L’AQUILA – Perché non trasformare la festa della Perdonanza in un centro internazionale per la pace? A chiederselo il giornalista Carlo Gizzi, tra i primi ideatori della moderna Festa di Celestino e stavolta promotore dell’idea. Ma non è tutto: far nascere a L’Aquila un “bosco dei giusti”, per far crescere alberi con i nomi della pace.
A pensarci bene, non sarebbe affatto male, anche perchè potrebbe restituire all’evento religioso il suo senso più autentico e prezioso. “Perchè non mettere in secondo piano cortei, bande e bruscolinari – si domanda Gizzi – e organizzare all’Aquila un G8 della Pace, invitando attorno ad un tavolo rotondo i rappresentanti di tutte le religioni per cercare di trovare dei punti di contatto, che li faccia ritrovare tutti insieme intorno al valore universale della Pace? Certo – prosegue il giornalista – è un’idea tutt’altro che facile da realizzare! Ma se non ci si prova..Del resto, se non ci avessero provato, non si sarebbe fatto nemmeno il Congresso di Vienna”.
La proposta ci piace. Ma ancora di più ci sentiamo di condividere uno sfogo, che tanti aquilani (e non solo) pensano da tempo, ma nessuno davvero a voce alta: “la Perdonanza è qualcosa di molto diverso da una banalissima sagra della porchetta: categoria alla quale, purtroppo, assomiglia ogni anno di più”.
Ci stiamo allontanando dal vero significato del messaggio di pace e di riconciliazione che l’eremita del Morrone ci ha consegnato 7 secoli fa – precisa Gizzi – un concetto che supera le ideologie e le religioni e traccia le linee fondamentali di un diritto naturale che pone l’Uomo al centro di un processo di crescita equilibrato e senza eccessi, ispirato dai valori di uguaglianza e di riconciliazione che sono comuni alle principali religioni monoteiste”.
“Sono stato tra gli ideatori della moderna Perdonanza celestiniana quando, sul finire degli anni ’70 – racconta Carlo Gizzi – giunse all’Aquila un giovane e appassionato francescano, pieno di idee e di voglia di fare: padre Quirino Salomone. Ci riunì in una stanza del convento di Collemaggio in una sera di inizio estate e ci disse di avere intenzione di celebrare degnamente la Festa del Perdono, che negli anni si era persa fino a diventare una fiera che culminava con la benedizione delle automobili e delle motociclette. Padre Quirino, allora rettore della basilica e cappellano dell’ospedale psichiatrico di Collemaggio, anticipando e forse ispirando la Legge 180 (legge Bisaglia sulla chiusura dei manicomi: n.d.r.) aveva una missione da compiere: quella di integrare nella società gli ospiti dei manicomi e di abbattere ogni barriera fisica e mentale che li relegava in un ghetto che accresceva la loro alienazione”.
“La prima Perdonanza moderna – prosegue – nacque per loro e con loro: nel pieno rispetto del messaggio celestiniano, la cosiddetta parte ‘normale’ della società chiedeva così perdono ai ‘pazzi’ per averli ingiustamente condannati a vita in una galera immonda. E così si aprirono i cancelli, il manicomio fu percorso da una allegra e variopinta campestrina della Perdonanza, le note della banda volteggiavano sul prato, il Fuoco del Morrone, scortato da podisti e cicloamatori attraverso la Valle Subequana, ardeva sulla torretta della basilica. La prima edizione della Perdonanza Celestiniana venne vissuta così, semplicemente, da centinaia di aquilani, forse migliaia, in un clima di allegria e di riconciliazione.
Ricordo che allora, al corteo della Bolla che partiva dalla Chiesa di Cristo Re e percorreva tutto il viale di Collemaggio, partecipavano anche molti malati psichiatrici perfettamente consapevoli del ruolo e del significato di ciò che stavano facendo: forse molto di più di quelli che vi partecipano oggi con il principale intento di utilizzare il messaggio di umiltà lasciato da Celestino come occasione per mettersi in mostra”.
Dalla testimonianza di Carlo Gizzi, emerge di fatto la necessità di fare chiarezza sulle reali origini storiche della festa della Perdonanza (così come da molti anni è concepita) spesso non del tutto chiarite e in alcuni casi volutamente e maldestramente ignorate.
“Desidero ricordare – tiene a precisare il giornalista aquilano – le persone che organizzarono, insieme a Padre Quirino, quella prima Festa del Perdono: oltre a Umberto Cavalli, regista e autore dei testi da cui nacque, successivamente, l’opera “Noi Celestino”, Andrea Corridore, Mario Corridore e Franco Gizzi (del Gruppo Artistico di Pianola), Floro Panti (dell’associazione Liberi Podisti Aquilani) e altri che dettero il loro contributo”.
“Con questo ‘comitato’ – ricorda Gizzi – si andò avanti per alcuni anni, migliorando e raffinando il programma: venne organizzato il primo corteo che scortava la bolla (che nel frattempo Padre Quirino aveva trovato negli archivi vaticani), venne fatta forgiare dalla gioielleria Cardilli il porta-fiaccola d’argento che porta il Fuoco del Morrone, venne ‘battuta’ dai fratelli Arduini il tripode e la conca in rame in cui ardeva e arde ancora il fuoco (ora posta sulla Torre di Palazzo), vennero organizzate le prime veglie musicali nella notte tra il 28 e 29 agosto, venne organizzati i primi gruppi storici.
Dopo qualche anno, la festa della Perdonanza, venne avocata dal Comune dell’Aquila, allora sotto il gabinetto De Rubeis, cui spetta il merito di averla fatta crescere e di averne fatto l’evento di punta delle manifestazioni aquilane”.
“Ma oltre a tutte queste belle iniziative – si chiede il giornalista – che cosa ci trasmette la Perdonanza? Cosa consegna alla storia? Cosa lascia nelle nostre coscienze il messaggio di un umile eremita che ha sconvolto le più alte gerarchie ecclesiastiche del tardo Medioevo introducendo alla portata di tutti il primo principio cristiano dell’indulgenza, fino ad allora concessa solo a chi poteva ricambiare con forti prebende e lasciti? E allora mi chiedo perché non costituire all’Aquila un centro internazionale per la diffusione della Pace; perché non avviare una riflessione sulla necessità di azzerare i conflitti che scaturiscono da malversazioni ideologiche artatamente suscitate da governi al soldo di multinazionali che armano gli eserciti tra loro contrapposti; perché non smascherare il gioco di queste poche decine di signori della guerra che prima affamano il mondo e poi promettono paradisi extraterrestri facendo imbracciare il fucile persino dai bambini?”.
Ma alle critiche Carlo Gizzi preferisce poi sostituire un messaggio di speranza: “mi piacerebbe che all’Aquila nascesse un bosco costituito di centinaia di alberi provenienti da tutto il mondo che portano i nomi di Papa Celestino V, Francesco d’Assisi, Ghandi, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Mandela e di altri grandi uomini e donne che hanno gettato il seme della Pace da cui è nata una piantina. Ora spetta a noi farla crescere”.
Quanto a noi, staremo a vedere. E ci crediamo. Per la verità un po’ meno che il “giovin signore” rinunci persino al suo rituale defilè. In fondo si vive anche di fuochi d’artificio, di balle e di bolle. E spesso le più belle sono quelle di sapone.



