L’AQUILA – “Come è possibile che continuino a essere pagate 2,2 milioni di euro di retribuzioni individuali di anzianità arretrate, anche a tranche da 100 mila euro per ogni dipendente regionale, senza che ci sia il riconoscimento di un debito fuori bilancio, e anche se la Corte costituzionale le ha dichiarate illegittime?”.

A chiederselo è Giulio Matè, esponente della Uil funzione pubblica e dirigente regionale, che si interroga anche su “come sia possibile che tra i dirigenti e i politici regionali nessuno sia responsabile di questo scandalo, che costa ai contribuenti milioni di euro”.

Domande polemiche che arrivano alla vigilia della convocazione della commissione di Vigilanza del Consiglio regionale, convocata dal presidente, Mauro Febbo (Forza Italia) per oggi e tutta dedicata allo “scandalo” della Ria.

Si tratta di una somma extra inserita in busta paga per l’anzianità di servizio, portata ai livelli massimi da una legge del 2007, poi dichiarata incostituzionale nel luglio 2014, ma quando oramai molti buoi erano scappati dalla stalla.

Ovvero, quando oramai un imprecisato numero di dirigenti e dipendenti, forti di un ricorso passato in giudicato a causa dell’inerzia degli avvocati della Regione, sono potuti passare comunque all’incasso.

Una vicenda che ha dell’incredibile che finora, secondo quanto stimato, è costata ai dipendenti abruzzesi 2,2 milioni di euro di indennità di anzianità arretrate.

E in fondo è andata anche bene, perché se la Consulta non avesse cancellato la legge che disponeva questi aumenti, il salasso poteva arrivare a 100 milioni di euro.

Non è chiaro, però, alla Uil, a quale titolo l’ufficio del servizio Risorse umane stia procedendo alla liquidazione di significative somme di denaro, e se ci sia o meno copertura per farlo nel bilancio regionale. Anche perché su questa vicenda i revisori dei Conti non si esprimono.

E non si avrebbero, inoltre, sempre da quanto denunciano i sindacati, nemmeno dati aggiornati sulle procedure di recupero delle somme già erogate in modo illegittimo, e che la Regione sarebbe obbligata chiedere indietro a seguito della sentenza della Corte.

Cosa che sembra essere possibile solo per i ricorrenti la cui causa non è arrivata a sentenza definitiva.

Si nota, poi, una disparità tra Consiglio e Giunta: nel primo caso, gli aumenti illegittimi sono stati cancellati e le somme già recuperate, secondo quanto reso noto a questo giornale dagli uffici.

Dalla Giunta, invece, e cioè dove si concentra la stragrande maggioranza dei ricorrenti, non si hanno notizie certe e aggiornate sulle dinamiche di recupero. E non si ha certezza nemmeno se gli aumenti siano stati cancellati anche a chi ha una sentenza passata in giudicato.

Mentre gli altri sindacati sulla vicenda insolitamente tacciono e nicchiano, la Uil ha inviato numerose diffide all’ente Regione, le ultime a dicembre 2015 e a febbraio 2016, in cui si chiede anche di procedere “all’espletamento di un’indagine interna di carattere amministrativo”, soprattutto per l’individuazione di possibili “responsabilità gestionali che hanno come conseguenza un diretto danno all’erario”.

Tutto questo al fine di chiedere un eventuale risarcimento danni, da milioni di euro, “a ignoti soggetti appartenenti alle strutture organizzative competenti per materia”, e responsabili del pasticcio.

Tradotto in soldoni, in assenza di riscontri da parte dell’ente la Uil minaccia di andare in procura e alla Corte dei conti chiedendo l’apertura di un’inchiesta penale e contabile.

Un’indagine che, se mai dovesse essere avviata, è destinata ad avere per oggetto dieci anni di vita politica e amministrativa della Regione con molte ombre e stranezze, sia con il centrosinistra che con il centrodestra al governo.

Tutto ha inizio, infatti, con una legge regionale del 2007, che qualcuno a palazzo Silone ancora chiama ironicamente legge “Babbo Natale”, approvata dal governo di centrosinistra guidato da Ottaviano Del Turco, con assessore al Personale Giovanni D’Amico, oggi nello staff della presidenza del Consiglio regionale.

Una legge abrogata nel 2011 dal centrodestra presieduto da Gianni Chiodi, quando assessore competente era la forzista Federica Carpineta, ma senza che questa abrogazione potesse incidere sui ricorsi già tutti in atto.

La legge allineava l’ammontare dell’extra mensile per l’anzianità di servizio di tutti i dipendenti regionali alla soglia più alta maturata da quelli provenienti da altre amministrazioni.

Un aumento mensile fino a 1.200 euro in busta paga, in un momento in cui gli abruzzesi erano costretti a stringere la cinghia per gli immani debiti della sanità commissariata ed esplodeva la crisi economica.

Gli uffici regionali non hanno, però, applicato questa legge, per numerose incertezze tecniche e procedurali.

E come diretta conseguenza di ciò, oltre 1.100 dipendenti e dirigenti regionali hanno inondato di ricorsi contro la Regione i giudici del lavoro abruzzesi e anche quelli di Roma, pretendendo le loro spettanze.

Sono riusciti quasi sempre a spuntarla, anche perché l’Avvocatura regionale su questa partita è stata molto poco aggressiva, e non ha fatto opposizione neanche alle sentenze di primo grado.

La svolta è arrivata grazie al giudice del Lavoro di Teramo Giuseppe Marchegiani, che ha sollevato ricorso dinanzi ai giudici delle leggi, e a lui la Corte costituzionale, con la sentenza 211 del 9 luglio 2014, ha dato ragione, stabilendo che la competenza sulle retribuzioni dei dipendenti non spetta alla Regione ma allo Stato, annullando la legge del 2007 e salvando la Regione da un salasso che era stato quantificato tra i 70 e 100 milioni.

Nel frattempo molte sentenze erano, però, divenute definitive, perché non appellate dagli avvocati della Regione.

Per esse vale ora il principio giuridico del “rapporto esaurito”. Ovvero: “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”.

Effetto della sentenza della Consulta è stata la cancellazione dell’aumento massimo in busta paga, e la Ria riportata alla piccola cifra ante applicazione della legge.

La Regione ai dipendenti approdati a sentenza definitiva ha continuato a erogare la Ria arretrata, anche a valere dal 2007, quando è stata approvata la legge, per cifre superiori anche ai 100 mila euro.

Al contrario, per chi ha una sentenza pur favorevole, ma ancora al primo o al secondo grado di giudizio, la Regione può, anzi, deve procedere al recupero delle somme arretrate o può non liquidargliele.

Questo è già avvenuto per una quindicina di dipendenti del Consiglio regionale che, oltre a vedersi subito congelato l’aumento, dichiarato incostituzionale, hanno dovuto restituire anche gli aumenti di stipendio arretrati.

I dipendenti hanno minacciato ricorsi, ma poi nulla è accaduto.

Non è dato invece sapere come stia procedendo il recupero della Ria arretrata tra i dipendenti della Giunta, che sono il grosso dei ricorrenti, e quanti siano i fortunati che non solo stanno intascando le liquidazioni degli arretrati, ma continuano a godere di un aumento al massimo della Ria.

Come ricorda nella diffida della Uil, “durante l’anno 2014 l’Ente Regione ha provveduto a liquidare e pagare una somma pari ad euro 847.064,70, mentre, relativamente all’anno 2015, le somme erogate ammontano ad euro 1.376.672,00; a oggi, per un complessivo pari ad euro 2.223.736,70”.

E i pagamenti proseguono, precisa Matè “anche nel 2016, visto che è già stata approvata una ventina di determine dirigenziali”.

Uno dei punti si cui la commissione di Vigilanza intende fare chiarezza, convocando tutti i dirigenti che hanno in questo ruolo una competenza, è proprio quello sulla copertura e sull’entità di queste spese.

“Queste somme – precisa Matè – vengono liquidate dall’ufficio del servizio Risorse umane su autorizzazione dell’Avvocatura, ma non ci risulta che siano state iscritte a bilancio, se c’è davvero copertura economica”.

“Sapevamo che – prosegue il sindacalista – dopo la sentenza della Corte costituzionale, le somme accantonate per il pagamento della Ria erano state dirottate su altre voci. Dunque non ci è chiaro dove stiano prendendo i soldi per liquidarle. Se si tratta di un debito fuori bilancio, deve essere riconosciuto dal Consiglio regionale”.

“Non solo: l’ufficio è ben consapevole della situazione e delle connesse ripercussioni di carattere economico, ma non ha fornito una qualsivoglia informativa alle organizzazioni sindacali, che, si ritiene, ne avrebbero avuto titolo”, conclude. Insomma, sarà battaglia.