PESCARA – I rappresentanti politici presenteranno un’interpellanza al governo finalizzata a dare un impulso definitivo alla soluzione delle problematiche relative al porto canale, specialmente sul dragaggio. Se non ci saranno risposte, il commissario al dragaggio Guerino Testa si dimetterà.

È quanto emerso dalla riunione convocata oggi proprio dal commissario Testa, alla presenza del presidente della Regione, Gianni Chiodi, del prefetto, Vincenzo D’Antuono, del sindaco di Pescara, Luigi Albore Mascia, del comandante della capitaneria di porto, Luciano Pozzolano, del direttore dell’Arta, Mario Amicone, del presidente del Consiglio regionale, Nazario Pagano, dei senatori Di Stefano, Andrea Pastore e Legnini, del deputato D’Incecco, di vari consiglieri regionali e provinciali tra cui Sospiri e Acerbo e dei rappresentanti degli operatori economici.

Dopo aver effettuato un’esaustiva cronistoria su tutto quello che è successo finora, il commissario al dragaggio ha dichiarato che “se entro quindici giorni il governo non dovesse fornire risposte eloquenti e definitive all’interpellanza, sarò pronto a presentare le dimissioni”.
 
Il presidente Chiodi ha poi affermato la necessità di istituire una commissione d’inchiesta per analizzare quanto accaduto, sia relativamente all’erronea progettazione della diga foranea, che comporta costi molto elevati per la manutenzione del porto, sia sull’iter procedurale per il dragaggio.

Il presidente della Regione ha inoltre evidenziato l’importanza di chiarire definitivamente la presenza o meno di elementi inquinanti nei sedimenti portuali, attestando piena fiducia al comportamento dell’Arta, “le cui competenze scientifiche non possono essere riconosciute in maniera alternata dalla procura”.

Chiodi ha ricordato, inoltre, che l’ultimo finanziamento per il porto di Pescara ha fatto capo alle risorse della Regione, anche se, essendo il porto di Pescara classificato come interesse nazionale, queste dovrebbero pervenire dal Ministero delle infrastrutture; per questo motivo, ha richiamato il governo alle sue responsabilità invitando tutti a fare fronte comune.

Il presidente ha infine affermato di aver contattato il suo collega presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, che ha rifiutato tassativamente l’ipotesi di trasferimento dei sedimenti in discariche venete.

La necessità di istituire una commissione d’inchiesta parlamentare e regionale è stata sottolineata anche dal senatore Andrea Pastore, che ha ricordato l’iter analogo che hanno subito, da parte della Procura, le operazioni di ripascimento per la riviera sud di Pescara.

Il senatore Di Stefano, invece, ha affermato che si farà carico con i colleghi parlamentari di rivedere e integrare l’interrogazione, rimanendo stupito del fatto che a oggi, dopo diversi mesi, non ancora si sappia cosa esattamente ci sia nei sedimenti, ma soprattutto il perché la procura si sia rivolta a un laboratorio privato e non pubblico.

Entro martedì il deputato d’Incecco e il senatore Pastore, con la collaborazione di tutti gli altri parlamentari, presenteranno l’interpellanza al governo.

LA STORIA

L’infinita diatriba sul dragaggio è cominciata il 20 settembre 2011, quando con il decreto del Ministero dell’ambiente si è consentito di realizzare le attività di dragaggio del porto canale di Pescara mediante sversamento in mare di circa 72 mila metri cubi di sedimenti.

Alla luce della conseguita autorizzazione, il commissario delegato con ordinanza n.3948 del 20 giugno 2011, Guerino Testa, ha proceduto per l’affidamento dei lavori di dragaggio, alla cui procedura selettiva hanno partecipato dodici ditte, risultando vincente la Gregolin Lavori Marittimi s.r.l di Venezia.

Dopo aver tenuto conto del piano di caratterizzazione redatto dall’Ispra, del conseguente campionamento effettuato dall’Arta sulla base delle indicazioni dell’Ispra e delle analisi dei campioni prelevati ed esaminati dall’Arta sempre sulla base del piano dell’Ispra, le operazioni di dragaggio sono iniziate il 12 dicembre del 2011.

Dopo sole due ore dall’inizio delle attività, il Gip del Tribunale dell’Aquila, nell’ambito del procedimento penale intrapreso a carico del RUP, del direttore dei lavori e del legale rappresentante della ditta appaltatrice, ha disposto il sequesto preventivo della draga.

Il procedimento penale è stato intrapreso ipotizzando a carico degli indagati il reato previsto dagli articoli 56 del codice penale e 260 del decreto legislativo 152 del 2006 (codice dell’ambiente), in quanto, nell’ambito delle operazioni di dragaggio, per conseguire un ingiusto profitto, si sarebbero accinti a intraprendere tali operazioni compiendo atti idonei e diretti a gestire abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti pericolosi, contaminati dalla presenza di DDt e di Naftalene.

Dopo che la Procura dell’Aquila ha avocato a sè la competenza, si è avvalsa dell’Indam srl, istituto privato accreditato per le analisi di materiale qualificabile come rifiuto, il quale è giunto alla conclusione che i 7 campioni analizzati su 53 erano contaminati da Naftalene e DDT e pertanto non sversabili in mare.

Il 14 dicembre del 2011, la ditta appaltatrice, con una nota, ha chiesto, alla luce del disposto sequestro e della forzosa inattività della draga, la sospensione dei lavori e ha riservato un’inchiesta risarcitoria provvisoriamente di circa 1 milione di euro; così, pochi giorni dopo, il direttore dei lavori ha disposto, di necessità, la sospensione delle operazioni.

Con provvedimento del 29 dicembre, il Tribunale del riesame dell’Aquila, su istanza della ditta Gregolin, ha annullato il provvedimento di sequestro del Gip, per i seguenti motivi: insussistenza della fattispecie criminosa; perchè “l’attività descritta nell’imputazione appare invece rientrare nella previsione dell’articolo 109 del TU, relativo all’immersione in mare di materiale derivante da attività di escavo”; perchè “dalle analisi chimiche dei sedimenti effettuato dal laboratorio accreditato Indam s.r.l., rinnovate su iniziativa degli investigatori, emerge che non tutto il materiale è inquinato da sostanza di cui sia vietato lo smaltimento in mare”.

Tuttavia, non avendo ricevuto indicazioni sull’alloggiamento dei sedimenti inizialmente prelevati, la draga carica è rimasta ormeggiata nel porto canale.

In questa fase nessuna Arta regionale e nessun altro soggetto competente contattato ha accettato di ripetere le analisi effettuate precedentemente dall’Arta e in contrasto con i risultati dell’Indam; solo l’Arta Marche, su sollecitazione di quella abruzzese, ha rieffettuato le analisi sul naftalene e il Ddt, confermando il risultato delle analisi dell’istituto abruzzese che escludevano la presenza di sedimenti inquinati.

L’Ispra stessa ha rifiutato di ripetere le analisi sui campioni conservati, assumendo la posizione di soggetto vigilante del rispetto delle prescrizioni in ordine alle attività di monitoraggio, accettando solamente di vagliare la correttezza formale delle procedure seguite dall’Arta Abruzzo e dall’Indam.

Il 16 gennaio la ditta appaltatrice, essendo ancora la draga ormeggiata in porto carica dei fanghi prelevati, ha convenuto che l’impossibilità di disporre liberamente dell’imbarcazione aveva determinato un danno stimpato di circa 560 mila euro per le sole spese vive, cui si sarebbero dovute aggiungere le spese necessarie al ripristino della funzionalità della draga.

Nella notte del 2 febbraio 2012, una mareggiata, facendo urtare la draga ancora ormeggiata nel porto canale e carica dei sedimenti prelevati contro la banchina, ha provocato un danneggiamento laterale dell’imbarcazione. Così il comandante della draga, pur avendo ricevuto una indicazione contraria della capitaneria di porto contattata, ha sversato i sedimenti in fiume, dove li aveva prelevati, avvalendosi della facoltà prevista dall’art.295 del codice navale, secondo cui al comandante della nave spetta in modo esclusivo la direzione della manovra e della navigazione.

Per questo motivo, la draga ha lasciato l’ormeggio e ha abbandonato il porto di Pescara per fare rientro in Veneto.

Dopo un susseguirsi di tavoli tecnici e riunioni che non hanno portato ad alcuna conclusione per via del rifiuto degli istituti statali di assumere precise decisioni sul problema e rinviando a una concorde decisione dei due laboratori Arta e Indam, di recente la questione è stata trasferita dal Ministero dell’ambiente alla Protezione civile, assicurando al commissario che si sarebbe trovato un sito fuori regione per scaricare il materiale prelevato dal fiume.

Purtroppo ciò non è avvenuto.