PESCARA – Fingevano di essere impiegate del comune, dipendenti delle Poste, assistenti sociali, vecchie amiche di famiglia, addirittura medici, per intrufolarsi in casa di persone anziane e poi derubarle.
Di questo sono accusate le cinque donne nomadi che la squadra mobile di Pescara sta arrestando questa mattina in esecuzione di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari Guido Campli, su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica Valentina D’Agostino, titolare dell’inchiesta.
Le donne, già conosciute alle forze dell’ordine, sono accusate di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti in abitazione ai danni di persone anziane. Una di loro è ancora ricercata. Le indagini nei confronti dell’organizzazione hanno consentito di far luce su un giro di usura e su altri fatti di reato per cui e’ scattato l’arresto per un pluripregiudicato pescarese di 60 anni e per suo figlio, componenti dello stesso nucleo familiare delle cinque nomadi indagate.
I particolari dell’operazione sono stati resi noti nel corso di una conferenza stampa che il dirigente della mobile, Pierfrancesco Muriana, ha tenuto nella sala stampa della Questura di Pescara.
I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE
Le persone finite in manette all’alba di oggi sono: Nella Spinelli, 38 anni di Pescara; Giovina Spinelli (39) di Pescara; Elisa Spinelli (48) di Città Sant’Angelo (Pescara); Lucia Guarnieri (43) di Giulianova (Teramo); Loreta Spinelli (45) di Vasto (Chieti); Umberto Spinelli (60) di Pescara e Vincenzo Spinelli (36) di Pescara).
Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state emesse dal Gip di Pescara Guido Campli su richiesta del Sostituto Procuratore della Repubblica Valentina D’Agostino. Le indagini, avviate a seguito del preoccupante numero di furti in abitazione commessi da false assistenti sociali. Grazie a pedinamenti ed intercettazioni telefoniche ed ambientali, la Mobile di Pescara è riuscita a sgominare l’organizzazione di rom, responsabile anche di altri “colpi” nelle province di Campobasso, Benevento, Isernia, Foggia, Roma ed Ancona. Il denaro raccolto dalle donne della banda veniva utilizzato poi dal capofamiglia, Umberto Spinelli, per la concessione di prestiti a strozzo a diversi commercianti e artigiani in difficoltà.
Umberto Spinelli in una occasione, a fronte di un prestito di duemila euro, pretese dopo due mesi la restituzione di oltre novemila euro. Vincenzo Spinelli è invece stato arrestato per il reato di falso in atti destinati all’autorità giudiziaria, per aver concorso a far sì che venisse depositata presso il Tribunale di Pescara una dichiarazione fasulla sull’esistenza di un rapporto di lavoro.





