L’AQUILA  – Il governo di centrodestra di Giorgia Meloni presenterà  in Europa entro fine marzo, la proposta di inserire tra le opere del Pnrr prioritarie la Dorsale adriatica, ovvero il metanodotto Snam da  Sulmona a Foligno, e si appresta anche a nominare un commissario per la sua veloce realizzazione, sul modello del ponte Morandi di Genova.

A rivelarlo è il quotidiano Il Messaggero. L’obiettivo è anche quello di stringere i tempi e completare e attivare l’opera, invisa a comitati civici, associazioni ambientaliste e anche ai sindaci abruzzesi lungo il tracciato, entro due anni, al massimo tre, rispetto ai quattro previsti dal piano Snam, secondo cui l’opera, dal costo di  2,4 miliardi, dovrebbe  iniziare a luglio 2024  con l’entrata in esercizio nel 2028.

Pertanto rivela il quotidiano, “una volta che l’Europa avrà approvato le modifiche del Pnrr, con tanto di inserimento anche del capitolo Dorsale Adriatica, si passerà al taglio delle procedure autorizzative e alla nomina di un commissario, per ridurre al massimo i rischi di blocchi autorizzativi e stop dai territori”.

Ad avanzare l’idea del commissario è stato lo stesso ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin.

Si attende intanto l’esito della consultazione pubblica prevista per legge, imposta dalla norma, e attivata da Snam, in virtù dell’integrazione del piano pluriennale. L’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), ha già ricevuto le osservazioni di Comuni e comitati, e le controdeduzioni di Snam. Ed emetterà a giorni un parere consultivo al Ministero, ma non vincolante, incentrato sulla sostenibilità economica.

Il metanodotto sarà realizzato dalla multinazionale Snam, partecipata da Cassa depositi e prestiti (Cdp) per il 31,6%, attraversando anche 17 comuni in provincia dell’Aquila,  considerata dal governo un tassello fondamentale e irrinunciabile per trasformare l’Italia in un hub energetico del Mediterraneo, in grado di convogliare il metano anche verso il Nord Europa, e per poter fare a meno del tutto e per sempre del gas della Russia, e nella considerazione che senza la certezza di 70 miliardi di metri cubi annui di gas, il Paese si fermerebbe.

L’opera, pur definita sin da subito “strategica”, è stata proposta per la valutazione di impatto ambientale al Ministero dell’Ambiente nel lontano febbraio 2005, e solo dopo anni di polemiche, manifestazioni del fronte contrario e ritardi tecnici e burocratici, ha avuto l’ok definitivo solo ad ottobre scorso da parte del governo. Funzionale al metanodotto è anche la centrale di compressione in località Casa Pente, vicino Sulmona, opera anch’essa ferocemente contestata, che  ha già avuto l’okay per la valutazione di impatto ambientale.

Scrive il Messaggero: “il raddoppio della Linea Adriatica è l’opera numero uno nella lista dei nuovi dossier energetici da inserire nel Pnrr”, perché “senza questa opera, già bollata come «strategica» anche dall’Europa, è impossibile realizzare il progetto di hub europeo tanto caro alla premier Giorgia Meloni: la ricca dote aggiuntiva di gas algerino, il raddoppio del gas che arriva dall’Azerbaigian via Tap, e il nuovo metano che può arrivare dalla nuova produzione nazionale in Sicilia e da rigassificatori come Gioia Tauro e Porto Empedocle, non potrebbero arrivare nemmeno in Austria e Germania.”

E ancora : “quei 170 chilometri di tubi che dovrebbero connettere Sulmona a Foligno servono a far decollare le potenzialità dell’arteria del gas che da Massafra, vicino Taranto, dovrebbe far risalire la dorsale adriatica per oltre 690 kilometri attraversando dieci Regioni fino a Minerbio, dalle parti di Bologna”.

Non la pensa così il fronte ambientalista: nelle osservazioni ad Arera si sostiene che l’analisi costi-benefici della Snam “è da rigettare completamente essendo inficiata da gravi errori negli assunti di base”. Inoltre è fondata “su analisi dei dati di fatto fuorvianti, con macroscopiche sovra-valutazioni e sottovalutazioni, oltre a carenze e lacune su temi centrali come quello dell’impatto sulle politiche di contrasto dei cambiamenti climatici. Il tutto finalizzato a promuovere, a beneficio di Snam, un’opera del tutto inutile e anzi dannosa, a scapito dei consumatori, su cui graverebbero i costi, e in generale dei cittadini e del sistema Italia nel suo complesso”:

Si giunge a questa conclusione perché, innanzitutto, “l’attuale capacità di importazione le associazioni la stimano in 92 miliardi di metri cubi, a fronte di consumi per 68 miliardi, previsti in netto calo, a 58 miliardi nel 2030, ovvero dal loro punto di vista non c’è necessità di tutto questo gas per l’Italia, tenuto conto anche che “con il boom delle rinnovabili che producono energia a metà dei costi delle fossili le nuove opere fossili rischiano di essere investimenti improduttivi”.

E  a maggior ragione “non c’è nessuna strozzatura interna per il trasporto di gas da Sud a Nord,  e i gasdotti e terminali esistenti sono largamente sufficienti, visto anche che entreranno in funzione anche nuovi rigassificatori”.