L’AQUILA – “Chiedo solo di poter vivere del mio lavoro, avere una convenzione firmata e riaprire al pubblico l’area faunistica di Fontecchio, a cui ho dedicato 18 anni della mia vita. Sono disposto ad incatenarmi pur di riuscirci”.
L’accorato appello arriva da Gianluca Furore, 43 anni. La sua è una delle tante storie di burocrazia che demotivano i giovani a fare impresa in Abruzzo e nel resto d’Italia. E che spesso porta a fare le valigie per andare a vivere altrove. Furore gestisce da anni il centro faunistico del capriolo di Fontecchio, borgo in provincia dell’Aquila, uno dei fiori all’occhiello del Parco regionale Sirente-Velino.
Ricavato intorno ad un’antica conceria abbandonata da decenni, immersa in quello che fu il giardino dei baroni Corvi, a pochi metri dal borgo antico.
Fino a quando è stata proprio l’intraprendenza di un giovane determinato a rimanere a vivere in un paese che si stava spopolando, a creare un’oasi naturalistica che ha ospitato fino a otto caprioli, specie protetta dal Parco e dotata di centro visite, che tra il 2008 e il 2012 si è messa in moto ed ha funzionato a pieno regime.
Furore ha preso in gestione anche un orto botanico, realizzato dal Parco dall’altra parte del paese con un investimento da decine decine di migliaia di euro, poi lasciato andare in malora.
Ora l’orto botanico è tornato ad essere un luogo apprezzato da turisti ed appassionati.
Una startup di successo, si direbbe oggi, che però negli ultimi due anni al suo ideatore sta dando più dispiaceri che gioie, a causa soprattutto del mancato rinnovo della convenzione scaduta il 31 dicembre del 2012 che non consente a Furore di aprire al pubblico l’area faunistica, perché è impossibile per lui sottoscrivere la polizza assicurativa, né tantomeno fare investimenti e attività di incoming turistico.
Il motivo sarebbe un conflitto di competenze e di rimpallo di responsabilità tra il Comune di Fontecchio, proprietario dell’area, e l’ente Parco, che finanzia l’attività affidata a Furore.
“La storia è kafkiana – si sfoga ad AbruzzoWeb il giovane imprenditore – al Comune mi dicono di andare a parlare con il Parco, al Parco di andare a parlare con il Comune. Tra di loro però non si parlano. Il Comune ha spiegato solo che sarebbe necessario indire un bando pubblico per la gestione, e io non vedo l’ora di parteciparvi, di rimettermi in gioco, non temo concorrenza, visto che quest’area faunistica non ha per me segreti, avendola creata da zero”.
“Mi chiedo però perché questo bando non viene indetto ma solo annunciato, lasciandomi nella totale incertezza. La cosa insopportabile – incalza Furore – è la mancanza di decisioni da parte di chi è pagato per prenderle, e per favorire il rilancio economico di questo territorio, prima che si troppo tardi, prima che tutti i giovani saranno scappati altrove”.
Guardando a ritroso, sin dal suo inizio, il progetto dell’area faunistica è stato lastricato da problemi.
“Il progetto l’ho avviato nel 1996 – racconta Furore – ma solo nel 2005 il Parco ha dato il via libera, e sono stati portati i primi caprioli. Nel 2008, dopo tanti problemi e lungaggini, che mi hanno costretto a chiudere una società che avevo precedentemente aperto, sono riuscito a inaugurare il centro visite, pagando di tasca mia l’intonacatura e i lavori mancanti”.
Fino al 2012 l’attività, precisa Furore, “anche se con grandi difficoltà e sacrifici e senza l’aiuto di nessuno è cresciuta, arrivando a registrare 3 mila presenze uniche di turisti in estate e tantissime visite didattiche. Avevamo predisposto anche un’offerta turistica integrata con le vicine grotte di Stiffe, che cominciava a dare i suoi frutti. Ed altre sinergie tutte da sviluppare”.
Va sottolineato che tutto ciò non ha ancora fruttato uno stipendio al gestore dell’area faunistica, in quanto, tiene a spiegare lo stesso Furore, “dei soldi che mi assegna ogni anno il Parco, al massimo 19 mila euro, buona parte se ne va per pagare i costi di gestione, che sono alti, perché bisogna acquistare il cibo per i caprioli, pagare il veterinario, le bollette, la manutenzione dell’ex conceria, dell’orto botanico e del parco Corvi. Io poi sono una partita Iva e la metà di quello che mi spetterebbe se ne va in tasse e contributi previdenziali”.
Fino ad oggi, Furore ha tenuto duro, convinto che prima o poi l’area faunistica sarebbe decollata e avrebbe garantito un reddito degno di questo nome non solo a lui, ma anche ad altre due persone.
“Ogni giorno – conclude Furore – vado a controllare il recinto, a dare da mangiare gli animali, a fare manutenzione all’interno del parco Corvi. Compatibilmente con la mia presenza sul posto e con gli impegni dell’orto botanico, non nego mai a nessuno la visita dell’area. Nonostante tutto è con piacere ed orgoglio che accompagno sempre chiunque venga qui a vedere come sono riuscito, con grandi sacrifici e tanta fatica, a recuperare uno scorcio di paese abbandonato da decenni”.





