TERAMO – Il diritto di partorire e di nascere ad Atri, antica città ducale che domina le colline teramane, orgogliosa dei suoi tesori architettonici al pari del suo ospedale.
Il sindaco, Gabriele Astolfi, i cittadini, con in prima fila quelli del comitato “San Liberatore non si tocca”, con questa consapevolezza vivono ore di attesa per il pronunciamento del Tribunale amministrativo regionale, previsto per oggi, sul ricorso da loro presentato contro la chiusura del Punto nascita.
La chiusura, che fa seguito a quella già avvenuta di Ortona (Chieti), è stata fissata al 1° novembre dalla delibera numero 855 dello scorso 29 giugno della Asl di Teramo, che ha fatto seguito ai decreti del commissario ad acta e presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, a loro volta, di fatto, imposti dal ministero della Sanità alla Regione come condizione di uscita dal commissariamento.
Seguiranno la chiusura del punto nascita di Penne (Pescara), il 15 novembre, e poi, a data ancora da destinarsi, quello di Sulmona (L’Aquila).
Il motivo sempre lo stesso: sono punti nascita ritenuti non sicuri perché si effettuano meno di 500 parti l’anno e allora è meglio metterli in rete, potenziando il servizio di trasporto assistito delle partorienti (Stam), e il trasporto di emergenza neonatale (Sten), verso altri punti nascita vicini, nel caso di Atri quelli di Teramo e Pescara.
E simili, se non identiche, solo le ragioni del no di Atri rispetto a quelli degli altri punti nascita. Ragioni che sono al centro del ricorso al Tar e delle arringhe che ha preparato l’avvocato Carlo Scarpantoni del foro di Teramo.
A ricordarle ad AbruzzoWeb è lo stesso sindaco Astolfi.
“Sono fiducioso in una sentenza favorevole – premette – perché esibiamo dati di fatto che smentiscono l’essenza del provvedimento di chiusura. Prima di tutto non è vero che al punto nascite di Atri si effettuano meno di 500 parti l’anno. Nel 2014, i dati non sono opinabili, si è superata quota 500, e lo stesso avverrà nel 2015, visto che al rilevamento di metà agosto siamo a già questa 310, più del 2014”.
“C’è, poi, la questione della conformazione del nostro territorio – prosegue Astolfi – La sicurezza e la velocità da garantire al trasporto in autoambulanza ai punti nascita di Pescara e Teramo: i tempi di percorrenza sono eccessivi, in entrambi i casi intorno ai 40 minuti, e soprattutto voglio ricordare che le nostre strade provinciali sono in parte significativa dissestate a causa di frane e smottamenti, e sono strade che collegano Atri con Pescara e Teramo”.
Secondo il primo cittadino, “a risultare penalizzato sarà anche l’entroterra teramano che, fino a oggi, ha avuto come punto di ferimento il centro nascite di Atri: molti paesi della Val Vibrata e della Val Vomano, infatti, sui allontaneranno anche di 30 minuti di tempo percorrenza dal più vicino centro nascita”.
Ad Atri al posto del punto nascita la Asl di Teramo farà stazionare in ospedale due nuove autoambulanze, una per il trasporto delle partorienti, un’altra per gli interventi di emergenza. Non è previsto l’elisoccorso.
“Terzo argomento che abbiamo sottoposto al vaglio dei giudici amministrativi – è ancora il sidaco a parlare – è che tutti gli indicatori confermano che il punto nascite di Atri è sicuro, visto che la mortalità neonatale in questi ultimi anni è al di sotto delle medie regionali e nazionali. È, anzi, un reparto modello, con due sale travaglio, una sala parto dedicata, servizio h24 con anestesia, 18 tra medici, ostetriche e infermiere di grande esperienza e affidabilità”.
Ad Atri come a Ortona, infine, ci si lamenta perché i potenziamenti degli ospedali che dovranno accogliere le partorienti ancora non sono stati predisposti.
“In vista della chiusura del punto nascite di Atri – protesta il sindaco – era previsto l’ampliamento del punto nascita di Teramo, che dovrà accogliere oltre 500 partorienti in più all’anno. Il che significa più macchinari, nuovi locali e sale parto. Non mi risulta che i lavori siano cominciati e mi sembra molto improbabile che tutto possa essere pronto entro il 1° novembre”.
L’amministratore, infine, aggiunge che se si dovesse perdere il ricorso “si andrà avanti con un appello al Consiglio di Stato”. Ma a quel punto il decreto di chiusura sarà già stato applicato, e tornare indietro sarebbe molto difficile.



