TERAMO – Un metodo innovativo che grazie ad un apposito algoritmo e con una tecnica sperimentale di risonanza magnetica, consente di misurare in modo oggettivo la rigenerazione dei nuclei discali e il miglioramento clinico del paziente.
A farne oggetto di studio e con importanti risultati è il dottor Filippo Pineto, 64enne neurochirurgo che ad aprile scorso ha deciso di chiudere la sua esperienza durata ben 37 anni all’ospedale Mazzini di Teramo, dove è arrivato come specializzando, siciliano di origine e dopo la laurea a Catania e la specializzazione a Napoli, nel lontano 1988, trovando come primario e suo maestro Renato Galzio, neurochirurgo di fama internazionale, direttore del reparto teramano fino al 2000.
Ora Filippo Pineto presta servizio presso cliniche private, dopo la conclusione della lunga esperienza al reparto di neurochirurgia al Mazzini e desideroso di trovare nuovi stimoli come già raccontato da Abruzzoweb (QUI IL LINK), potendosi anche dedicare alla ricerca, forte di una straordinaria esperienza sul campo, con oltre 3mila operazioni chirurgiche, senza contare quelle di routine e bassa complessità, e dopo aver fatto di Teramo uno dei pochi centri al mondo ad aver effettuato interventi di autotrapianto di cellule discali.
“Ho avuto da sempre un interesse per la ricerca – premette il dottor Pineto – ma chiaramente il medico ospedaliero ha due compiti principali che sono la diagnosi e la cura. La ricerca e l’insegnamento spettano all’università, però ciò non toglie che, specialmente dopo tanti anni, si possa avere una intuizione clinica, una ipotesi chiaramente da verificare sul campo con l’aiuto di chi è professionalmente deputato a farlo e in possesso delle risorse tecnologiche e professionali necessarie”.
Le sue intuizioni le ha dunque affidate all’Istituto di radiologia dell’Università di Chieti, che ha assegnato la ricerca a un giovane ricercatore, il radiologo Gianpaolo Lupacchini, che ne ha fatto argomento della sua tesi di specializzazione, discussa a novembre 2025 con la supervisione del relatore, il professor Massimo Caulo, direttore della Radiologia di Chieti e con correlatore il dottor Giovanni Cannataro.
I risultati della ricerca sono stati presentati dal dottor Pineto in un congresso internazionale di medicina rigenerativa tenutosi a Roma il 29 e 30 maggio, riscuotendo un grande interesse.
Riavvolgendo il nastro, vista la complessità dell’argomento, ecco passo dopo passo in cosa consiste la ricerca.
“Prima di tutto la patologia che ci interessa è l’invecchiamento dei dischi intervertebrali – fa chiarezza Pineto – ovvero la degenerazione discale, in tutta la colonna, soprattutto nei tratti lombare e cervicale. Una condizione che interessa, con l’avanzare dell’età, pressoché tutti gli esseri umani, nella forma di mal di schiena, ernia del disco, stenosi vertebrale, degenerazione artrosica e via dicendo. Una condizione patologica irreversibile per sua natura, su cui i chirurghi intervengono cercando di lenire i disturbi, ma non certo per ristabilire la condizione originaria della colonna vertebrale”.
Ebbene, prosegue il dottor Pineto, “nel corso della mia esperienza ho utilizzato un’apparecchiatura di decompressione discale, la Spinemed, che ho visto la prima volta negli Stati Uniti negli anni ‘90, che migliora di molto la sintomatologia. Unica nel suo genere perché, a differenza di altri macchinari similari, agisce sulla colonna vertebrale ingannando per così dire il sistema nervoso che non si accorge che il corpo viene ‘stirato’ e pertanto agisce indisturbata in quanto non si ha la reazione del corpo che per sua natura si oppone a qualunque manipolazione di questo tipo. Si attiva così un processo di rigenerazione del tessuto, che stimola in qualche modo l’attività delle cellule discali”.
Detto questo mancava però un tassello fondamentale: dimostrare in modo oggettivo e misurabile l’efficacia di questo approccio, impiegato negli anni trascorsi anche congiuntamente all’autotrapianto di cellule discali.
“Occorreva una valutazione quantitativa, e non solo soggettiva. La risonanza magnetica tradizionale non ci permette di misurare questo effetto, ci offre certo un quadro della situazione, che poi viene valutata più o meno positivamente dal radiologo. Ecco, io volevo evitare questo margine di soggettività. In un precedente studio avevo utilizzato un eccellente algoritmo, messo a punto dal Politecnico di Milano e dall’Istituto Galeazzi, e gentilmente concessomi per l’utilizzo, ma presupponeva l’utilizzo di risonanza magnetica con mezzo di contrasto, che però proprio a metà del decennio scorso si è ritenuto prudente limitare alle patologie più gravi”.
Nella ricerca oggetto della tesi discussa all’Università di Chieti invece, sottolinea il dottor Pineto, “è stata messa a punto una metodica che non prevede l’utilizzo di mezzi di contrasto e consente comunque di misurare la rigenerazione delle cellule discali, in base alle risultanze del monitoraggio su un campione per ora limitato di pazienti, sui quali è stato osservato un fenomeno di re-idratazione del nucleo discale, grazie ad un algoritmo che permette una misurazione oggettiva e non sindacabile”.
Conclude il dottor Pineto: “allo stato attuale, sintetizzando in maniera comprensibile a tutti, il risultato di questa ricerca consiste nell’ aver dimostrato che siamo in grado di arrestare o addirittura invertire il processo di invecchiamento dei dischi intervertebrali. E questo risultato è stato per la prima volta misurato, cioè quantificato. Naturalmente occorreranno ulteriori e più ampi studi di conferma, che potrebbero aprire la strada a nuove terapie e metodiche di cura, sia conservative che chirurgiche, incentrate sulla medicina rigenerativa, che mira a riparare, sostituire o rigenerare cellule, tessuti e organi danneggiati da traumi, malattie o invecchiamento”.





