L’AQUILA – “A giorni prepareremo le schede per le raccolta firma del referendum per passare dal Lazio, seguiranno assemblee, e da quello che si è visto oggi siamo tutti determinati ad andare avanti fino in fondo, non abbiamo più nulla da perdere”.
Così Dario Tudini, dell’associazione Stava di Aringo, frazione di Montereale (L’Aquila) uno dei circa cento partecipanti arrivati da tutta l’Alta valle dell’Aterno terremotata e con la ricostruzione al palo, per partecipare alla riunione di oggi volta a lanciare un clamoroso referendum per cambiare regione.
A provocare rabbia lo stallo della ricostruzione sia a seguito del sisma del 6 aprile 2009, sia di quello che ha devastato la vicina Amatrice il 24 agosto 2016, a cui hanno fatto seguito le scosse del 18 gennai 2017, concomitante ad una nevicata record che ha isolato le popolazioni per una settimana.
Adesioni all’iniziativa, rigorosamente dal basso, del referendum sono arrivate dai territori di Montereale, Capitignano, Cagnano Amiterno. Non c’erano rappresentanti di Campotosto. C’erano invece varie Proloco, come quella di Montereale e della frazione di Villa di Fano, e numerosi operatori economici oramai allo stremo.
Defilati i primi cittadini dell’alta valle dell’Aterno, anche se ovviamente a conoscenza dell’iniziativa.
“Qualcuno – ha riferito Tudini – ha proposto anche una grande mobilitazione a Roma fuori al Ministero. Ora però è importante dare un segnale forte, reagire, anche con questo referendum. Nel cratere sismico laziale vediamo che l’ente regionale è più presente e attivo. Qui invece è tutto fermo e la gente si sente abbandonata, anche a causa del fatto che sulla ricostruzione dei nostri paesi incombono sia le norme del 2009 che quelle del 2016, senza però che nessuno finora abbia davvero fugato tutti i dubbi relativi all’iter da seguire”.
ll passaggio dei comuni da una regione all’altra è regolato dal secondo comma dell’articolo 132 della Costituzione. Prevede un parere delle Regioni e stabilisce che “si può, con l’approvazione della maggioranza delle popolazioni della Provincia o delle Province interessate e del Comune o dei Comuni interessati espressa mediante referendum e con legge della Repubblica, sentiti i Consigli regionali, consentire che Provincie e Comuni, che ne facciano richiesta, siano staccati da una Regione ed aggregati ad un’altra”.
Il passaggio è poi normato dalla legge 352 del 1970 che stabilisce iter pratici e tempi: l’esito del referendum deve essere pubblicato in Gazzetta ufficiale ed entro 60 giorni dalla pubblicazione il ministero degli Interni deve proporre un disegno di legge sull’aggregazione-distacco che deve essere votato dal Parlamento.
Iniziative del genere non sono un unicum in Abruzzo, soprattutto nelle terre di frontiera: anche a Valle Castellana in provincia di Teramo soffia il vento dalla secessione e il comune ha affidato un mandato esplorativo sulla fattibilità di un eventuale referendum popolare per “l’accorpamento nella regione Marche del comune di Valle Castellana”. Anche il territorio di Valle Castellana è stato colpito dal terremoto del 2016, e anche lì il processo di ricostruzione è ancora lungi dal decollare. Sono ancora 150 le famiglie sfollate, che per una popolazione poco meno di mille abitanti, sono un’enormità.
Nonostante il dramma vissuto, le tante promesse e passerelle politiche, nell’alta valle dell’Aterno la ricostruzione è al palo: per quel che riguarda quella normata e finanziata a seguito dell’aprile 2009, i cantieri hanno interessato dopo nove anni e mezzo, nemmeno il 20 per cento del patrimonio edilizio danneggiato. Nessun progetto di ricostruzione ha interessato gli edifici colpiti dal sisma del 2017 e 2017, ed ancora non si risolve tecnicamente la sovrapposizione delle normative e degli iter progettuali relativi ai terremoti del 2009 e 2016-2017.
Per di più nell’alta valle dell’Aterno hanno abbassato le saracinesche un gran numero di attività commerciali, e un pannicello caldo si stanno rivelando i fondi ad hoc del 4 per cento delle risorse complessive per la ricostruzione 2009, destinati alle attività produttive. Ad essere finanziata nell’alta valle dell’Aterno solo una manciata di richieste, molti altri operatori hanno rinunciato perché il sisma del 2016, che ha dato la mazzata finale al turismo del comprensorio, avrebbe reso troppo rischioso la compartecipazione del 30-35 per cento dell’importo complessivo erogato. Senza risposte anche la richiesta di poter istallare in modo rigorosamente temporaneo casette fai da te per consentire ai tanti oriundi con seconde case terremotate. Possibilità concessa invece nella vicina Amatrice.
A proposito di refendum per cambiare regione: Montecopiolo e Sassofeltrio, due piccoli comuni delle Marche dieci anni fa votarono con un referendum a larghissima maggioranza per cambiare regione e passare con l’Emilia-Romagna. Il passaggio dalla provincia di Pesaro e Urbino alla provincia di Rimini però non è mai avvenuto.
Sono riusciti nell’intento altri comuni marchigiani: Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San Leo, Sant’Agata Feltria e Talamello, che dopo un referendum indetto nel 2006 sono passati dalla dalla provincia di Pesaro-Urbino alla provincia di Rimini in Emilia Romagna.
Il Parlamento votò a favore del distaccamento tre anni dopo il referendum, nell’agosto del 2009.La regione Marche tentò di fermare il processo presentando un ricorso alla Corte Costituzionale che venne però bocciato nel luglio del 2010.
Ironia della sorte la notizia si è diffusa nelle stesse ore in cui il consigliere regionale del Partito democratico, Pierpaolo Pietrucci, ha interrotto lo sciopero della fame durato un giorno e mezzo a palazzo dell’Emiciclo, sede del consiglio regionale abruzzese, per protestare contro i ritardi nella realizzazione della superstrada L’Aquila- Amatrice, che seppure in prospettiva, rappresenterebbe un’infrastruttura decisiva per spezzare l’isolamento e favorire lo sviluppo economico anche dell’alta valle dell’Aterno, di cui Pietruccci è originario.
“Sento di questa strada da quando ero piccolo, e ho 64 anni – commenta Tudini – ben venga la mobilitazione di Pietrucci. Ma la strada sarà pronta tra qualche anno, e potrebbe essere troppo tardi, se non decolla la ricostruzione e si aiutano davvero le persone che vogliono restare a vivere qui”.



