SULMONA – Nelle fila del clan camorristico Moccia è stato uno dei “soldati” nella guerra tra le organizzazioni della Nuova famiglia e della Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. È stato condannato per omicidio volontario, estorsione e altri reati, ha scontato una ventina d’anni di carcere ed è ancora detenuto a Sulmona (L’Aquila).

Ma ora rischia la vita, Gennaro Tuccillo, 56 anni, gravemente malato e secondo i medici in pericolo di morte, e la figlia Teresa, in una lettera, chiede velocità alla giustizia nel valutare le condizioni di salute del padre, costretto all’ossigenoterapia, e nel sentenziare sulla richiesta di sospensione della pena inoltrata attraverso i propri avvocati.

E se non avranno risposte, secondo quanto si apprende non sono escluse forte forti di protesta presso gli uffici giudiziari aquilani che devono occuparsi della vicenda.

La donna, infatti, è disperata. “Più malata di lui vi è la giustizia, quella assopita, quella indifferente, quella disumana – scrive Teresa Tuccillo – Temo che mio padre morirà nelle mani dello Stato, di quello Stato che avrebbe dovuto punirlo per i reati commessi, ma anche curarlo”.

In cella dagli anni Ottanta, nel 2006 l’uomo ha finito di scontare la sua pena, 30 anni ovvero il massimo concedibile a parte l’ergastolo, contando anche alcuni benefìci tra indulto e liberazione anticipata.

Ma nel 2011 la procura generale di Napoli ha ritenuto che una parte dei suoi reati andasse inserita in un nuovo cumulo di pene e ha disposto un’ulteriore prigionia fino al 2025. Su questo c’è stata opposizione dei difensori che stanno ancora lottando.

A raccontare il fatto ad AbruzzoWeb c’è anche il legale Dario Vannetiello del foro di Napoli, che difende l’uomo insieme a Domenico Buonincontro del foro di Nola.

“Abbiamo chiesto la sospensione dell’esecuzione della pena, che potrà poi riprendere quando si sarà curato – spiega – Il magistrato sta adottando dei provvedimenti interlocutori, ha chiesto informazioni ai carabinieri e alla questura di Afragola circa la pericolosità del soggetto, che sta scontando la pena dopo essere stato arrestato il 2 giugno 2011”.

Per il legale, Tuccillo “deve vere la possibilità di curarsi, laddove non è possibile in stato di detenzione, altre cure devono essere garantite. Era stato disposto il ricovero al Cardarelli di Napoli – ricorda – ma la struttura ha riferito di non essere in grado di ricevere un degente in stato di detenzione, perché avrebbe necessità di essere piantonato. I familiari vorrebbero portarlo in una struttura adeguata in Francia”. (alb.or.)

LA LETTERA COMPLETA

Sono Tuccillo Teresa, figlia di Tuccillo Gennaro, di 56 anni, attualmente detenuto presso la casa di reclusione di Sulmona e gravemente malato.

Ma più malata di lui vi è la giustizia, quella assopita, quella indifferente, quella disumana. Temo che mio padre Tuccillo Gennaro morirà nelle mani dello Stato, di quello Stato che avrebbe dovuto punirlo per i reati commessi, ma anche curarlo.

Perché mio padre è gravemente malato, oltre a essere affetto da epatite C cronica evolutiva, calcolosi colecistica, parocele derivante da ingravescenza di ernia addominale, diabete mellito 2, varici esofagee con altissimo rischio di emoraggie interne, è affetto da cirrosi epatica con asciti, stato cancerogeno con elevatissima probabilità di morte (come diagnosticato da tutti i medici che fino ad ora si sono occupati di lui).

Mio padre non deve stare in carcere perché non può rimanervi ancora. Lo hanno detto i sanitari della casa di reclusione di Sulmona. Non sono praticabili adeguate cure presso la casa di reclusione e il dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, considerato che anche nella rete carceraria, con riferimento alle specifiche patologie, non esistono istituti caratterizzati dalle condizioni atte a rendere compatibile il regime detentivo con lo stato di salute di mio padre, ne ha disposto il trasferimento presso l’Ospedale civile di L’Aquila.

Lo hanno detto i medici dell’ospedale civile di Sulmona, che non è in grado di assicurare la dovuta assistenza sanitaria.

Lo hanno rappresentato i legali con istanze rivolte all’ufficio di Sorveglianza di L’Aquila di ricovero urgente presso strutture altamente specializzate, nonché con istanze di differimento pena con procedura d’urgenza e, poi, di sospensione della esecuzione della pena.

Però, tutte le istanze difensive e tutti i solleciti per la decisione urgentissima rivolti all’ufficio di Sorveglianza di L’Aquila – dott. Grimaldi, magistrato assegnatario attualmente in ferie, sostituito dalla dott.ssa Serafini, dopo oltre 10 giorni, non sono state ancora decise.

La mancata decisione nonostante i medici abbiano relazionato al magistrato di sorveglianza che mio padre Tuccillo Gennaro è a rischio di morte improvvisa a breve termine e che è persino peggiorato.

È sconfortante la mancanza di scrupolo, la mancanza di umanità con cui l’ufficio di Sorveglianza di L’Aquila omette di valutare con urgenza le istanze. Mio padre, in questo momento, è condannato a morire.

Tante volte, seguendo la cronaca, in casi simili ho pensato: “Se succedesse a me farei l’impossibile, protesterei, mi incatenerei”.

Adesso che, invece, sono coinvolta io in prima persona, avverto forte il senso di impotenza, il senso di abbandono da parte delle istituzioni, della Giustizia che agisce con la indifferenza, senza umanità.

Questo è un ulteriore tentativo affinché sia consentito a mio padre di lasciare il carcere e di curarsi alleviando i dolori di morte che lo affliggono.

Spero che questo mio disperato appello venga raccolto e che riuscirà a placare la rabbia di ingiustizia. Voglio solo esprimere pacificamente il mio dolore per evitare che, in futuro, si verifichino altri casi del genere.