PESCARA – Sette autodemolitori sono stati sottoposti a sequestro preventivo questa mattina dai carabinieri del Noe di Pescara tra Abruzzo, Marche e Puglia.

A disporre il sequestro è stato il gip del Tribunale di Pescara, Luca De Ninis, su richiesta del pm Barbara Del Bono. Nell’ambito di questa inchiesta 13 persone sono state denunciate a piede libero per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito dei rifiuti perchè, in base a qanto emerso dalle indagini del Noe, simulavano la trasformazione dei rifiuti ferrosi in materia prima secondaria ma in realtà questo processo non avveniva nel rispetto della normativa.

Le indagini del Noe, coordinato da Fiorindo Basilico, sono partite nel 2008. 

I DETTAGLI DELL’OPERAZIONE

L’operazione, denominata “Emelie”, è stata coordinata dal sostituto procuratore Barbara Del Bono e dal Gip di Pescara Luca De Ninis; ha permesso di sgominare una organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non (prevalentemente rottami metallici). Tredici persone (11 persone fisiche e due società di persone) sono indagate per associazione a delinquere finalizzata alla commissione di più reati previsti dal testo unico ambientale, tra cui falso ideologico, truffa aggravata, evasione di dazi doganali, mediante false dichiarazioni. I profitti illeciti ammonterebbero ad oltre 700 mila euro.

L’inchiesta fu avviata nell’aprile del 2008 con il sequestro al porto canale di Pescara di 800 tonnellate di rifiuti all’interno della stiva della nave “Emelie”. In seguito i carabinieri sono riusciti ad individuare un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti speciali pericolosi e non, costituita in Abruzzo e ramificata in Puglia e Marche. Di fatto venivano movimentati rottami metallici verso acciaierie greche e turche. Fulcro delle attività illecite, presso cui confluivano tonnellate di rifiuti, erano quattro impianti di trattamento rifiuti di Chieti Scalo, Montesilvano (Pescara) e Fermo. Le strutture erano però prive di impianti idoni al recupero di rottami derivanti dalle demolizioni di veicoli fuori uso.

Il modus operandi consisteva nel simulato trattamento dei rifiuti e nella sistematica falsificazione dei documenti di trasporto e formulari di identificazione. Per anni così l’organizzazione, omettendo di bonificare e trattare i materiali ferrosi, ha ottenuto materia prima secondaria, con notevoli risparmi sui costi aziendali dovuti per il trattamento e per i mancati adeguamenti autorizzativi.

La ferraglia, di origine ignota, confluiva presso gli impianti e poi movimentata come materia prima secondaria, presso ditte compiacenti di San Vito Chietino (Chieti) e San Severo (Foggia), prima di arrivare presso i porti di Pescara e Ortona (Chieti) ed essere caricata sulla nave diretta in Albania.