L’AQUILA – Limitare l’apertura di nuove cave, puntando invece sul completamento e l’ampliamento delle attività esistenti, incrementare il numero e la qualità degli interventi di recupero ambientale delle cave dismesse.
Si basa su questi pilastri, a leggere la stringata relazione introduttiva, il Piano regionale delle attività estrattive (Prae), atteso da 30 anni, redatto dall’Agenzia regionale Abruzzo sviluppo e adottato dalla Giunta regionale.
Per comprendere però come questi nobili intenti saranno concretamente raggiunto, è determinante entrare nel merito del corposo testo del Piano, che per ora, come confermato da numerosi consiglieri regionali ad Abruzzoweb, il presidente Luciano D’Alfonso preferisce non pubblicizzare e non distribuire in copia.
Questa testata ne ha fatto dunque richiesta ad Abruzzo sviluppo, ricevendo solo la copia della relazione.
Filosofia sottesa al Piano, si legge nella relazione, è innanzitutto che esso non individua a priori bacini estrattivi all’interno dei quali confinare e limitare l’esercizio dell’attività di cava, bensì sceglie la cosiddetta “pianificazione indiretta” o “in negativo”, con la quale si attua l’azione programmatoria e di politica di settore attraverso la “definizione di regole” uguali per tutti gli operatori pubblici e privati, a cui uniformarsi nella presentazione delle istanze di autorizzazione.
Si dice insomma dove non si può cavare, in virtù della presenza di vincoli ambientali, paesaggistici o di altra natura.
Non è stata invece redatta una cartina con l’indicazione delle aree deputate all’estrazione, sul modello dei piani regolatori, secondo altre impostazioni di “zooning urbanistico”.
Nella relazione si riassumono poi i dati che fotografano al 2015 il comparto estrattivo abruzzese.
In Abruzzo sono attive 265 cave e 2 miniere. I siti abbandonati sono 499.
La superfici autorizzate al 2015 sono 1 milione e 477 mila ettari, che corrispondono a circa 134 milioni e 725 mila metri cubi di materiale.
Ma solo una parte di queste superfici è stata scavata e utilizzata, i volumi residui complessivi al 2015 sono 46,7 milioni di metri cubi che corrispondono al 34,6 per cento dei volumi autorizzati.
Il fatturato del settore estrattivo, si evidenzia inoltre, risulta pari a 248 milioni di euro nel 2007, mentre nel 2012 è sceso a 207 milioni, subendo una perdita di quasi il 17 per cento.
E una perdita del 10 per cento dei posti di lavoro, soprattutto nelle province di Chieti e Teramo, mentre è rimasta stabile in provincia dell’Aquila e con una piccola flessione in provincia di Pescara. Non esistono ancora dati più aggiornati.
Per quanto riguarda i canoni rispetto ad altre Regioni, in quella abruzzese le entrate essere più alte e rappresentano circa il 10 per cento del prezzo di vendita, con un incasso per le casse pubbliche preventivato dal 2005 fino al 2020 in 7,8 milioni di euro di canone ambientale e 15,6 milioni di euro di canone demaniale.
Definito il quadro, si è in attesa di conoscere nel dettaglio quali saranno le aree off-limits, e dove sarà possibile aprire nuove cave, se aumenteranno o saranno rimodulati i canoni, come concretamente si renderà più efficace il ripristino ambientale delle cave esaurite e anche di quelle abbandonate.
La strada dell’approvazione del piano, però, sarà ancora lunga e irta di ostacoli.
Il documento deve ancora essere sottoposto alla Vas, la valutazione ambientale strategica, solo dopo approderà in Consiglio regionale per l’adozione e andrà pubblicato; a quel punto, potranno essere presentate osservazioni ed infine il Consiglio regionale lo approverà definitivamente.






