L’AQUILA – “Sono convinto che Zingaretti vorrà voltare pagina, riaprire porte e finestre alla partecipazione e promuovere nuove alleanze capaci di configurare quel campo democratico, largo e plurale, che è necessario per tornare a vincere e non per perdere bene”.

Per Giovanni Legnini, già vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, che alle regionali abruzzesi del 10 febbraio scorso ha guidato quella coalizione progressista allargata alle realtà civiche che nelle ultime settimane è stata indicata a livello nazionale come modello da cui ripartire, in Abruzzo “ha vinto la Lega e non Marsilio“.

Quest’ultimo, senatore romano di Fratelli d’Italia, ha prevalso con il 48,03 per cento dei consensi, contro il 31,28 per cento di Legnini, la cui coalizione sta studiando anche un ricorso elettorale dal momento che si è vista assegnare cinque seggi in Consiglio regionale, a fronte dei 7 attribuiti al Movimento cinque stelle che ha ottenuto più di undici punti in meno (20,20%).

Pur rimarcando il carattere indipendente del suo profilo, non iscritto al Partito democratico, dal quale è formalmente fuori da anni, Legnini ha votato alle primarie che domenica hanno incoronato il governatore del Lazio nuovo segretario nazionale perché, dice in una lunga intervista ad AbruzzoWeb, “avere il principale partito di opposizione in buona salute è un interesse della democrazia italiana”. 

Esclude la candidatura alle europee, auspica che “cresca in ambito nazionale una nuova coalizione, quella che abbiamo tentato di prefigurare e appena avviato alle regionali abruzzesi” e fa osservare: “Il dato che di gran lunga mi conforta di più è quello della straordinaria partecipazione che avevamo già avvertito durante la campagna elettorale per le regionali quando registrammo una voglia di reazione e il desiderio di tornare a partecipare alle vicende politiche. Si tratta dunque, pur non essendo assimilabili le due consultazioni, di una tendenza che si manifesta in tutto il Paese in misura che nessuno aveva previsto”.

Eppure il popolo delle primarie si è quasi dimezzato rispetto al 2009 e anche alle elezioni regionali l’affluenza è stata bassa.

Sono dati non contestualizzati, non si possono prendere a base i tre milioni di elettori di dieci anni fa, ma occorre partire dal risultato dello scorso anno che con la più grave sconfitta dal dopoguerra ha segnato uno spartiacque per il centrosinistra e per il Pd. Da un anno si discute se fosse o meno ancora immaginabile un futuro per il centrosinistra oppure se fosse inevitabile un declino con  l’affermazione di un nuovo bipolarismo tra Lega e Cinque stelle che molti avevano preconizzato. Le regionali prima e poi le primarie hanno dimostrato che tali previsioni catastrofiche non erano fondate. Primarie e regionali sono vicende molto diverse ma vanno lette in questo contesto. L’obiettivo è ovviamente quello di tornare a vincere e non quello di perdere bene, ma qui era in gioco la necessità di dimostrare la capacità di tornare ad attrarre elettori da parte di una nuova alleanza alternativa ai populismi. Dunque, il bicchiere è mezzo pieno e non mezzo vuoto. Adesso va definitivamente riempito con il lavoro non semplice che ci attende. Ma da tali risultati oggi si riparte con la necessità di guardare avanti e non indietro.

Quindi farà parte di questo nuovo corso, a livello nazionale?

Ho messo a disposizione tutto me stesso nella competizione regionale e moltissime persone hanno fatto altrettanto. Intendo continuare a lavorare insieme a tanti altri per far crescere una nuova coalizione e un nuovo progetto di governo. Non ci sono modelli da esportare né dobbiamo coltivare la pretesa di farlo, ma per me si riparte dall’innovativa esperienza delle regionali abruzzesi. La cosa meno importante è cosa farò io. Mi interessa invece in quale direzione si muoverà la nostra regione e il nostro Paese .

Quale deve essere il modello, visto che sia quello dell’ampia coalizione stile Unione, sia quello del Pd autosufficiente sono stati sconfitti?

Bisogna superare con decisione entrambe quelle visioni, non si può riproporre l’Unione, “tutti dentro pur di vincere” e gli esiti li conosciamo, ma non si può riproporre neanche quella visione di autosufficienza che ha caratterizzato il Pd per una certa fase della sua storia. Occorre invece immaginare e realizzare un nuovo centrosinistra nel quale il Pd abbia un ruolo essenziale ma che sia capace di attrarre altre forze, movimenti civici, le migliori culture democratiche del nostro paese. Poiché siamo ancora agli inizi di un percorso, sono consapevole che ad oggi non c’è una risposta compiuta, si intravedono un orizzonte, valori, obiettivi programmatici e necessità di contrastare populismi, nazionalismi, culture del rancore e dell’odio, ma coalizione e progetto vanno strutturati declinandoli al presente e al futuro non guardando al passato. E ciò va fatto a partire dalle prossime elezioni europee. I mesi che abbiamo alle spalle sono serviti a stabilire se questi obiettivi si possono conseguire o no, e la risposta è si. Se la stessa domanda fosse stata formulata un anno o sei mesi fa, la risposta sarebbe stata quantomeno incerta.

Perché Salvini e la Lega vengono dipinti come pericolosi dal centrosinistra?

Ciò che costituisce un pericolo è la diffusione di una cultura dell’esclusione, del rancore, di una visione neonazionalista e populista. E il fatto che dentro tali indirizzi culturali rischiano, magari al di là delle intenzioni dei protagonisti politici, di crescere nuovi sentimenti razzisti e discriminatori, egoismi individuali e nazionali. Non sono Salvini o la Lega ad essere pericolosi, e lo dico pur essendo portatore di una visione politica molto distante da loro, ma lo sono le tendenze culturali e sociali che si vanno affermando e che fanno leva sulle loro posizioni politiche.

Come la si combatte?

Con la buona politica, con una visione inclusiva, solidaristica e che riponga al centro il tema del lavoro, della crescita sostenibile, della lotta alla povertà e del contrasto alle disuguaglianze, dell’innovazione, della ricerca; questi devono essere i grandi obiettivi delle culture progressiste e liberaldemocratiche, che vanno declinate con proposte che siano comprensibili e realizzabili.

Parliamo di regionali, si poteva fare di più?

Se avessimo avuto più tempo sicuramente sì, oggettivamente per chi come noi doveva varare una nuova alleanza, promuovere candidature nuove e per moltissime persone alla prima esperienza da candidati, avere solo tre o quattro settimane a disposizione ha rappresentato un limite. Alle condizioni date e nel contesto che abbiamo vissuto, di più non potevamo fare.

Ma le elezioni le ha vinte Marsilio o Salvini?

Mi sembra evidente quale sia stato il segno del risultato, è stata la Lega a trainare la vittoria, non è un caso che decine di migliaia di voti siano stati espressi solo per la Lega e senza preferenze. E d’altronde anche le cronache di questi giorni portano a dire che il partito dominante è la Lega e mi sembra che anche lo stallo nelle trattative per la formazione della giunta ne costituiscano una riprova.

Si candida alle europee?

Ho già detto che non vado alla ricerca di candidature, non ero alla ricerca prima delle regionali e non lo sono adesso. La mia volontà è solo di fare tutto ciò che è possibile per aiutare la mia regione e il nostro paese a ritrovare la via di una proposta democratica, capace di far tornare a crescere l’economia e l’occupazione e a contrastare le diseguaglianze e l’illegalità diffusa.

L’ex governatore D’Alfonso è stato un tabù durante l’intera campagna elettorale. Dopo il 10 febbraio lo ha sentito?

No, non l’ho sentito né prima né dopo.