PESCARA – Stefano Benni ha regalato a Pescara un’ora e mezza di emozioni ed è il regalo più bello che si potesse fare a una città che sembra essere sempre più “affamata” di cultura.

Un Auditorium Petruzzi letteralmente gremito di gente ha accolto ieri lo scrittore bolognese.

Tra le poltroncine numerosi volti noti della città: politici, professionisti, commercianti e imprenditori che hanno contribuito alla realizzazione del Festival delle letterature, di cui l’incontro con Benni è stato l’evento inaugurale.

Accanto a loro un mare di persone che si sono sistemate in ogni angolo libero della sala, in piedi o sedute a terra, per godersi la preziosa presenza del celebre scrittore nel capoluogo adriatico.

Benni ha giocato con il suo pubblico. Tutta la platea ha partecipato all’altalena di emozioni proposta dallo scrittore, dondolando costantemente tra riflessione sulla sofferenza e brevi sprazzi di ilarità.

È stato un gioco nuovo per il pubblico dello scrittore. Chi attendeva il solito Benni, ironico e pungente, ha dovuto ridimensionare le sue aspettative. In La traccia dell’angelo, suo ultimo libro presentato ieri, parla di dolore, sofferenza e malattia. In questo libro non si ride e ben poco si è riso ieri alla presentazione del volume.

Il perché di questa svolta Benni lo spiega quando afferma di aver scritto il libro in un momento di sofferenza, “nonostante non si tratti di un libro autobiografico”, puntualizza.

Potrebbe sembrare strano che uno scrittore come Benni, tra l’altro non credente, abbia deciso di parlare proprio di angeli. “In realtà mi sono più simpatici i diavoli – afferma – però l’angelo a cui faccio riferimento non è l’angelo religioso, mi richiamo semplicemente al significato di annuncio. Quando stiamo male attendiamo sempre un angelo che ci annunci qualcosa”.

Un annuncio che purtroppo non arriva sempre, “per questo – afferma lo scrittore – dobbiamo essere pronti alla delusione”.

In un libro che parla di dolore Benni prende spunto dalla malattia per denunciare. Oggetto della sua denuncia sono le multinazionali del farmaco. “Curano le malattie ma ne creano altre – afferma – hanno interesse solo per il guadagno”.

Nell’altalena di Benni e del suo pubblico non si è parlato solo di malattia. Sono tanti i modi e i motivi di provare sofferenza e sono tanti i temi affrontati nel libro e nell’incontro di ieri.

Dal lavoro, o meglio dalla mancanza di lavoro, alla letteratura, fino ad arrivare a un accenno al suo rapporto con l’Abruzzo, legato alle origini molisane della madre e a un intrecciato e simpatico aneddoto sulla cicerchiata, dolce tipico della tradizione di entrambe le regioni.

Benni ha parlato e ha raccontato tanto di sé e del suo mondo. Naturalmente lo ha fatto nel modo a lui preferito, riportando esempi di vita vissuta da lui, più raramente, e da altri.

“Conosco tanti operai Fiat che sono stati licenziati – afferma – avete idea di cosa prova un operaio quando riceve una lettera di licenziamento?”. Una sola risposta: “Sofferenza”.

“Dalla sofferenza spesso nascono anche le opere”, afferma Benni, secondo cui chi ha provato sofferenza difficilmente potrà dimenticarla.

“Non si guarisce mai dalla propria ombra – spiega lo scrittore – al massimo le si affianca qualcosa di luminoso”.

Questo “qualcosa” è un chiaro accenno al suo prossimo libro in fase di stesura. “Sarà un’opera di felice invenzione – si lascia andare – ma non vi dirò più niente”.

Il ritorno all’ironia è, dunque, annunciato. Benni è sempre Benni.