L’AQUILA – Un semplice prelievo di grasso umano potrebbe far scoprire in anticipo la presenza o il possibile svilupparsi di patologie tumorali, studiando le cellule staminali ricavate dal tessuto adiposo.

Questo il progetto di ricerca portato avanti dalla dottoressa Simona Delle Monache del dipartimento di Scienze cliniche applicate biotecnologiche (Discab) dell’Università dell’Aquila in collaborazione con il chirurgo gastroenterologo romano Emilio Gentile Warschauer.

Uno studio che può aprire la strada alla sperimentazione di terapie alternative nella cura di malattie come i tumori, ma anche di patologie neurodegenerative o della sclerosi multipla.

“Anche se i fondi messi a disposizione per la ricerca scientifica sono sempre meno, si può andare avanti per piccoli step, e sfruttare le risorse disponibili – afferma ad AbruzzoWeb la dottoressa Delle Monache – Si tratta di uno studio sulle cosiddette cellule staminali di tipo adulto, ossia cellule che possiamo reperire nei tessuti di individui adulti, con maggiore facilità e con problematiche di carattere bioetico inferiori rispetto alle cellule staminali di tipo embrionale”.

“Le staminali sono cellule che non hanno nessuna ‘specializzazione’, ma possono appunto modificarsi per andare a rigenerare un tessuto piuttosto che un altro, per cui hanno una importante caratteristica di multi potenzialità, che vuol dire come abbiano appunto potenzialmente la possibilità di essere indirizzate, in laboratorio, a rigenerare uno specifico tessuto”, prosegue.

Secondo la ricercatrice, “è semplice e poco invasivo isolarle dal paziente, in fase operatoria, sono cellule ricavabili dal grasso, che abbiamo tutti. La percentuale ovviamente negli individui giovani è più alta rispetto alle persone anziane – fa notare – Con l’avanzare dell’età diminuisce la capacità di queste cellule di rigenerarsi. L’idea è nata con i chirurghi dell’ospedale regionale San Salvatore dell’Aquila e la portiamo avanti con la collaborazione del dottor Gentile, che si occuperà di prelevare il tessuto adiposo dai pazienti in fase operatoria. In laboratorio mi occuperò poi di continuare a studiare questi campioni per individuare i cosiddetti markers tumorali. Le spie che permettono di capire se il paziente corre il rischio di sviluppare una patologia”.

Quanto alle possibili future applicazioni a livello di terapia, la Delle Monache sottolinea come “per il momento non possiamo pensare di reimpiantare queste cellule nel paziente. Le problematiche sono connesse al discorso sulla regolamentazione del riutilizzo delle cellule staminali. Deve essere l’Agenzia del farmaco a regolamentare l’utilizzo delle staminali come terapie alternative ai farmaci veri e propri”.

“È un progetto assolutamente sperimentale, bisogna essere sicuri di ciò che andremo a fare con queste cellule, anche per non creare false aspettative nei pazienti – rimarca poi – Oltretutto, per riuscire ad arrivare allo step successivo, che riguarda la sperimentazione e l’applicazione delle cellule staminali come terapia, sarebbe necessario disporre di una Cell Factory, un laboratorio totalmente sterile, asettico, la cui realizzazione costerebbe centinaia di migliaia di euro, fondi che oggi, nella realtà universitaria e della ricerca scientifica, non ci sono”.

La parte operativa di questo progetto è appunto il chirurgo romano Gentile che spiega come tutto sia partito da “un’idea di cui abbiamo discusso anni fa, quella dell’utilizzo del grasso preso da pazienti con tumori intestinali, per cercare la correlazioni di alcuni tipi di marcatori presenti specificamente solo in pazienti con patologie neoplastiche del grande intestino”.

“La chirurgia oggi dispone di tecniche poco invasive, come la laparoscopia, telecamere e strumenti che entrano nell’intestino senza dover aprire l’addome. Iinterventi che comportano minori tempi di degenza, minor stress chirurgico, riduzione dei farmaci antidolorifici a carico del paziente – spiega Gentile – L’esame di questi tessuti, prelevati durante l’operazione, avviene nel giro di 24 ore. Si cercano così cellule rivelatrici, che possano rivelare la presenza di una massa tumorale, delle spie in più rispetto a quelle che già si conoscono. È importante soprattutto nei pazienti già operati di tumore sottoposti a monitoraggio post operatorio”.

“I costi di ricerca e sperimentazione sono coperti da piccoli finanziamenti, nell’ordine di alcune migliaia di euro. Fondi che, in questo momento, è più facile reperire in ambito privato”, conclude.