SCOPPITO – Ieri, domenica 3 luglio allo stadio “Comunale” di Scoppito (L’Aquila) alle 17.30, il bomber Renato Greco ha dato gli ultimi calci ‘ufficiali’ al pallone insieme ad alcuni dei suoi vecchi compagni di squadra.
E pensare che aveva trovato un lavoro, messo su un po’ di ciccia e chiuso con i sogni di arrivare in alto.
Renato Greco ha passato la sua vita calcistica a dimostrare di valere davvero qualcosa. Corsa, fiato, sacrificio. E tanti gol.
Lui, alla fine, ha vinto una personale sfida col destino e con sé stesso. Poteva andare diversamente, in queste righe vi diremo perché.
Addio al calcio giocato, allora. E adesso che si fa? Adesso è tempo di appendere le scarpe al chiodo. Anzi, no. In un modo o nell’altro si può continuare, si deve continuare.
Per questo, l’attaccante nato a Palermo nel 1969, dopo aver girovagato per vent’anni nel centrosud italiano (isole comprese), con qualche puntatina al nord, si è messo a disposizione dei giovani.
Ha infatti accettato di dirigere il settore giovanile dell’Amiternina e si è definitivamente stabilito a Pizzoli, la sua seconda casa. Basta col calcio giocato. Tocca insegnarlo ai più giovani.
Dicevamo delle scarpe al chiodo. La parola addio non è mai facile da digerire.
Ora che siamo alla fine, ti chiediamo di fare un bilancio della tua carriera ventennale.
Non posso che essere soddisfatto, chiudo qui una bellissima carriera che mi ha dato moltissime soddisfazioni.
Una carriera che ha rischiato di interrompersi ancora prima di cominciare. Mentre Palermo veniva ricoperta di cemento, per le strade della città crescevano in tanti e si perdevano in troppi. Il piccolo Greco era nel mucchio. Con la testa sulle spalle, ma con un peccato di gioventù nel curriculum.
Vero. Avevo dodici anni, ne presi cinque di squalifica per uno schiaffo dato a un arbitro quando giocavo nel rione palerminato di Roccella, tre autobus da casa per andare a fare allenamento. Successe durante una partita decisiva del campionato Esordienti contro il Palermo. Vincevamo due a zero, ma lui, l’arbitro, fece di tutto per farli pareggiare. Finì due a due, perdemmo il campionato proprio per quel punto strappato da loro così malamente, io persi la testa e gli diedi un ‘generoso’ buffetto. Beccai cinque anni di squalifica, ricordo che in quel periodo mi cercava il Cesena. Ovviamente, non se ne fece nulla. Francesco La Mattina, l’allenatore, cercò in ogni modo di far alleggerire la squalifica, senza però riuscirci.
Una bella ‘botta’. Come ti sei arrangiato?
Scontai la squalifica continuando a giocare a calcio in tutti i modi possibili. Andavo a scuola, lavoravo e scappavo a giocare la sera. Tornei, partite con gli amici, qualsiasi cosa. Covavo dentro una grande rabbia, volevo dimostrare il mio valore per rispondere a me stesso e, soprattutto, a mio padre, che dopo quella ‘cavolata’ perse la fiducia verso di me. Secondo lui, non avevo la testa per diventare un professionista. Io sudai per fargli vedere che si sbagliava.
E dai diciassette anni in poi?
Ricominciai con il Ribera, in Promozione. Dieci partite, da febbraio fine alla fine del campionato, sette gol e una salvezza. Quella fu la mia prima risposta. Piano piano, iniziai a risalire la china. Due anni in Interregionale a Mazara del Vallo, entrambi conditi da due promesse. Andai in ritiro a Terni e firmai il contratto in bianco, ma a fine ritiro ritornai in Sicilia perché i presidenti si conoscevano, a Mazara volevano vincere il campionato e così mi riportarono giù. Il campionato non lo vincemmo per pochissimo. Restai un altro anno e poi mi chiamò il Licata, in C1. Dopo una settimana, niente. Una maledizione. Fu un brutto colpo. A quei tempi avevo già conosciuto mia moglie Paola, a Terni. Calcisticamente la sfiducia stava prendendo il sopravvento. Mi misi in contatto con Dante Silveri, che avevo conosciuto a Pizzoli, dove mi spedirono a fare il militare e dove avevo disputato un campionato di Promozione, realizzando 17 gol. In Abruzzo lavoravamo sia io che mia moglie, in un piccolo borgo al quale mi affezionai subito.
Qui, il punto di svolta. Estate 1992. Telefonata da Sassari, c’è la Torres che ha saputo di un ottimo elemento da rimettere in sesto.
Mio cognato, l’ex rossoblù Vincenzo Conti, che era alla Torres, mi chiamò e mi convinse ad andare in Sardegna. Pesavo 78 chili, il ritiro era già finito. Sudai parecchio, di chili ne persi dieci e grazie al mister Giuseppe ‘Eppe’ Zolo, in una settimana, poco prima dell’inizio del campionato, firmai con i sardi. Pensa, quella stessa stagione avrei potuto giocarla con L’Aquila in C2, nello stesso girone della Torres. Ne parlai con il presidente Olivieri, ma preferirono affidarsi a giocatori provenienti dal Lazio.
Però la vendetta arrivò subito…
Beh, feci soltanto il mio dovere: gol vittoria contro L’Aquila nello storico spareggio del ‘Flaminio’. Rossoblù contro rossoblù. Due a uno per noi, tantissimi sardi e aquilani sugli spalti. Con la Torres restai quattro anni. Tanti gol, tanta esperienza accumulata. Un passaggio decisivo, uno dei più importanti della mia vita non soltanto calcistica.
Bussa alla porta il Pescara, In serie B. Un gran bel salto, con Delio Rossi in panca.
Già. Uno squadrone, con Giampaolo, Palladini, Margiotta, Zoran Ban dalla Juve. Purtroppo, finimmo sesti. Giocai parecchio, il pubblico e i giornali mi amavano e mi odiavano a seconda delle partite. Certo, soffrivo in fase realizzativa, però giocavo sempre. Delio Rossi da me pretendeva pressing, corsa, sacrificio. I gol arrivavano dai vari Palladini e Giampalo, io dovevo fare quello che mi diceva l’allenatore. Ma Pescara è così, una piazza che ha fatto la serie A sicuramente ha un ‘palato’ diverso dalle altre. L’esperienza comunque fu importantissima per la mia crescita definitiva. Mister Rossi, un grande uomo e un grande allenatore, mi volle con lui l’anno dopo a Salerno, sempre in B”.
Dove hai fatto la storia, lasciando un ricordo incredibile al pubblico dell’Arechi.
Al fantastico pubblico dell’Arechi. Giocare in quello stadio è un’esperienza unica. A fine partita, dopo novanta minuti a pressare pure i pali della porta, non sentivi nessuna fatica. Impossibile non sputare sangue con quell’incitamento. Se uscivi con la maglia sudata, gli applausi li ricevevi. Sempre. Conquistammo la serie A in un campionato davvero impossibile: Genoa, Sampdoria, Cagliari, Venezia, Pescara. Un’emozione Io, Marco Di Vaio, Igli Vannucchi. Che squadrone, ragazzi. E che fatica fare una passeggiata per Salerno. Venivi riconosciuto ovunque e trattato come fossi una leggenda.
Poi, di nuovo via. Un sali e scendi continuo nella tua carriera da ‘gitano’, segno di una specie di perenne ‘reperibilità’. Gli allenatori sapevano che eri uno che correva da matti e faceva pure gol, lavorando in silenzio.
Verissimo. ‘Colpa’ del mio fisico da ‘scheggia’. A quei tempi andavo a duemila. Mi facevo il mazzo e sapevo segnare. Con gli amaranto tornai a Pescara da avversario, all’Adriatico presi un rigore che mi sembra fu sbagliato da Di Vaio. Mi fischiarono, ma è normale. Peccato non aver fatto la A con la Salernitana, col senno di poi ho capito che fu un errore andare via. Se fossi rimasto, penso che la mia chance l’avrei avuta. Conunque, accettai il Lecce, in B avevo mercato. Un’altra promozione in A nel giro di due anni, con Nedo Sonetti. Nella massima serie i giallorossi presero poi Alberto Cavasin, io emigrai al nord. Monza, poi di nuovo sud, di ritorno a Lecce che puntò a Cristiano Lucarelli, all’epoca in Spagna, al Valencia. Io mi sentivo bene, anzi, benissimo. Tatticamente ero un attaccante duttile, potevo fare la fortuna dell’allenatore. Nulla, via un’altra volta. A gennaio del 2000 andai a Torre Annunziata, al Savoia. Non facemmo in tempo ad evitare la C1, io ne feci solo quattro in una manciata di mesi. A quel punto, mi fermai nella terza serie con loro. Anche se…
Anche se la storia poteva andare diversamente. Ti cercò L’Aquila un’altra volta, neopromossa in C1.
Sì. Per la seconda volta in carriera. Per me sarebbe stato bellissimo, casa mia era ed è sempre stata, da quando ho lasciato la Sicilia, in questo territorio. Non trovammo l’accordo, così tornai al ‘Fattori’ da avversario. Feci gol all’andata e pure al ritorno. La mia squadra centrò il quinto posto, gettando al vento i playoff. L’Aquila idem, fermandosi al nono posto. Problemi societari in tutte e due le situazioni, purtroppo. L’Aquila era un vero squadrone, credo sia dura da digerire la mancata qualificazione ai playoff.
Una bestia nera, allora?
No, solo dovere da attaccante. Dopo Savoia, torno un po’ più su. Vis Pesaro, ma all’orizzonte sbuca il Foggia dopo un anno. Entusiasmo e voglia di vincere. Pasquale Marino in panchina, una sicurezza. Fu lui a volermi come punta centrale, si vedeva che ci sapeva fare, giocava un calcio alla ‘Zeman’. Senza problemi, accettai si scendere di categoria. Non mi stupisce affatto vederlo in serie A. Dalla C2 tornammo subito in C1, eravamo i più forti: Del Core, Faieta, De Zerbi, Pazienza, oggi alla Juve. In Puglia volevano riscattarsi e a quattro giornate dalla fine i punti di vantaggio sulla seconda erano 12.
Fermiamoci un attimo. Quando vinci il campionato a Foggia hai 34 anni. Ancora molto da dare, nonostante l’età. Dove trovavi la forza per correre?
Mi considero figlio della voglia di emergere dalla difficile realtà in cui sono cresciuto. Amo Palermo e la Sicilia, sono orgoglioso di essere siciliano, ma la vita giù non era semplice. I ragazzini oggi non giocano più per la strada e sono convinti di essere ‘arrivati’ a vent’anni. Per me il pallone è fame, rabbia, voglia di spaccare il mondo. Questa è la chiave di tutto.
Dopo Foggia sei riuscito a vincere altri due campionati. A Cremona. Al nord. Da ‘vecchietto’ terribile. Un giocatore integro in grado di correre e sudare pure a una certa età. Il famoso ‘sacrificio’.
A Cremona non giocai molto, però furono due anni molto belli. Portai esperienza e come sempre mi misi a disposizione della squadra, allenandomi stando sempre in silenzio e collezionando una ventina di presenze in due stagioni. Non potevo chiedere di più, vincere a fine carriera ha un sapore speciale. Non posso nascondere che il fiato non mi mancava affatto. Dopo Cremona, con le valigie in mano per l’ennesima volta, riprendo la via verso sud. Nocera Inferiore, circa cinquanta presenze in due anni. Ambiente difficile, il sud per il calcio è passione allo stato puro, nel bene e nel male. Io, da parte mia, non ho alcun problema a tornare nelle città in cui ho giocato. La gente capisce se ti impegni sul serio o se stai bleffando. A Nocera mi capitò di rientrare da una trasferta con il pullman senza compagni di squadra. Io, alcuni dello staff, l’autista e i ragazzini della primavera. Quando scesi, nessuno mi disse nulla.
Piano piano hai iniziato a riavvicinarti a casa, da Nocera in poi.
Già. Scelsi prima la Gelbinson Cilento, nel Salernitano. Quindi, il ritorno in Abruzzo, a Scoppito con l’Amiternina e a Luco dei Marsi con l’Angizia Luco. A Scoppito ho trovato un ambiente bellissimo, professionalità e voglia di fare bene. Ho accettato la gestione del settore giovanile, mi fido del lavoro del presidente Maurizio Colantoni e di tutto lo staff giallorosso. Con loro non sono riuscito a salire di categoria, perdendo lo spareggio play off contro l’Hatria. Quest’anno, invece, i ragazzi di Angelone sono stati magnifici. Hanno meritato di salire in Eccellenza.
Adesso un po’ di domandoni. Il difensore che hai sofferto di più in carriera?
Giuseppe Baronchelli, oggi fa allenatore. Io puntavo alla rapidità, lui non poteva starmi dietro ma sapeva prendermi sul tempo”.
Il compagno di squadra, o di reparto, più forte?
Marco Di Vaio, ma anche David Di Michele. Di giocatori fortissimi ne ho comunque incontrati parecchi. Totò Tedesco, ad esempio, fratello di Giacomo e Giovanni. Sfortunato perché vittima di troppi infortini. Eravamo insieme a Mazara, meritava una grande carriera.
Ti ha stupito il nuovo caso di calcio-scommesse?
Mi ha stupito vedere Beppe Signori coinvolto in uno scandalo del genere. L’ho conosciuto e apprezzato, spero che la storia si risolva al meglio.
Che fine ha fatto il doping nel calcio?
“Credo che i controlli ci siano. Il guaio oggi è nel numero di partite giocate, specie nelle serie maggiori. A Pescara ne giocai trentquattro di fila. Tra me, Giampaolo e Palladini, a fine campionato non ci reggevamo in piedi, sul serio. A me non è mai capitato nulla di strano, anzi. I medici mi somministravano spesso il ferro, sono sempre stato anemico. E poi, basta guardare il fisico: così ero a vent’anni, così sono rimasto, a parte l’anno del sovrappeso.
Secondo te è vero che il livello tecnico dei campionati in Italia si è notevolmente abbassato?
Assolutamente sì. Guarda i palloni di oggi e capisci cosa è cambiato: basta calciarli e volano via. I palloni ai miei tempi pesavano. Per colpirli e giocarci servivano forza e tecnica, ma non è solo questo. I problemi sono molti, forse è il caso di riportare il calcio a una dimensione diversa. Andrebbe insegnato di più. Pare, invece, che basti essere dei giganti per meritare una chance.
Hai una moglie, Paola, e tre figli, Davide, il primogenito, e Barbara e Gianmarco, gemelli. Secondo te, hanno sofferto a seguirti in giro per l’Italia?
No. Anzi, mia moglie Paola ha collezionato una montagna di fotografie e articoli di giornale che mi riguardano. Un lavoro incredibile.
Davide ha diciassette anni e gioca nelle giovanili dell’Aquila, mentre tuo nipote Giuseppe, di proprierà del Genoa, è a Modena e si sta costruendo una bella carriera. Il calcio è nel Dna dei Greco, insomma.
Davide è più dotato di me, i mancini sono in genere più dotati. Ma non è veloce come suo papà (ride). Giuseppe è un ottimo elemento e lo sta dimostrando. Sono molto orgoglioso di lui.
Dov’eri la notte del 6 aprile del 2009?
Qui, a casa a Pizzoli. Ero appena tornato da Montecchio, in provincia di Pesaro. Tutta la famiglia a casa. Non riuscivo a dormire, le scosse della sera non mi tranquillizzavano. Per fortuna, sono qui a raccontarlo con le persone della mia vita.
Come ti sembra la situazione a due anni di distanza?
Tutto molto strano. Manca la città, mancano le abitudini di quando L’Aquila era in piedi. Chissà quando potremo ritornare a una vita normale”.
Come mai tu e tua moglie, fra i tanti luoghi che avete visitato e in cui hai lavorato nel giro di vent’anni, avete scelto di considerare Pizzoli come il vostro punto di riferimento?
Volevo lasciare la Sicilia, cercavo semplicemente di programmare il mio futuro con il buon senso. Giù le opportunità mancavano, così, partito per fare il militare, sono capitato in un piccolo comune abruzzese, Pizzoli. Lì, nonostante fossi un ragazzino, decisi che forse potevo iniziare a vivere una vita diversa, con poche, ma buonissime certezze. Trovai lavoro nel cantiere del presidente della squadra locale, Adelmo Gioia, in più guadagnavo qualcosa come giocatore. Anche mia moglie lavorava, come ragioniera. Del posto mi colpì l’accoglienza delle persone, in particolare la famiglia Silveri. Purtroppo, Dante se n’è andato qualche mese dopo il terremoto. E’ stata una presenza fondamentale. Lui e la sua famiglia, per me e mia moglie sono stati un vero punto di riferimento.
Dove hai conosciuto Paola?
A Terni, fu un incontro casuale. Mia cognata era fidanzata con Vincenzo Conti, ci trovammo una sera a fare una passeggiata. Stiamo insieme da una vita, è un rapporto stupendo. Ci amiamo sul serio e abbiamo tre figli splendidi. Lei è ‘gitana’ come me, ha una grande apertura culturale, essendo metà italiana, è nata a Pescara, e metà africana, perché sua mamma è Etiope”.
Il giocatore a cui ti sei ispirato di più?
Ravanelli. Mi piaceva la grinta che ci metteva.
Squadra del cuore?
Torino. Da sempre. Da piccolo mi facevano impazzire Pulici, Graziani, Sala, quest’ultimo ritrovato a Pesaro come allenatore.
L’episodio più violento vissuto da calciatore?
A Martinafranca, in Puglia, quando ero al Foggia. A fine partita, appena saliti sul pullman, ci arrivarono decine di sassi contro i vetri. Anche a Taranto andò più o meno così.
E l’amichevole contro la Dinamo Kiev?
A Monza, come no! Segnai pure un gol a Shokovskyi. Loro avevano dei grossi giocatori in squadra, Kaladze, Nesmachnyi, Vaschuk e quei due fenomeni di Shevchenko e Rebrov.
Siamo quasi alla fine dell’intervista. Il tuo gol più bello? Paola dice contro il Ravenna quando eri a Pescara. E tu?
Me ne viene in mente uno contro il Monza. Contato pure i gol importanti, ovviamente. Di belli e importanti ne ho molti da ricordare.
Come vedi Zeman a Pescara?
Per me è una bella scommessa.
Capitolo L’Aquila Calcio. Greco voleva davvero vestire la casacca rossoblù?
Assolutamente sì. Di occasioni concrete per farlo ce ne sono state due, purtroppo non se ne fece nulla. Una cosa è certa, io volevo L’Aquila Calcio ma i dirigenti con cui mi sono seduto non mi hanno dato l’opportunità di fare gol in rossoblù. Da parte mia la disponibilità c’era tutta, dall’altra parte no.
Il rimpianto più grande che hai?
Rimpianti non ne ho. Forse, un minuto in serie A potevo farlo. Sono stato bravo e ho avuto fortuna. Me la sono guadagnata, però. Col sudore e con l’onestà, uscendo da qualunque campo a testa alta. Ora posso insegnare ai più piccoli i segreti di questo gioco meraviglioso. Direi che va benissimo così.
LA PARTITA DELL’ADDIO
SQUADRA BLU – SQUADRA BIANCA 2-3
RETI: 8′ p.t. Senè Papè, 23′ De Zerbi, 10′ s.t. Esposito, 25′ Davide Greco, 27′ Renato Greco
1 – Milani Andrea
2 – Irti Stefano
3 – Annunziata Simone
4 – Di Toro Elio
5 – D’Arienzo Pasquale
6 – Pacciarini Mattias
7 – Conti Vincenzo
8 – Caputi Marco
9 – Senè Papè
10 – Campo Massimo
11 – Greco Davide
SQUADRA BIANCA
1 -Efficie Antonio
2 – Di Cesare Gabriele
3 – Esposito Jacopo
4 – Carocci Goffredo
5 – Di Bari Giuseppe
6 – Del Coco Antonello
7 – Piemonte Giovanni
8 – Segarelli Gianluca
9 – Greco Renato
10 – De Zerbi Roberto (1′ s.t. Martinelli)
11 – Borrelli Davide
PANCHINA: 14 Martinelli Giordano, 15 Climastone Maurizio
GLI EX COMPAGNI E I MISTER, “ATTACCANTE UNICO, NON GLI MANCAVA NIENTE”
Per i suoi ex compagni di squadra e per gli allenatori è “un attaccante dall’intelligenza mostruosa, che gioca per gli altri, dotato tecnicamente, rapido e furbo in zona gol”.
Questo è, questo è stato, Renato Greco per chi lo ha avuto in squadra.
“Ho giocato al fianco di gente come Zalayeta, Calaiò – dice Roberto De Zerbi, una carriera strapiena di classe e di infortuni – ma ‘Rena’ è stato unico. Aveva tutto, non gli mancava nessuna qualità. E, soprattutto, aveva fame”.
La fame di pallone, mezzo con cui emergere, farsi largo.
“Io, come lui – continua De Zerbi – sono e sarò sempre innamorato pazzo del pallone. I ragazzini di oggi non passano dieci ore di seguito a giocare su un campetto di cemento, i tempi sono cambiati. Infatti, le nazioni piene di talenti ormai sono quelle che li formano prima per la strada”.
Mister Massimo Mezzini, secondo di Pasquale Marino nel Parma, ha avuto Greco a Foggia, anche lì da assistente del tecnico di Marsala.
“Renato non è affatto cambiato – afferma il mister – ha lo stesso fisico di tanti anni fa. Un professionista e un grande uomo, un attaccante dotatissimo tra i più completi che abbia mai allenato. Ha vinto molti campionati, anche in età avanzata. Mi ha stupito non vederlo in serie A, ma il suo curriculum parla chiaro. E’ stato un grandissimo”.
“L’intelligenza e la serietà – prosegue – lo hanno fatto stare in mezzo al campo fino a quarant’anni. Gli auguro tutto il bene possibile, spero diventi un grande allenatore. Le qualità le ha, ora deve trasmetterle agli altri. Come faceva da giocatore”.
Insieme a Massimo Campo, un esordio in serie A nelle file della Reggina contro la Juve di Zidane, Del Piero e ‘Pippo’ Inzaghi, Renato ha condiviso l’esperienza a Torre Annunziata con il Savoia e poi a Montecchio, nel Salernitano, quando “praticamente affidarono la squadra a noi più esperti”.
“A Montecchio pensava a tutto Renato – racconta Campo – perché la società era in difficoltà, la squadra era penultima e non era facile uscirne. Io con Greco avevo già giocato sia da compagno, sia da avversario, sapevo che potevamo fidarci di lui”.
“Come intelligenza calcistica, Renato è stato davvero unico. Movimento, furbizia, rapidità. Giocavano benissimo pure gli altri compagni di reparto e non solo. Inoltre, mi piace sottolineare la sua umiltà. Si sacrificava per primo, teneva duro fino alla fine. La partita di oggi dimostra la sua semplicità, chiudere una straordinaria carriera su un campo di provincia dimostra la sua grandezza. Renato era ed è rimasto così: uno che ama giocare a calcio”.
La stagione al Savoia in C1, nello stesso girone dell’Aquila, a distanza di anni ha ancora un sapore amaro.
“Fu una grande delusione arrivare quinti e non centrare i playoff – è il pensiero di Campo – per me il Savoia era più forte del Palermo e credo che anche L’Aquila meritasse le primissime posizioni. Purtroppo andò male, i guai societari influirono pesantemente sia per noi che per i rossoblù”.
Anche Massimo Campo è convinto che Greco possa far bene da allenatore.
“Non ho dubbi, è un grande uomo, un grande giocatore e un professionista esemplare. Dovrà sudare, però. Le giovani generazioni sono abituate diversamente rispetto a noi ‘anziani’. Io, a trentadue anni, voglio correre e sacrificarmi. Amo questo gioco, non riesco a stare senza. Invece, vedo che ai più piccoli chiedere di fare una corsa in più non piace. Manca la strada, insomma. E poi, attenzione ai genitori. Tante volte spingono troppo i loro figli, si intromettono troppo. Ecco perché sono contento che Renato inizi il dopo-carriera con i giovani. Non gliene frega niente dei soldi, lui vuole insegnare il calcio e trasmettere la passione a chi deve crescere”.



