L’AQUILA – Primo caso di dipendente delle Province abolite scelto a chiamata diretta tra 1.424 persone dalla Regione Abruzzo per inserirlo nei propri organici, un metodo discrezionale e poco ortodosso già portato alla luce da AbruzzoWeb, ed è subito polemica.

Si tratta dell’applicazione dell’accordo tra amministrazioni, prima smentito, poi di cui è stata ammessa l’esistenza ma con l’assicurazione che non sarebbe stato usato, e ora, invece, puntualmente impiegato, come denuncia il consigliere regionale di Forza Italia Mauro Febbo, presidente della commissione di vigilanza.

Quest’ultimo chiede, perciò, di revocare il patto, contenuto nella delibera di Giunta regionale che dispone “una collaborazione con finalità di reciproco interesse” tra Regione e Province, la numero 785 del 19 settembre scorso, per quella che Febbo definisce “palese e manifesta illegittimità della stessa”, anche alla luce appunto della “richiesta di trasferimento nominativa di un dipendente” dalla Provincia di Chieti al Genio civile che sarebbe stata fatta.

La legge di riordino, da poco approvata in Consiglio, lascia alle Province solo tre deleghe (viabilità, edilizia scolastica e ambiente e urbanistica), trasferendone una ventina alla Regione, e a sua volta la norma recepisce quanto stabilito dalla riforma Delrio che ha trasformato le Province in enti di secondo livello, imponendo anche una riduzione del 50 per cento del costo del personale, e dunque del loro numero, visto che si occuperanno d’ora in poi di poche funzioni.

La Regione è in attesa degli elenchi di dipendenti predisposti dalle amministrazioni provinciali, sulla carta in base a criteri oggettivi e, dunque, senza scorciatoie.

Ma resta tuttora in vigore il potere, quello di scegliere a piacimento, che le Province hanno offerto la Regione scavalcando le linee guida della legge di riordino e che farà molto comodo al presidente, Luciano D’Alfonso, secondo quanto appreso anche per arginare il possibile afflusso in massa di dipendenti provinciali legati a particolari blocchi di potere, segnatamente i “dipangrazios” legati ai due fratelli Gianni, direttore generale della Provincia dell’Aquila, e Giuseppe, presidente del Consiglio regionale.

In base all’accordo, come si legge nella delibera contestata, il direttore del dipartimento Risorse e organizzazione (ruolo a oggi ricoperto ad interim dal direttore generale, Cristina Gerardis) potrà “mirare” il dipendente giusto, formulando una “proposta motivata di assegnazione temporanea di personale, indicando nominativo, categoria e decorrenza dell’assegnazione ai presidenti della Province”, il tutto “a tempo pieno e per un periodo di dodici mesi, eventualmente prorogabili”.

Febbo ha inviato una nota al presidente del Consiglio regionale Di Pangrazio, al vice presidente della Giunta regionale, Giovanni Lolli, e alle organizzazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil e Ugl, sottolineando l’anomalia.

In relazione al primo trasferimento, di cui ha avuto contezza, Febbo chiede di sospenderlo in attesa che il presidente del Consiglio convochi con la massima urgenza la riunione dei capigruppo allargata alle organizzazioni sindacali.

Una riunione “nella quale esaminare la situazione, verificare gli eventuali sviluppi riferiti anche di altre professionalità nel reciproco interesse delle parti coinvolte da questa riforma”.

Commenta con parole di fuoco, Febbo, contro il governatore, paragonato all’autoritario presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

“Nonostante le rassicurazioni in Consiglio regionale e poi in conferenza dei capigruppo fornite dal vice presidente Lolli anche al presidente Di Pangrazio, che ci ha messo la faccia – sbotta – il nostro ‘Erdogan’ presidente continua con arroganza, pensando di essere impunito, a gestire a modo suo”.