L’AQUILA – “Il meccanismo mentale che hanno subìto alcune persone che ho intervistato, ‘tirate’ dentro l’Opus Dei, che specie all’estero è legata a regimi fascisti, può essere accostato al metodo della rana nella pentola di acqua fredda: se si riscalda piano piano, alla fine la rana si ritroverà cotta senza neanche accorgersene”.

Massimo Lauria parte da questa sua personale sintesi sulla metodologia usata dai membri dell’Opus Dei, l’Opera di Dio, per fare proseliti e far avvicinare le persone fino a portarle dentro l’organizzazione.

Il giornalista, regista e sceneggiatore di film-documentari e cronista presso il quotidiano online Popoff Globalist, è andato a fondo alla questione dell’Opera, prelatura personale della Chiesa cattolica, l’unica nell’ordinamento canonico, con un libro, Opus Dei. L’opera del potere. L’oscura influenza della più potente organizzazione della Chiesa cattolica (Alpine Studio, 2011).

E ovviamente si è fatto un’idea in base a documenti e testimonianze raccolti per contribuire a chiarire cos’è oggi e cosa rappresenta nell’universo del potere ad alti livelli l’organizzazione, molto controversa e su cui si discute da anni, tra chi la accusa con forza e chi la difende a spada tratta.

Fondata da Josemaría Escrivá de Balaguer, oggi santo, ‘sdoganata’ da Papa Wojtyla, celebre per essere considerata l’ombra del mondo della politica, della finanza, dell’economia, dei media, e per le regole, tra cui la punizione corporale, che al suo interno seguono gli appartenenti.

Lauria, cominciamo dalla sua definizione di Opus Dei.

Non posso prescindere da ciò che è formalmente: un’organizzazione di laici e religiosi, così almeno nasce. Però alcuni dei testimoni come l’ex appartenente all’Opera Alberto Moncada sostengono che nonostante sia un’organizzazione principalmente composta da laici, così come nello spirito originario, di fatto i metodi e le ‘liturgie’ interne prevedono quasi un meccanismo molto più ecclesiastico rispetto a ciò che si propone di essere. Poi c’è chi nel tempo l’ha definita massoneria, o addirittura ‘Santa Mafia’, analizzando le gestioni interne e dei rapporti tra le persone, trovando molte somiglianze con le sette, con la cultura settaria.

Perché si è avvicinato allo studio dell’Opera?

Semplice curiosità. Volevo sapere qualcosa in più, capire di cosa si occupasse l’Opus Dei, dalla ‘cura’ dell’anima, ai legami con il mondo politico, mediatico, imprenditoriale e finanziario. Uno degli aspetti che più mi ha incuriosito quando ho iniziato a occuparmi della prelatura è stata un’interrogazione parlamentare del 1986, con cui si chiedeva di dare conto di questa organizzazione. Se ne parlava sui giornali, un professore di un’università britannica che era stato dentro l’Opus Dei si agitò, definendo l’Opera una setta e chiedendo di fare attenzione a santificarlo, quando venne diffusa la notizia della canonizzazione di Escrivá. I parlamentari italiani volevano capirci di più.

Le istituzioni italiane erano già abbastanza esperte in questo ‘settore’.

C’erano uomini delle istituzioni che ne facevano parte. Stefano Rodotà e Franco Bassanini presentarono questa interrogazione, chiedevano come fosse possibile che uomini di governo potessero far parte di un’organizzazione segreta.

È rimasto sorpreso da ciò che ha scoperto con il suo lavoro?

Mi hanno lasciato perplesso i metodi raccontati da chi ne ha fatto parte e l’aver saputo che personaggi dell’Opera sono stai coinvolti in questioni politiche nazionali e internazionali. Nel libro racconto la storia di Eduardo Rózsa-Flores, mercenario di origini ungheresi e boliviane, che durante la guerra civile per l’indipendenza della Croazia diventò amico personale del presidente Franjo Tudjiman, considerato criminale di guerra che all’epoca faceva parte dell’Opus Dei. Rózsa-Flores, un mercenario legato agli ustascia fascisti croati, venne ucciso in Bolivia durante la preparazione di un fallito attentato al presidente boliviano Evo Morales.

La ‘vicinanza’ all’ideologia di estrema destra dell’Opera  è secondo lei un tratto distintivo dell’Opera?

Al di là dell’Italia, dove l’Opera è presente in maniera trasversale, all’estero ha certamente avuto e ha una connotazione di estrema destra, a partire dagli inizi durante il regime di Francisco Franco. In Spagna diversi ministri all’interno dei vari governi franchisti fino al 1975 e anche successivi erano appartenenti all’Opus Dei, presente anche in Cile e in Argentina con dittatori sanguinari come Augusto Pinochet e Jorge Rafael Videla.

Ritiene plausibile che l’Unione Europea sia molto influenzata dall’Opus Dei? Testimonianze in questo senso sono arrivate, tra gli altri, da esperti come l’ex collaboratore di Francois Mitterand Alain Parguez e Ferruccio Pinotti, da noi intervistati, che come lei hanno studiato a fondo l’Opera.

Una delle scuole economiche più influenti d’Europa si trova a Barcellona e ‘crea’, forma, una fetta della governance europea. Quella scuola è gestita dall’Opus Dei, che certo non si occupa di poesia ma impone una visione del mondo unica a chi ne fa parte. I suoi uomini devono eseguire, non ragionare.

La componente psicologica nella ricerca di nuovi membri: da uno a dieci, quanto conta?

Dieci. Lo testimoniano non solo gli ex e le ex numerarie, le persone che dall’Opera sono uscite, ma anche quelle che stanno per uscire o che vorrebbero uscire. In molti casi provano paura nel parlarne, il condizionamento psicologico è fortissimo. E non dimentichiamo che queste persone devono tagliare i ponti con la famiglia, gli amici, il mondo esterno. Diventa complicatissimo anche riuscire a fare un colloquio di lavoro.

In Italia manca un supporto ufficiale e concreto degli oppositori?

Il nostro Paese non è abituato, in genere, a creare strutture di supporto psicologico per situazioni gravi, estreme. In Spagna, anche se non credo sia sufficiente, esiste un sito internet, opuslibros.info, gestito da un’ex numeraria che negli anni è stato attaccato sia a livello di hacker che giudiziario per la funzione di supporto che offre. Nel sito vengono testimonianze e si aiuta chi potrebbe entrare, tutto a scopo preventivo. Ma non so se siano in grado di fornire una rete di supporto psicologico. Le persone che ho intervistato io, non solo italiane, non ne hanno avuto.

L’Opera è fortissima nei Paesi più ‘toccati’ dalla religione?

Sì, anche se in certi luoghi ha altre connotazioni. Si può far parte dell’Opus Dei anche se non si è cattolici.

E il ceto sociale? O, più semplicemente, le condizioni economiche? Contano?

Si preferisce cooptare chi appartiene a famiglie influenti, ma anche chi non ha una grossa disponibilità economica o un grosso cognome può entrare, anche se solo per bassa manovalanza.

Capitolo magistratura. Dentro c’è chi sta con Opera, Comunione e Liberazione, Neocatecumenali, oltre a chi è schierato politicamente. Però continuano a lavorare.

Purtroppo non esiste una lista ufficiale degli appartenenti all’Opus Dei e non solo della magistratura. Appartenere all’Opera, che, va ricordato, è una prelatura riconosciuta ufficialmente dal Vaticano ed è accettata dappertutto, non vuol dire necessariamente essere totalmente piegati al volere di altri, o almeno spero, ma se si lavora in determinati settori si deve essere al di sopra delle parti.

Sulla figura di Escrivá, cui è dedicata la via della Basilica di Collemaggio dell’Aquila, ci sono punti oscuri?

Opinioni contrastanti e testimonianze diverse. Chi voleva parlare in Vaticano per evitare che diventasse santo è stato escluso. Una figura controversa che ha spinto a tutti i livelli per farla diventare un’organizzazione potentissima.

Secondo Lei, Berlusconi, Prodi, Monti, Letta sono personaggi che bene o male vengono sempre fuori da un certo tipo di ‘grembo’?

La politica a quei livelli funziona, purtroppo, così. Serve molta informazione. Purché sia corretta.