L’AQUILA – C’è chi parla di cura miracolosa, chi di una truffa senza fondamento medico.
Il metodo ‘Stamina’ ideato dalla fondazione di Davide Vannoni continua a far discutere. La comunità scientifica si è mostrata finora molto perplessa sull’efficacia della cura, basata sull’iniezione di cellule mesenchimali che secondo i ricercatori della Stamina Foundation sarebbero in grado di trasformarsi in neuroni.
Al centro del dibattito, poi, c’è il ‘cuore’ del problema: le persone, quelle fatte in carne ossa, condannate a malattie neurodegenerative che non lasciano scampo e che in questo metodo ripongono grandi speranze.
Intanto, un altro fronte si è aperto sul versante delle politiche regionali: l’Abruzzo è stata la prima regione a dare il via libera a una risoluzione che apre alla possibilità che il metodo Stamina possa essere reso accessibile ai pazienti negli ospedali in qualità di ‘cura compassionevole’, in attesa che venga completato l’iter di sperimentazione.
Un esempio ripreso subito dalla Sicilia e che ben presto potrebbe essere seguito da numerose altre regioni d’Italia.
Allo stato delle cose, infatti, si può accedere alla terapia solo su sentenza di un tribunale. Dopo il caso di Sofia, la bimba di cui si era occupata approfonditamente la trasmissione le Iene, arrivata a vincere il ricorso in tribunale per accedere all’iniezione di staminali d’urgenza a Brescia, c’è anche Noemi, la piccola di Guardiagrele (Chieti), a cui il tribunale ha invece negato la possibilità di sottoporsi alla terapia.
Per le tante Noemi e Sofia che oggi lottano senza avere speranze è stata voluta la risoluzione, come spiega ad AbruzzoWeb Emilio Nasuti, consigliere regionale e primo firmatario del provvedimento, che annuncia anche un prossimo incontro con Vannoni sulla possibilità di aprire un centro per la cura Stamina in Abruzzo.
Da cosa nasce questa importante presa di posizione su un qualcosa che è ancora fortemente osteggiato dalla comunità scientifica?
Nasce dall’aver ascoltato le famiglie che vivono situazioni drammatiche, malattie che a oggi non prevedono alcuna terapia. Abbiamo sposato l’idea della risoluzione perché, a differenza del caso “Di Bella” dove la comunità scientifica aveva elaborato un protocollo, qui trattiamo persone che non hanno medicinali, non hanno alternative.
Noemi ha 7 mesi ed è destinata a morire, rischia di soffocare per una goccia di saliva visto che la sua malattia le porta all’atrofia dei muscoli, anche quelli del collo.
Sono 40 i casi a livello nazionale in cui il metodo ha sortito effetti positivi, persone che non riuscivamo a muovere le dita e ora si rotolano sul lettino. Non ci deve essere disattenzione, anche se la ratio scientifica è da dimostrare.
Cosa avete chiesto, in pratica, con la risoluzione?
Chiediamo al governo di attivarsi per garantire a tutti il diritto alla salute.
Allo stato attuale si creano discriminazioni e disparità di trattamento tra persone che già si trovano a vivere il dramma della malattia. Basti pensare al caso dei due fratelli affetti dalla stessa patologia per i quali il giudice del lavoro si è espresso in maniera differente, dando ragione a uno e torto all’altro.
Quali sono le prossime ‘mosse’ che avete intenzione di fare?
Innanzitutto, spero che sulla scia dell’Abruzzo tutte le altre regioni approvino la risoluzione, in modo tale che palla possa passare alla conferenza Stato-Regioni.
Incontrerò Vannoni, che vorrebbe illustrare l’ipotesi di realizzare in Abruzzo un centro che segua il metodo Stamina. Oggi, infatti, esiste solo quello di Brescia. Voglio sottolineare che è ancora prematuro pensare a una cosa del genere, siamo nella fase del capire. Si tratta di vite umane e l’argomento è delicatissimo.
Quando parliamo di cellule staminali si apre un mondo. In America hanno ipotizzato addirittura la ricostruzione del cuore con le staminali, è ovvio che dietro questo ci possono essere degli interessi pazzeschi.





