L’AQUILA – Terza udienza del processo alla commissione Grandi rischi, organo consultivo della presidenza del Consiglio accusato di aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 309 persone.

Davanti al giudice Marco Billi oggi si sono presentati tre dei sette imputati: a Bernardo De Bernardinis, che non ha mancato un’udienza fin qua, e a Mauro Dolce, presente alla seconda, si è aggiunto anche Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

Tre i punti di discussione nella prima parte del process: l’ammissione delle prove, con contestazioni in particolare sul film Draquila di Sabina Guzzanti, la trascrizione dei dvd dei telegiornali pre e post 6 aprile 2009 chiesta dall’avvocatura dello Stato e l’autorizzazione di operatori tv e fotografi a girare per l’aula durante il dibattimento.

Il giudice Billi si è chiuso in camera di consiglio per decidere sulle istanze. Dopo lunga riflessione, alla fine ha ammesso tutte le prove, negato le trascrizioni dei dvd, ammesso Draquila solo nella parte dell’intervista relativa a Enzo Boschi e deciso una postazione fissa per gli operatori e i fotografi.

Con l’ascolto dell’ispettore superiore di polizia giudiziaria Lorenzo Cavallo è cominciato l’esame dei testimoni. A seguire, il medico del 118 Giuseppe Calvisi, che ha constatato la morte di circa 250 delle 309 vittime, e i familiari di vittime del sisma: Franca Giallonardo, Linda Giugno e Massimo Cinque.

Al termine di quest’ultima testimonianza, il giudice Billi ha rinviato l’udienza. Appuntamenti già calendarizzati, sabato 22 e sabato 29 ottobre.

LE TESTIMONIANZE: ”CI HANNO RASSICURATO, ERAVAMO TRANQUILLI”

“Vai tranquillamente a dormire, stai tranquilla, ci vediamo domani mattina”.

Silenzio assoluto nell’aula C del tribunale dell’Aquila mentre la testimone Linda Giugno ricorda le ultime parole che ha sentito dal fratello prima che la scossa delle 3.32 lo portasse via assieme alla moglie e alla figlia che quest’ultima aspettava.

Sono le prime, drammatiche testimonianze dell’udienza del processo alla commissione Grandi rischi, l’organo consultivo della presidenza del Consiglio accusato in blocco di aver falsamente rassicurato gli aquilani causando 309 vittime nel sisma.

Dopo lo smaltimento delle procedure iniziali, oggi il processo è entrato nel vivo con i primi interrogatori.

I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio hanno ascoltato tecnici che hanno operato nelle prime ore del sisma e parenti delle vittime per dimostrare che le risultanze della riunione del 31 marzo, una settimana prima del sisma, hanno indotto la popolazione a sottovalutare il rischio sismico che c’era.

La Giugno nel sisma ha perso il fratello Luigi, forestale. Dalla testimonianza è emerso un diverso atteggiamento nei dialoghi dei due fratelli: dopo la scossa 4.1 del 30 marzo, “mi disse ‘l’importante è che rimanete in giro’”, ha raccontato la donna, mentre dopo la prima del 5 aprile: “Eravamo stati tutti rassicurati – ha dichiarato – compreso mio fratello. Se c’era qualcosa che non andava era in grado di saperlo prima di altri, sicuramente prima di me. In quel periodo si parlava sicuramente di terremoto. Io non avevo sentito informazioni, ma lui le aveva apprese”.

Su domanda dell’avvocato di parte civile Maria Teresa Di Rocco, Linda Giugno ha specificato che “siamo stati rassicurati, mi disse ‘terremoti più forti sicuramente non ci saranno, è inutile che scappiamo a destra e sinistra’. Mi ha preso pure in giro”.

Altra familiare di vittime ascoltata Franca Giallonardo, che nel sisma ha perso entrambi i genitori nel crollo di un edificio in via Campo di Fossa.

“Stavano tranquilli – ha ricordato – perché abitavano in un palazzo di cemento armato ed erano stati rassicurati dai media. Rassicurazioni c’erano in continuazione, dicevano che bisognava stare tranquilli, che lo scarico di gas non avrebbe consentito una scossa. Parlando di esperti, mio padre si riferiva alla commissione Grandi rischi, a chi registrava le scosse, a chi era del settore”.

Su questa testimonianza c’è stata contestazione da parte delle difese dei sette imputati del processo, perché durante il primo colloquio con la polizia giudiziaria la Giallonardo è stata ascoltata in contemporanea al fratello.

A riaccendere i ricordi dolorosi delle prime ore dei soccorsi dopo il sisma è stata la drammatica testimonianza quella di Giuseppe Calvisi, medico del 118 che dal 6 aprile ha lavorato dalle 6 del mattino fino alle 4 di quello successivo, facendo l’esame esterno per scoprire le cause della morte su circa 250 delle 309 vittime della tragedia.

Il medico ha ricordato che “intorno alle 7 del mattino c’erano 15-20 morti, dovevamo trovare un luogo idoneo. Siamo andati ai poliambulatori dell’ospedale San Salvatore al piano terra, chiudendo le finestre. Non c’erano le barelle – ha aggiunto – i cadaveri li dovevamo mettere sul pavimento. Verso le 16 le stanze erano piene, così è arrivato l’ordine di trasferirci alla rimessa dela Guardia di finanza, in una struttura che aveva tenuta sismica. Lì abbiamo messo i cadaveri e siamo andati avanti. Ogni 10 minuti c’erano nuovi terremoti e si muoveva la struttura”.

A Calvisi è stato chiesto dal pm perché abbia fatto un esame esterno e non l’autopsia. “Lì non era possibile – ha risposto – ci sarebbe voluta un’equipe di medici e locali attrezzati. A mio modo di vedere, comunque, l’autopsia ci poteva dire se qualche paziente avesse patologie, ma per le cause di morte non era indispensabile”.

La prima testimonianza è stata quella dell’ispettore superiore di polizia giudiziaria, Lorenzo Cavallo, che ha ripercorso tutte le tappe delle indagini svelando la genesi dell’inchiesta che ha portato a questo processo. “Nell’agosto 2009 – ha ricordato – l’avvocato Antonio Valentini ha presentato il primo di una serie di esposti, paventando responsabilità della commissione. Per noi erano una nuova attività, ne sono seguite altre, dal 17 agosto 2009 fino al febbraio 2010. Il dato che ha colpito l’attenzione è che le persone presentavano dati concordanti l’una all’insaputa delle altre”.

Anche Massimo Cinque, medico dell’ospedale di Sulmona (L’Aquila), che nel sisma ha perso due figli, Matteo di 9 anni e Davide di 11, e la moglie, Daniela Visione, ha calcato forte sulle rassicurazioni.

“Ero di servizio – ha ricordato – mia moglie mi telefonò dopo la scossa delle 23. Eravamo stati rassicurati, più la scossa scaricava e meglio era, perciò le ho detto stai tranquilla, magari dormite nel lettone tutti insieme. Così li ho trovati, abbracciati tutti e tre”.

Aggiungendo che la moglie “concordò sul restare in casa”, Cinque ha sottolineato che “c’era stato un cambiamento netto di atteggiamento rispetto a prima. Ricordo distintamente che mio figlio ha sentito dire in televisione state tranquilli, bevete un bicchiere di Montepulciano (frase pronunciata da Bernardo De Bernardinis, ndr). E lui, con l’innocenza di un bambino, ha detto alla nonna, mia madre, perché dovremmo bere un bicchiere di vino? Ci dobbiamo ubriacare, dobbiamo brindare?”.

L’UDIENZA

CONTESTATO DRAQUILA

L’avvocato dello Stato, Carlo Sica, ha chiesto in avvio di udienzs l’inammissibilità di alcune prove, tra cui il film Draquila di Sabina Guzzanti: “Non ne abbiamo potuto avere copia, non è riproducibile, è un film e come tale non riproduce fatti ma al più presenta fatti che sono stati direi manipolati in senso buono dal regista. Oltretutto la posizione della regista è un fatto notorio e non può essere accettata”.

Il pubblico ministero Fabio Picuti ha replicato chiedendo l’ammissione del film “perché contiene dichiarazioni di Enzo Boschi assolutamente rilevanti”, come ricordato dalla stessa regista, intervistata da AbruzzoWeb al termine della scorsa udienza. “Nemmeno me lo sogno che l’opinione della Guzzanti sia prova della colpevolezza degli imputati”, ha detto.

Su quell’intervista lo stesso Boschi, presente in aula, ha borbottato: “Quell’intervista è durata quattro ore e ce n’è solo un piccolo pezzo”.

Altre prove prodotte dalle parti civili sono state contestate dalle difese.

LA RICHIESTA DI TRASCRIZIONE DEI DVD

Quanto ai dieci dvd con trascrizioni dei telegiornali e trasmissioni tv, l’avvocato Sica ha annunciato di chiedere “la perizia sotto forma di trascrizione. La quantità di queste dichiarazioni – ha motivato – è tale da non consentire di imparare a memoria, ce ne sono alcuni di tg dedicati tutti all’evento con mezz’ora di trasmissione”.

Secondo Sica, “le trascrizioni devono precedere l’esame testimoniale. Nel condurre il controesame – ha detto al giudice – la difesa e il responsabile civile devono sapere con certezza cosa hanno detto gli imputati, soprattutto in quello snodo rilevante del processo”.

Il pm Picuti si è detto d’accordo alla richiesta di trascrivere le dichiarazioni, aggiungendo però che si possono ascoltare prima delle trascrizioni i testimoni di tipo tecnico: esponenti della polizia giudiziaria e medici legali.

LA ”CROCIATA” CONTRO LE TELEVISIONI

Sica ha poi avviato un altro fronte di discussione. “Sono contrario alla presenza di operatori e fotografi tranne che per le parti del processo che avranno rilevanza sociale, come quando si parlerà di prevedibilità dei terremoti. Il processo non deve diventare un reality show”, ha tuonato l’avvocato dello Stato.

D’accordo l’avvocato Francesco Petrelli, legale di Franco Barberi: “I mezzi televisivi – ha affermato – sono stati usati con una certa invadenza, tanto che il giudice è dovuto intervenire per evitare che una telecamera sbirciasse nel suo computer mentre scriveva un’ordinanza (nella seconda udienza, ndr). Posizione ribadita anche da altri avvocati della difesa, come Filippo Dinacci (che assiste Mauro Dolce) e altri, che hanno chiesto di “imporre quantomeno una postazione fissa per non incidere sul comportamento delle parti”.

La richiesta delle difese è di evitare che grazie alle riprese tv testi ascoltino testimonianze di altri testi, violando il codice. “L’udienza è pubblica, non si può evitare”, ha ribadito il pm che, però, ha proposto due “temperamenti”: “Chiedere il consenso alla persona ripresa e una postazione fissa”.

LE DECISIONI DI BILLI

Il giudice Billi ha ammesso tutti i testimoni e le prove, tranne una lettera anonima che non appare acquisibile, ma che rientrerà dalla finestra perché sarà esibita ascoltando quel testimone.

Alcune sentenze di Cassazione prodotte come prove sono state ritenute ammissibili così come altri documenti, come anche verbali di sopralluoghi, riprese filmate e fotografie dello stato dei luoghi.

Sulla questione delle trascrizioni, Billi ha deciso che la produzione sotto forma di dvd è ammissibile, perché il loro contenuto è “immediatamente consultabile”, e che quindi non è necessaria una trascrizione cartacea come chiesto dall’avvocato di Stato e in parte dal pm.

Quanto al film Draquila, il giudice lo ha ammesso limitatamente all’intervista dellì’imputato Boschi, un passaggio che la stessa regista ritiene “fondamentale”.

Nell’ambito dei video, il giudice ha ritenuto non ammissibili tutte le dichiarazioni di soggetti indicati come testimoni.

Infine, su operatori e fotografi, Billi ha stabilito una postazione fissa alla sua destra, vicino ai banchi dell’accusa (“Vedete di entrarci!”, ha intimato), e previsto che testi, parti, avvocati e chiunque altro possano decidere di essere ripresi o meno.

GLI IMPUTATI

Gli imputati sono Franco Barberi, presidente vicario della commissione Grandi Rischi, Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Universita’ di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.

I capi di imputazione per tutti sono di omicidio colposo, lesioni personali colpose e cooperazione nel delitto colposo.

BOSCHI: ”PROTEZIONE CIVILE LA FANNO GLI ENTI LOCALI”

“Ci sono gli assessori comunale, provinciale e regionale che gestiscono localmente il sistema della protezione civile. La commissione Grandi rischi deve soltanto riferire e io non ho nessun potere operativo”.

Lo ha detto l’ex presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), Enzo Boschi, componente della commissione sotto processo al tribunale dell’Aquila, chiamando in causa le istituzioni locali nella fase di prevenzione prima del terremoto del 6 aprile 2009.

Boschi, alla prima presenza in aula nel processo che lo vede imputato assieme ad altri sei componenti dell’organo consultivo di palazzo Chigi, ha parlato con i cronisti fuori dall’aula C del tribunale del capoluogo durante la pausa dell’udienza per la camera di consiglio decisa dal giudice Marco Billi.

Inizialmente restio a rilasciare dichiarazioni (“ho deciso che non mi occupo più di terremoti, parlate con l’avvocato Melandri”), alla fine lo scienziato si è sbottonato, improvvisando una sorta di conferenza stampa che ha avuto anche momenti di vivaci scambi di opinioni.

Boschi ha ammesso che “la commissione avrebbe dovuto indicare misure di prevenzione”, ma ha anche sottolineato che “la popolazione avrebbe già dovuto saperle. Delle istituzioni locali nessuno mi ha chiesto niente, solo la Stati (Daniela, all’epoca assessore regionale alla Protezione civile, ndr) voleva sapere se era possibile prevedere i terremoti”.

“La protezione civile – ha ribadito nuovamente Boschi – è un problema locale, è la comunità che lo deve risolvere. Sindaci e comunità locali provvedono autonomamente: nel paese dove vivo in Emilia, a Tredozio, c’è la festa della Protezione civile. Quando c’è stata una sequenza sismica in 24 ore un ospedale pericolante era evacuato e alcune tende già montate”.

Rievocando la riunione del 31 marzo per le cui risultanze la Grandi rischi è finita sotto processo, lo studioso ha ribadito che “durò solo 45 minuti, mentre normalmente, quando si vogliono prendere decisioni, può durare anche ore. Quando seppi che Guido Bertolaso non sarebbe venuto me ne volevo andare”.

Interrogato dai cronisti sul perché abbia firmato il verbale del 31 marzo dopo il terremoto, Boschi ha risposto che “era la prima volta che mi capitava, ma quelle cose più o meno le avevo dette e alla riunione c’ero stato. Il verbale comunque lo considero irrilevante proprio perché fatto dopo il sisma”.

Sul processo in corso, Boschi ha affermato che “penso e spero di essere assolto e che con questo processo si capisca una volta per tutte che l’italia è ad altissimo rischio sismico, un rischio che viene da costruzioni pessime. Dall’Abruzzo fino alla Sicilia orientale – ha ribadito – si possono avere eventi di magnitudo 7. Da questo processo spero si risolva questo problema”.