TERAMO – “Prima i processi si celebravano nelle aule giudiziare, mentre oggi si svolgono nelle case degli italiani. Tutto ciò fa audience e viene trasmesso dalle reti televisive alle quali non importa chi sia il colpevole. Spero che tutte le persone che mi condannano non abbiano scheletri nell’armadio e soprattutto la coscienza pulita, ma poco ci credo”.
Lo scrive Salvatore Parolisi in due lettere rese note dal quotidiano Il Centro e inviate nei mesi scorsi dal carcere dov’è detenuto con l’accusa di aver ucciso la moglie Carmela ”Melania” Rea.
Parolisi racconta le sue giornate in cella, parla della figlia che non vede e scrive usando il suo dialetto: “Addà passa ‘a nuttata”.
Sui tradimenti alla moglie il caporalmaggiore del 235° Rav Piceno confessa: “È vero, l’ho tradita e non me lo perdonerò mai, ma non gli ho mai tirato uno schiaffo. Niente di niente. Non vedo il motivo della mia carcerazione, questa è ingiustizia”.
Lunedì mattina Parolisi conoscerà il suo destino processuale. Il giudice per le indagini preliminari Marina Tommolini deciderà se concedere il rito abbreviato condizionato a una perizia sull’ora della morte, come richiesto dalla difesa, che vuole scardinare l’accusa mettendo in discussione proprio uno dei suoi capisaldi, appunto l’orario.
La famiglia di Melania, tramite il suo legale, si oppone alla concessione dell’abbreviato.






