L’AQUILA – Una pizza in faccia a Celestino V.
Non è una battuta da balera di estrema periferia, ma il possibile esito dell’esame da parte della Commissione italiana dell’Unesco della seconda candidatura della Perdonanza Celestiniana dell’Aquila, evento legato da più di 700 anni alla figura di Celestino V, per poter tentare di entrare nella lista dei Beni immateriali dell’Unesco (United nations organization for education, science and culture).
A giorni, infatti, il Comune dell’Aquila e il Comitato promotore Perdonanza sapranno se, dopo la pesante bocciatura del 2015, si andrà in “finale” oppure se si tornerà in città in preda alla rassegnazione, nonostante la forte sponsorizzazione del ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (Mibact).
Anche perché a far rischiare per la seconda volta L’Aquila – e probabilmente l’ultima, visto che, da quanto appreso, difficilmente verrà ricandidato il primo Giubileo della storia – dopo il clamoroso rinvio del dicembre del 2015 sull’iscrizione deciso dal Comitato intergovernativo dell’Unesco, è l’alimento della cucina italiana più conosciuto e amato nel mondo: la pizza, la cui candidatura è sponsorizzata in primis dal ministero delle Politiche agricole e Alimentari e che ha alle spalle una lobby di proporzioni spaventosamente grandi, al cui cospetto l’importanza storica della Perdonanza può quasi nulla.
Al di là degli annunci delle istituzioni aquilane, passate da un trionfalistico “è fatta” alla cruda realtà, in un settore, non va dimenticato, quello degli organismi internazionali, in cui pesano interessi e rapporti di forza abnormi, come provato dal ginepraio burocratico e non solo che si è attivato in occasione del rinvio del 2015, con quelle richieste di integrazione sulla candidatura avanzate dall’Unesco impossibili da definire nelle tempistiche pretese.
“In questi giorni – spiega ad AbruzzoWeb Walter Capezzali, presidente del comitato promotore Perdonanza – stiamo concludendo il lavoro al ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, consapevoli di aver dato tutto il possibile e di aver seguito alla perfezione ogni singolo passaggio dell’iter rivisto per la presentazione della candidatura”.
“La fiducia c’è – fa notare Capezzali – ma in questo caso c’è pure la presenza della pizza che, al di là di quel che si può pensare, ha una potenza di interessi commerciali che la Perdonanza non ha”.
Lo scorso anno, la Commissione internazionale riunita in Namibia, aveva chiesto approfondimenti in aggiunta rispetto ad alcuni aspetti particolari contenuti nel corposo dossier predisposto dall’Italia, di fatto rinviando la candidatura al 2016, quella in questione.
La candidatura del 2015, tra l’altro, era l’unica su cui puntava l’Italia ed era stata fortemente sponsorizzata dai ministri degli Esteri, Paolo Gentiloni, e dei Beni culturali, Dario Franceschini.
E nel 2013, a scavalcare la candidatura della Perdonanza a Bene immateriale dell’Umanità era stata la Vite ad Alberello di Pantelleria, lo Zibibbo, ufficializzato nella prestigiosissima lista nel 2014.



