L’AQUILA – “Ormai siamo legati mani e piedi ai meccanismi del Recovery Fund e anche del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), meccanismi di finanziamento che l’Italia pagherà a caro prezzo”. A parlare è Fiammetta Salmoni, professore di Diritto Costituzionale all’Università “Guglielmo Marconi” di Roma, autrice di un saggio, pubblicato recentemente, dal titolo Recovery fund, condizionalità e debito pubblico. La grande illusione (Cedam).

Saggio che di fatto smonta, col “bisturi”, la retorica da “luna di miele” di cui c’è evidente traccia in grossi pezzi di politica nazionale e anche in larga parte della politica abruzzese, sulle caratteristiche “salvifiche” del Recovery Fund da circa 750 miliardi, “la misura anticrisi eccezionale ed una tantum, che dovrebbe consentire all’Unione di supportare quegli Stati che più hanno pagato il prezzo della diffusione del Covid-19, tra cui l’Italia”, come da secca definizione della stessa autrice.

“Durante il primo lockdown – racconta Salmoni ad AbruzzoWeb – mentre mi occupavo della questione del Meccanismo europeo di stabilità (Mes, ndr), è saltata fuori la ‘storia’ del Recovery Fund a cui si stava pensando in sede di Unione Europea per affrontare la crisi economica causata dal Covid-19. Così mi sono messa a studiare tutta la questione. E le problematiche sono emerse subito”.

“Problematiche di cui sostanzialmente non si parlava quasi mai pubblicamente – continua – perché la narrativa dominante puntava soltanto alla ‘svolta’ dell’Unione Europea, all’abbandono del dogma neoliberista e dell’austerità, ma le norme che mi sono trovata di fronte, tra regolamenti dell’Unione, varie comunicazioni della Commissione europea, risoluzioni del Parlamento europeo, eccetera, dicevano altro. Da giurista, in pratica, ho capito che le cose non erano e non sono affatto buone come si pensa generalmente e che il Recovery Fund, di fatto, contiene molte insidie per la nostra economia”.

“Quando ho cominciato a capire che si tratta di uno strumento dannoso più di quanto ci stessero dicendo? Nel momento in cui ho visto che le cosiddette sovvenzioni a fondo perduto in realtà non lo sono affatto, perché vengono restituite all’Unione Europea attraverso i trasferimenti delle risorse proprie, cosa che fanno sempre gli Stati membri per finanziare il bilancio dell’Unione. Insomma, oltre ai prestiti, anche le sovvenzioni a fondo perduto vanno restituite”, prosegue la docente.

“Inoltre, sono state introdotte alcune ‘nuove’ risorse proprie che devono adottare gli Stati membri – spiega ancora Salmoni – come ad esempio l’imposta sulla plastica, che di fatto è una imposta indiretta. Con la modifica della Decisione sulle risorse proprie sono molte le nuove imposte (per lo più) indirette che l’Italia dovrà adottare e che pagheremo tutti noi, in spregio al principio della progressività della tassazione sancito dalla nostra Costituzione. E poi, circa il quattro per cento di questi soldi incassati dall’erario, dovrà essere ‘girato’ al bilancio dell’Unione europea per coprire i circa 750 miliardi del Recovery Fund”.

“Alla fine di tutto questo ‘film’, all’Italia, in tasca – mette in guardia, a questo punto, la giurista – su circa 200 miliardi, ce ne resteranno circa 4 l’anno fino al 2027, con pochissime risorse destinate a sanità e scuola. E quando rientrerà in vigore il Patto di stabilità e crescita, per ora sospeso, saranno guai ancora più seri, visto che dovremo rientrare nel 3 per cento del rapporto deficit/pil e nel 60 per cento del rapporto debito/pil alla svelta. Sono parametri che, ci è stato detto chiaramente da rappresentanti di altri Paesi (come Germania, Olanda, Lettonia), non cambieranno, anche perché per cambiare quei parametri c’è bisogno dell’unanimità degli Stati membri. Insomma, il rischio che l’Unione torni ad adottare politiche di austerity è davvero molto alto. Ci siamo infilati in un guaio enorme, speriamo che almeno con quei pochi soldi che avremo a disposizione riusciremo a fare qualcosa di buono. Al netto delle condizionalità, cioè l’obbligo di fare le riforme che ‘ci chiede l’Europa’”.

“L’unica speranza”, per la professoressa Salmoni, “è che cambino profondamente le regole del Patto di stabilità e crescita. Di recente ho letto diverse proposte di riforma di quelle regole. Su tutte, svetta quella dei consiglieri economici di Draghi e Macron, che l’hanno già ‘beatificata’ con un endorsment sul Financial Times. A me però anche questa proposta non sembra granché per il nostro Paese, anche se ora tutti la stanno magnificando. In pratica si propone di istituire un’Agenzia europea debito, che, dicono, potrebbe essere lo stesso Mes. Ma questo significa che questa specie di super banca esterna al circuito europeo cacciata dalla porta rientrerà dalla finestra”.

“Se questa proposta passasse diventeremmo debitori nei confronti del Mes, cioè il salto nel buio che non avremmo mai voluto fare. Draghi e Macron sono favorevoli a questo scenario. Per l’Italia, però, c’è il rischio di finire come la Grecia. Al di là di qualche elemento positivo, come quello di rendere ‘perpetuo’ il debito che finirà nella pancia di questa Agenzia, che potrebbe essere una buona soluzione, ci sono poi altri elementi più squisitamente economici sui quali molti importanti studiosi stanno già manifestando le loro perplessità”, dice ancora la docente.

“E attenzione al resto – conclude –. Oggi noi dipendiamo dalla Banca centrale europea, che ha acquistato un’enorme quantità dei nostri Titoli di Stato con il Pandemic emergency purchase programme (Pepp, il Programma di acquisto per l’emergenza pandemica, ndr), cosa fatta anche nel passato con le varie operazioni non convenzionali. Se però il debito degli Stati passa dalla Bce a questa Agenzia e voglio escludere che si tratti del Mes perché, come ho detto, sarebbe una follia, la composizione di questo debito sarebbe molto squilibrata in favore di quelli più indebitati e questo non solo non è consentito dai Trattati, ma siamo davvero sicuri che i Paesi che si considerano più virtuosi abbiano voglia di aiutare gli Stati giudicati ‘spendaccioni’? Io non ne sono affatto sicura. E credo che non ci voglia un genio per giungere alle mie stesse conclusioni”.