L’AQUILA – L’Abruzzo, assieme al Molise, è l’unica regione in Italia che non risulta aver avviato l’iter del “regionalismo differenziato”, che prevede l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, rispetto allo stato centrale. Avendo di conseguenza la possibilità di trattenere più risorse economiche, invece di versarle nella cassa centrale.
Non si tratta insomma di bruscolini ma di un passo, controverso, fortemente voluto dalla Lega al Governo, meno dal Movimento 5 stelle, verso una forma “soft” di federalismo. Resa possibile dal riordino del Titolo V della Costituzione del 2001, che all’articolo 116, terzo comma, prevede che la legge ordinaria possa attribuire alle regioni “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, su tutte le materie di potestà legislativa concorrente, come sanità e lavoro e istruzione, protezione civile, e su alcune materie oggi di esclusiva competenza dello Stato come “organizzazione della giustizia di pace”, “norme generali sull’istruzione” , “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”.
Entro febbraio il presidente del consiglio Giuseppe Conte chiuderà accordi con Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, le tre regioni che hanno l’iter più avanzato, partito da un referendum, e culminato con accordi preliminari già sottoscritti con il Governo. Poi la maggioranza qualificata del parlamento dovrà trasformare le intese in legge dello Stato.
Molte altre Regioni si stanno attrezzando, come illustra nel dettaglio il dossier del Senato “Verso un regionalismo differenziato”.
Sette hanno già formalmente conferito al presidente della Regione l’incarico di chiedere al Governo l’avvio delle trattative per ottenere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia: si tratta di Campania, Liguria, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria. Con loro il Governo potrebbe avviare immediatamente i negoziati.
Altre tre regioni non hanno ancora approvato formalmente tale mandato, ma hanno assunto iniziative preliminari che in alcuni casi hanno condotto all’approvazione di atti di indirizzo. Si tratta di Basilicata, Calabria, Puglia.
Infine, si legge nel dossier, “due regioni, Abruzzo e Molise, non risultano aver avviato iniziative formali per l’avvio della procedura”.
Del resto, come noto, in Abruzzoii il consiglio regionale da metà agosto è formalmente sciolto, dopo che il presidente della Regione Luciano D’Alfonso si è dimesso per andare a fare il senatore. Sarebbe stato dunque difficile se non impossibile affrontare un tema del genere con un assise con poteri limitati all’ordinaria amministrazione, o a per “provvedimenti urgenti e indifferibili”. Ache prima di agosto, però, non risulta che in consiglio regionale sia stato avviato l’iter, o almeno se ne sia discusso.
A questo punto se parlerà nella prossima legislatura, dopo il voto delle regionali del 10 febbraio.
Fa però anche riflettere che nessuno in campagna elettorale non cosideri la questione meritevole di attenzione.
Del resto l’epocale riforma presenta non poche zone d’ombra.
C’è chi teme infatti una “secessione dei ricchi”: le regioni del centro nord, versano alla Stato più di quanto ricevono, e una volta acquisite più competenze, potranno nelle modalità da stabilire, trattenere più risorse economiche.
Da destinare al loro sistema sanitario, che rappresenta in media l’80 per cento del budget di una regione, e ancora al sistema scolastico, alla formazione, ai trasporti, alla viabilità, alle politiche attive del lavoro, alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali, alla promozione e organizzazione di attività culturali.
A discapito però, questo il punto, delle regioni più povere, tutte quelle del sud, tra cui l’Abruzzo, che ricevono più di quello che versano, e hanno un pil procapite inferiore alla media dei 30 mila euro l’anno.
Maggiormente dipendenti dunque dai trasferimenti dello Stato centrale, che nella nuova Italia delle autonomie regionali, rischia di avere meno risorse da redistribuire.
A tal proposito il presidente dello Swimetz Adriano Giannola arriva a dire che il “federalismo pentaleghista trasformerà in un inferno le regioni meridionali. Per garantire i servizi minimi lo Stato dovrà indebitarsi o tagliare. Mentre “le regioni del Nord si illudono di diventare tanti piccoli Stati e credono di trovare nuove risorse nel residuo fiscale, che però è un’entita che non esiste: dimenticano la spesa che lo Stato eroga a loro favore, per pagare gli interessi su un enorme debito pubblico”.




