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PESCARA – Una sigaretta fumata per nervosismo, perché la tua squadra sta perdendo. In sottofondo, il pubblico che protesta e rumoreggia perché un giocatore avversario cade a terra e sembra stia recitando. L’arbitro lo fa accomodare a bordo campo, forse anche lui pensa a una sceneggiata, ma poi il giocatore esce per stiramento. Pochi istanti e anche un altro degli avversari si accascia a terra. Il pubblico di casa protesta ancora.

“Poi, di colpo, un silenzio tombale. Impressionante”.

C’era anche Giancarlo Febbo, giornalista della redazione pescarese del Corriere dello Sport, allo stadio ‘Adriatico’ di Pescara ieri pomeriggio. Piermario Morosini, 25enne centrocampista del Livorno, stava morendo sul prato verde, lì, a qualche metro dal pubblico e dai giornalisti.

Una tragedia in crescendo che ha colpito un ragazzo davvero molto sfortunato, orfano di padre e madre, una sorella disabile da aiutare con i soldi guadagnati da bravo professionista del pallone e una ragazza da amare. Una tragedia che ha fermato tutto il calcio italiano e ha scatenato un polverone per la gestione dei soccorsi in quei momenti drammatici, vissuti con il cuore in gola da uno stadio intero. Uno stadio che pochi giorni prima aveva applaudito Francesco Mancini, preparatore dei portieri biancazzurro, morto all’improvviso prima dell’incontro casalingo col Bari.

Febbo era lì e in questi due giorni ha scritto tutto ciò che c’è da sapere sulla vicenda Morosini. In attesa dell’esito dell’autopsia sul corpo del povero Morosini, prevista per domani sera.

“Ero in tribuna insieme ai colleghi delle altre testate, come sempre – racconta Febbo al nostro giornale – il Pescara perdeva 0-2. Ero nervoso, così sono uscito un attimo dalla sala stampa per fumare una sigaretta. Purtroppo, ero in corrispondenza del povero Morosini che si era appena accasciato a terra. Il pubblico stava protestando per quelle che potevano sembrare delle sceneggiate da parte di due giocatori livornesi, ma non era così. Assistere alla fine di un ragazzo in mezzo a un campo di calcio dà una sensazione di impotenza assoluta. E quel silenzio dello stadio…”.

“Ricordo di aver guardato il tabellone, segnava il 30’ minuto – continua nel racconto il giornalista pescarese – l’ambulanza è arrivata al 33’, quindi in tre minuti. Il medico sociale del Pescara, Ernesto Sabatini, e il fisioterapista Claudio D’Arcangelo si sono gettati su Morosini per soccorrerlo, ma non sono riusciti a fare il miracolo che invece gli riuscì anni fa con il calciatore Roberto Vellucci, che andò in arresto cardiaco durante un allenamento per un colpo fortuito. Stramazzò a terra, ma fecero in tempo a salvarlo”.

Dalle testimonianze di questi due giorni arrivate da calciatori, medici, steward e tifosi presenti all’Adriatico, emerge un dato chiarissimo: si è capito subito che si trattava di qualcosa di molto grave.

“È stato surreale ogni passaggio – spiega il giornalista pescarese – dai colleghi in sala stampa che dal silenzio sono passati alla corsa in ospedale su ordine dei rispettivi giornali, al caos in mezzo al campo, al personale medico intorno al povero Morosini. Nell’aria una grande tensione, tanto che una signora è svenuta in tribuna, un tifoso della curva idem. Ho visto il biancazzurro Marco Sansovini, che non giocava, tirare i pugni contro il plexiglas. In serata mi ha spiegato che era inferocito perché un tifoso si lamentava dei due gol presi. Vedevo i giocatori distrutti, lo stesso senso di impotenza che avevamo anche noi sugli spalti. Ho ancora negli occhi Verratti che trascina la barella e tutti gli altri giocatori che sembrava stessero impazzendo per dare una mano”.

Ma per Febbo, quella di ieri non è stata la ‘prima volta’.

“Non la prima volta, ma la prima tragica. In Ascoli-Salernitana dello scorso anno, l’attaccante ascolano Andrea Soncin si scontrò di testa con in giocatore degli ospiti, entrambi crollarono a terra. Fu terribile, ma alla fine andò bene a tutti e due. Soncin perse due denti, l’altro ebbe una commozione cerebrale senza conseguenze. Ieri, invece, Morosini non ce l’ha fatta. E io che credevo che si stesse svegliando… Dopo il primo massaggio cardiaco, infatti, il giovane ha alzato il ginocchio destro. Un tifoso accanto a me a quel punto dice “questo è morto”. Non riuscivo a capire, ma Morosini aveva fatto l’ultimo scatto prima di morire, contorcendosi verso destra”.

I pensieri vanno inevitabilmente alla tragedia del calciatore pescarese Renato Curi, morto con indosso la maglia del Perugia nel 1977 durante il match casalingo contro la Juventus. Lo stadio del Perugia porta il suo nome, la squadra della Renato Curi Angolana idem.

“Curi era di Pescara, Morosini è morto qui. Avevano la stessa età, 25 anni, e sono morti a distanza di 25 anni l’uno dall’altro. Quel terribile 30 ottobre del ’77 lo ricordo come fosse ieri. Ero con mio padre e i miei due fratelli a vedere Lazio-Pescara allo stadio ‘Olimpico’ di Roma, nel giorno in cui nacque la storica rivalità tra le due tifoserie. I pescaresi furono presi a bastonate e sprangate, i laziali non si aspettavano 10mila tifosi ospiti a casa loro. Al rientro nel pullman dei tifosi ricevemmo la notizia di Curi. La mamma di Renato abitava nel mio stesso palazzo, mia madre mi raccontò delle urla strazianti della povera donna che aveva appena saputo della morte del figlio”.

Intanto, impazzano le polemiche e si sentono da due giorni i pareri di medici ed esperti sulla gestione dei soccorsi a Morosini. Defibrillatori mancanti, ambulanze bloccate da auto dei vigili urbani, tempo che vola via mentre il ragazzo a terra se ne sta andando.

“All’Adriatico l’attrezzatura salva vita c’è e si trova  a bordo campo, l’ambulanza è solo per il trasporto in ospedale. Il defibrillatore era dentro l’ambulanza, ma il primo passaggio è deve essere il massaggio cardiaco, che è stato fatto regolarmente. Sarà decisiva l’autopsia sul corpo di Morosini, che è stato riconosciuto da un cugino. Tutto ruota intorno al risultato degli esami, per questo bisogna aspettare per tirare delle conclusioni e parlare di ritardi, errori o di procedure corrette al cento per cento. Il sindaco di Pescara Luigi Albore Mascia ha chiesto di non aggiungere ‘dramma al dramma’, riferendosi all’agente della polizia municipale che ieri ha lasciato l’auto di servizio parcheggiata davanti all’ingresso dell’Adriatico, cosa che ha ritardato l’ingresso in campo dell’ambulanza. Certo è, però, che sono i responsabili del Pescara a dover garantire il servizio dentro e fuori lo stadio per alcune ore prima e dopo il match. Il conduttore dell’ambulanza, però. deve stare dentro l’ambulanza, non a vedere la partita. Questo è ovvio, ma tutto dipenderà dall’autopsia”.

Il dolore, però, è ancora fortissimo. Anna Vavassori, la fidanzata del ‘Moro’, arrivata a Pescara insieme alle sue amiche e compagne di squadra della pala Volley, una squadra di pallavolo che milita in serie C, insieme al padre spirituale della coppia, Don Luciano, e un gruppo di amici della parrocchia frequentata dai due, ha affidato proprio a Don Luciano la lettura di una lettera, che definire toccante sarebbe riduttivo, ai tanti giornalisti accorsi all’hotel Carlton, di proprietà dell’ex presidente biancazzurro Antonio Olivieri, dove si trovano tuttora Anna e gli altri.

“Mario adorava giocare sotto la pioggia – le parole di Anna – diceva che la palla ha bisogno di un trattamento speciale. Ieri è stato così. Sono sicura che fosse felice. Il calcio e quel pallone davano un senso alla sua vita. Oggi questo sole e questo vento caldo accarezzano il mio viso e quello di tutti i suoi amici cari e familiari. Ringrazio tutti per la vicinanza. Anna”.

Ma la Pescara calcistica non ha ancora finito di soffrire. Ieri, infatti, è morto il papà del calciatore biancazzurro Danilo Soddimo. Febbo non ha dubbi: i giocatori sono sconvolti.

“Non si erano ancora ripresi dalla morte di Mancini, ora questa tragedia in mezzo al campo. Il portiere Luca Anania mi ha detto che ha paura, c’è una sensazione generale di forte pressione. Mister Zdenek Zeman per la morte di Mancini era rimasto molto male, Francesco era per lui come un figlio. Una settimana fa ha scelto di tornare a parlare, sembrava essersi ripreso in qualche modo, ma ieri, mi hanno fatto sapere, era distrutto. Lui è uno che interiorizza, queste tragedie lo hanno davvero sconvolto come hanno sconvolto tutti noi”.

“Alcune persone mi hanno pregato di dire ai colleghi di non mostrare le immagini della morte di Morosini – conclude Febbo – vuol dire che la tragedia ha colpito l’Italia intera. Personalmente, anche se ho scritto due pagine piene sul Corriere dello Sport, ho cercato di non guardarle, anche se sono immagini che possono far pensare, riflettere. Sono giorni di lacrime e di polemiche, purtroppo. Ci si chiede cosa provochi queste morti così atroci, ma quando c’è di mezzo il cuore di un atleta può succedere di tutto, come ha spiegato il dottor Sabatini, che ha fatto il possibile per salvare la vita di un ragazzo sfortunato ma di carattere che amava correre dietro a un pallone”.