziamento per quella terra duramente colpita, e noi questo lo capiamo perché comprendiamo bene quel dramma, non entro nel merito delle disgrazie in questo senso non c’é rivalità – prosegue – ma è un nostro diritto sapere perché a noi si chiudono i rubinetti con il blocco dei fondi dicendoci che il finanziamento agevolato con la cassa depositi e prestiti non si può più fare, mentre in Emilia Romagna sì”.
Frattale è duro sui finanziamenti: “Per noi non c’è certezza – sbotta – A 90 giorni dall’uscita di scena del commissario non sono stati trasferiti i fondi per pagare lavori eseguiti da un anno, per stati d’avanzamento dei lavori presentati da cinque sei mesi e non possono partire opere già affidate per mancanza di copertura finanziaria. Perché?”.
“Chiediamo che venga ripristinato il plafond della cassa depositi e prestiti e ci si diano coperture finanziarie certe”, conclude.
Massimiliamo Mari Fiamma, segretario generale Apindustria L’Aquila, sottolinea che “pur riconoscendo il lavoro del ministro Barca, prendiamo le distanze dalle decisioni del governo, da ora in poi si assumeranno la responsabilità delle scelte”.
“Non esiste alcuna motivazione tecnica e di legge perché non venga rifinanziato il plafond della cassa depositi e prestiti, è una volontà politica – tuona – D’altra parte, in Emilia si finanzia da noi no, le procedure non sono uguali per tutti”.
“Davanti a tutto questo abbiamo deciso di non partecipare alla stesura di decreti che non hanno certezza di fondi”.



