TERAMO – “Sospendo la mia candidatura a presidente di Regione, perché non mi vogliono far fare i referendum sulla riduzione degli stipendi dei consiglieri regionali e sulla abolizione o accorpamento degli enti strumentali!”.
Questa la clamorosa decisione di Pio Rapagnà, almeno fino pochi giorni fa candidato governatore alle elezioni del 25 maggio, il primo a uscire con manifesti fin da fine 2013, appoggiato dal Comitato promotore dei referendum regionali sui costi e gli sprechi della politica, e dall’associazioni Città per vivere-Mia casa, di cui lo stesso Rapagnà è portavoce e principale attivista.
Con una nota stampa al vetriolo Rapagnà denuncia infatti che “L’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, con una procedura ‘non prevista’ dallo Statuto della Regione Abruzzo, si è rifiutato di ‘ricevere’ dalle mani dei promotori i quesiti dei referendum abrogativi e i rispettivi moduli da vidimare e da restituire ai promotori al fine di dare avvio alla raccolta delle 25.046 firme autenticate e certificate necessarie per presentare la richiesta di indizione degli stessi”.
Questo perché, spiega lo stesso Rapagnà, secondo l’Ufficio di presidenza “l’iniziativa referendaria non può essere esercitata nei 6 mesi precedenti la scadenza del Consiglio regionale e nei 6 mesi successivi alla elezione del Consiglio regionale”. Ovvero, tra le righe, un candiato non si può fare campagna elettorale prmuovendo prima delle elezioni un referendum dal forte connotato politico.
Per cercare di meglio comprendere l’articolata vicenda, AbruzzoWeb ha chiesto lumi al diretto interessato.
Pio Rapagnà, una decisione clamorosa la sua. Con tutti i candidati che sgomitano per entrare in lista lei si auto-sospende…
Sì, ma è stato inevitabile, ritengo che il presidente, Nazario Pagano, abbia commesso un abuso: da una parte dice che bisogna aspettare il parere del Collegio di garanzia statutaria. Ma poi anticipa il parere, affermando che sicuramente l’esercizio di una iniziativa referendaria è un istituto che ha una forte connotazione politica. In realtà lo Statuto della Regione Abruzzo impone il divieto non dell’iniziativa referendaria, ma solo dello svolgimento del referendum abrogativo nei 6 mesi antecedenti e in quelli successivi l’elezione del Consiglio regionale. E non ci sarebbe, aggiungo, nessuna incompatibilità nel mio essere da una parte cittadino che promuove un referendum, e dall’altra candidato presidente di Regione.
Quindi o c’è il via libera ai referendum o lei ritira la candidatura?
La mia candidatura è collegata a una lista referendaria, voglio andare in Consiglio perché è l’unico modo per far fare referendum in questa regione, dedicarmi esclusivamente alla battaglia referendaria per i prossimi 5 anni. Può essere infatti solo un consigliere regionale ad autenticare le firme, e dal 2006 nessun consigliere lo ha mai voluto fare. Non sono alla ricerca di una poltrona, sarei un voltagabbana a presentarmi presidente di una lista referendaria senza poter fare i referendum.
I tempi sono stretti, che cosa spera che accada?
Chiedo che il Consiglio si riunisca in seduta straordinaria prima del 25 aprile per prendere la giusta decisione. Non può essere il presidente Pagano a decidere che io non posso raccogliere le firme per un referendum e nello stesso tempo essere candidato presidente di regione. Mi sento vittima di un abuso.
Il referendum ‘congelato’non è il solo ostacolo, diciamo di principio, alla sua candidatura. Lei che corre con una lista che non è rappresentata in Consiglio regionale, e deve perciò raccogliere 7.000 firme, entro venerdi prossimo, 25 aprile, e con il ponte di Pasqua di mezzo. Potrà mai farcela?
Oramai è matematicamente impossibile riuscirci. Ma ci sarebbe un altra possibilità: essere adottato, per così dire, da uno dei 14 gruppi presenti in Consiglio regionale, che abbia caro il tema del referendum e della partecipazione. Sono fiducioso, ci stiamo lavorando, non posso dire con quali gruppi. Del resto, come si dice, se si è sinceri democratici, magari non condivido le tue idee, ma ma sono disposto a morire per consentirti di poterle esprimere.
Perché mai, però, le altre forze politiche e candidati dovrebbero gettare un zavorra di salvataggio a un candidato presidente avversario, che può rubare voti preziosi, e che per di più vuole ridurre gli stipendi dei futuri consiglieri regionali?
Beh, non voglio pensare che l’Abruzzo sia un Paese antidemocratico.
Facciamo questa ipotesi: il referendum viene affossato, ma Rapagnà riesce a trovare un gruppo che lo “adotta”, si candida, viene eletto, e poi in Consiglio fa la sua battaglia per modificare la legge referendaria, o anche per cercare di far approvare quelle riforme e quei tagli ai costi della politica, per i quali da anni si batte. Non sarebbe comunque uno scenario per lei auspicabile?
È uno scenario che non può verificarsi, perché non ci sarebbero i numeri in Consiglio per far passare certe cose. L’unica strada è imporre le riforme con il referendum. Le cose lì dentro da solo non le cambi, la mia candidatura e la mia campagna elettorale hanno un senso solo se ci sbloccano i referendum e ci fanno intanto raccogliere le firme. Quanti, in Consiglio, voterebbero una riduzione sostanziale delle indennità a 5 mila euro? O la soppressione di tutti gli enti strumentali a cui segua una riforma radicale degli stessi?
A proposito di costi della politica, le è stato parlamentare dal marzo 1992 al maggio 1994. Aveva più volte annunciato di negli anni scorsi di rinunciare al vitalizio, com’è è andata finire?
Di fatto ci sto rinunciando, percepisco da 5 anni un vitalizio di circa 2 mila euro al mese e lo sto impiegando fino all’ultimo centesimo per le battaglie politiche dell’associazione Mia casa e Città per vivere.
Ora però la sua battaglia rischia di subire un durissimo stop, un bella delusione, non trova?
Sì, una bella delusione, in Abruzzo ognuno si sistema le cose per il proprio tornaconto. E io sto trovando poca solidarietà, c’è davvoro poca società civile.




