TERAMO – “Nella vita arriva prima o poi il momento di cambiare, di rinnovarsi. Qui all’ospedale di Teramo credo di aver dato tutto quello che potevo dare, in 37 anni di servizio. Arrivato da studente, trovando come primario un certo Galzio, che già molti consideravano all’epoca un astro nascente della neurochirurgia italiana, che qui ha creato poi una scuola di livello assoluto. Ma erano altri tempi, poi ho assistito ad un lento declino”.
Se ne è andato dall’ospedale Mazzini di Teramo ad inizio aprile, in silenzio, senza encomi pubblici e senza che ne fosse stata data notizia dalla Asl provinciale, diretta da Maurizio Di Giosia. Dopo 37 anni di onorata carriera, a quattro anni dalla pensione, per andare a fare visite presso cliniche private e per dedicarsi alla ricerca, sua vera e segreta, ora non più tanto, passione.
Se ne è andato non senza un pizzico di amarezza, il 64enne Filippo Pineto, che prende la parola in una intervista ad Abruzzoweb, senza polemiche e toni accesi, stimato medico chirurgo specialista in Neurochirurgia e figura storica della sanità teramana ed abruzzese, con oltre 3mila operazioni all’attivo, senza contare quelle di routine e di bassa complessità.
Un professionista che ormai è teramano di adozione dopo essere arrivato molto giovane dalla lontana Sicilia. E il suo addio all’impegno nel pubblico, al di là del silenzio della direzione della Asl, ha fatto rumore perché ha impoverito la offerta sanitaria pubblica, sempre più in difficoltà.
Nato a Valguarnera Caropepe, comune siciliano in provincia di Enna, Pineto a Teramo è arrivato come specializzando da Napoli dove si era laureato, nel lontano 1988, trovando come primario, e poi come guida e maestro Renato Galzio, neurochirurgo di fama internazionale, direttore del reparto teramano dal 1988 al 2000, poi di quello dell’Aquila, e poi ancora del policlinico San Matteo di Pavia, per concludere la fulgida carriera come professore universitario.
Un punto di riferimento, Galzio, ricorda Pineto, “per una intera generazione di neurochirurghi. Quando arrivai a Teramo, a quei tempi, c’era un ruolo che oggi non esiste più, il medico volontario, che imponeva per ben tre anni di fare gavetta, lavorando il doppio rispetto agli altri, ma con entusiasmo e devo dire anche con grande resistenza fisica. Appena arrivato Galzio mi buttò subito in sala operatoria. Grazie a Galzio, la neurochirurgia di Teramo è diventata un un fiore all’occhiello a livello italiano, con tantissima urgenza, tantissima traumatologia. Si consideri che per tanti anni noi siamo stati l’unico reparto tra Ancona e Bari a fare traumatologia vertebrale, accumulando un’esperienza enorme”.
Pineto è stato anche vice per 12 anni di Danilo Lucantoni, direttore della unità operativa complessa di neurochirurgia dell’ospedale teramano, per ben 23 anni, esponente di una vera e propria dinastia, essendo stato il fratello Riccardo Lucantoni, dal 2017 anni in pensione, direttore della chirurgia generale di Teramo oltre che direttore del dipartimento di Scienze chirurgiche, mentre il figlio di Danilo Lucantoni, Corrado Lucantoni, è dirigente nel reparto di neurochirurgia. Specializzando in neurochirurgia a Roma è l’altro figlio Davide Lucantoni.
Andato in pensione nel 2023 anche Danilo Lucantoni, Pineto è stato facente funzione del reparto, fino all’esito del concorso, a cui lo stesso Pineto ha partecipato, vinto però a gennaio 2025 dal neurochirurgo lombardo e di fama Fulvio Tartara. Il primo bando primo concorso è stato revocato e riproposto con modifiche sui requisiti, dopo che era stato contestato nel merito dai candidati, in primis uno dei medici del reparto e poi candidato Beniamino Nannarecchia.
“Partecipare all’avviso è stato per me un atto dovuto, vista la mia carriera nel reparto, ma nessun problema non averlo vinto, avevo già deciso di andare via, e mi stavo già preparando a togliere le tende…”, tiene a precisare il dottor Pineto.
Alla domanda dunque, “quali sono le vere ragioni che l’hanno portata ad andare via?”, Filippo Pineto è molto chiaro e non si avventura in giri di parole.
“In 37 anni ho visto cambiare progressivamente non solo il mio reparto, ma tutto l’ospedale, che ho conosciuto ai massimi livelli. Poi però c’è stato un lento declino. Sono cambiati i tempi, penso che tutti ne siano consapevoli. Ed è venuto meno anche l’entusiasmo, l’energia di quella generazione di medici di cui anch’io facevo parte. Molti, anzi quasi tutti non ci sono più, a cominciare dal dottor Galzio, io mi sono sentito ad un certo punto una sorta di superstite”.
Da qui dunque la decisione di chiudere l’esperienza visto che, sottolinea il dottor Pineto, “ancora sono in età da poter fare tanto altro, per ritrovare grandi motivazioni, affrontare nuove sfide”.
Non è ottimista poi il dottor Pineto su quelle che saranno le conseguenze del riordino della rete ospedaliera per la sanità teramana, nellla quale il Mazzini di Teramo non è tra i nosocomi dei capoluoghi di provincia abruzzesi a poter ambire a diventare hub secondo livello, ovvero con tutte le specializzazioni. L’individuazione, prevista nella legge regionale, approvata a dicembre 2023, dovrà essere decisa entro quest’anno, ma da una relazione consegnata a febbraio 2025 dell’Agenzia sanitaria regionale, l’Asr, diretta fino a marzo da Pierluigi Cosenza, ora sostituto dall’ex sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, ex direttore sanitario della Asl teramana, “in base ai criteri avvalorati in sede di verifica dal Tavolo di Monitoraggio, si evince come le migliori performance sono a carico del Presidio Ospedaliero di L’Aquila e del Presidio Ospedaliero di Pescara”.
“Anche questo aspetto non può non avere influito sulla mia scelta, si sapeva già da tempo che gli ospedali di secondo livello sarebbero stati localizzati a Pescara e all’Aquila, con Teramo di conseguenza ad essere oggettivamente destinato a perdere progressivamente peso e centralità. Nella neurochirurgia poi l’evoluzione è costante, solo che una cosa è essere informati delle novità, ben altro è possederle, poterle mettere in pratica. Ed è chiaro che i centri minori non possono avere le risorse finanziarie e i volumi di lavoro che giustifichino il possesso di tutte le tecnologie più evolute”.
Ora la sua straordinaria esperienza Pineto l’ha messa al servizio di cliniche private del centro Italia, in particolare nelle Marche ed Emilia Romagna, ma con onestà intellettuale si congeda con la seguente riflessione.
“La sanità pubblica è una risorsa straordinaria di cui forse i cittadini stessi non sono consapevoli, perché credono che sia cresciuta sugli alberi spontaneamente, invece è il frutto di lunghissimi sacrifici e di una grande conquista di civiltà relativamente recente. L’Italia è stato uno dei pochi paesi al mondo, insieme alla Gran Bretagna e alla Francia, ad avere un sistema sanitario universalistico. La sanità privata dovrebbe avere un ruolo non tanto ancillare ma quello dell’occuparsi di ciò che il pubblico non dovrebbe occuparsi, per concentrarsi sulle grandi patologie e le emergenze. Troppo spesso però il privato applica il metodo del ‘cherry picking’, della ‘raccolta delle ciliegie’, scegliendosi i frutti migliori, ovvero le prestazioni più semplici e remunerative, lasciando i frutti marci al sistema pubblico. Ho visto crescere infine negli anni l’aggressività nel rapporto tra medici e pazienti, mentre la sanità pubblica mostra segni di logoramento, non più adeguata a una società che è cambiata innanzitutto dal punto di vista della composizione per fasce d’età, con un aumento della popolazione anziana, che imporrebbe una grande riforma organizzativa”.




