CHIETI –  “Pare quantomeno difficile comprendere come si possa derubricare un delitto da volontario a preterintenzionale valutando solo per quanto tempo le mani dell’uomo hanno stretto la gola della donna. Sarebbe come dire che il compagno voleva ucciderla, ma non troppo. Mi ritengo un garante del diritto alla difesa e del giusto processo, ma credo anche che il diritto non possa essere stiracchiato o sbrindellato come un elastico in virtù di valutazioni emozionali”.

Lo afferma il deputato del Partito democratico, Luciano D’Alfonso, noto per il suo garantismo, dopo che la Corte d’Assise di Chieti ha condannato a 18 anni di reclusione, riqualificando l’omicidio volontario aggravato in omicidio preterintenzionale aggravato, Mirko De Martinis, accusato aver ucciso la convivente Alina Cozac, strangolandola in casa a Spoltore, nel Pescarese, nella notte del 22 gennaio 2023.

La sentenza è stata pronunciata dopo oltre due ore e mezza di camera di consiglio. L’accusa aveva chiesto l’ergastolo, mentre la difesa di De Martinis, con l’avvocato Michele Vaira, ha confermato la richiesta di assoluzione perché il fatto non sussiste. De Martinis è stato anche interdetto in perpetuo dai pubblici uffici e condannato a risarcire i danni in separata sede alle parti civili.

A seguire le riflessioni di D’Alfonso, che giudica la sentenza come “una insostenibile contorsione della Giustizia e della norma”.

LA NOTA

Non v’è dubbio che un’attenta e specifica interpretazione e comprensione di quella sentenza deriverà dalla lettura delle motivazioni che, presuppongo, dovranno avere un supporto medico-scientifico-psicologico di portata eccezionale per superare l’inevitabile scoglio dei ricorsi in appello e soprattutto lo sguardo e il coinvolgimento di coloro che, in quelle carte, tenteranno di trovare ragioni irraggiungibili a fronte di un omicidio.

Ma, al di là delle motivazioni, quello che oggi suscita perplessità, e che verificheremo se approfondire in ulteriori sedi di dibattito e di confronto istituzionale, è l’impatto che l’esito delle investigazioni e degli interrogatori in aula ha generato: da una prima lettura della vicenda se ne deduce che la sera dell’omicidio l’uomo avrebbe voluto ferire la compagna, ma siccome le sue mani hanno indugiato sul collo della donna pochi minuti o secondi, vuol dire che dopotutto non voleva proprio ucciderla, e se poi è morta è stato un tragico incidente.

Una tale lettura, che significa veramente fare un gioco di prestigio con il diritto penale, manderebbe in archivio anni di lotte sul femminicidio che pure hanno partorito la norma che disciplina i reati del Codice Rosso. E non credo che fossero queste le intenzioni dei magistrati giudicanti.

Sicuramente la sentenza non ha determinato la chiusura di una vicenda tragica, drammatica, che ha segnato il nostro Abruzzo, una vicenda che a nostra volta non possiamo derubricare come l’ennesimo episodio da relegare a una fredda statistica di fine anno.

Spetterà agli ulteriori gradi della Magistratura, che è scontato verranno interpellati, decidere se eventualmente aggiustare, o meno, il tiro di una lettura della norma che effettivamente rischia di diventare un caso-scuola, apripista di sentenze difficili da accettare e da capire

 

 

 

On. Luciano D’Alfonso