SULMONA – “Se proprio ci tengono alla sicurezza del punto nascite di Sulmona, basterebbe spostarci dall’ala che ha subìto danni per il terremoto e darci più personale, invece che allungare i tempi di percorrenza per le partorienti con un costosissimo elisoccorso”.
A parlare ad AbruzzoWeb è Berta Gambina, capo ostetrica del punto nascita di Sulmona, uno dei quattro abruzzesi destinati alla soppressione, assieme quello di Ortona, (Chieti), che chiuderà i battenti proprio oggi, Atri (Teramo), e Penne (Pescara), con chiusure previste rispettivamente per il 31 ottobre e il 15 novembre.
Per la chiusura del punto nascita di Sulmona, non è prevista la data della soppressione, perchè prima va predisposto il sistema di trasporto in sicurezza nei punti nascita dell’Aquila e Avezzano, che dovranno anche loro essere potenziati.
Chiusure osteggiata da Comune e comitati cittadini, che hanno fatto ricorso al Tar, dalle opposizioni in Consiglio regionale e anche parte di esponenti della maggioranza, in primis dei ribelli Andrea Gerosolimo, originario proprio di Sulmona, che si appresta diventare assessore alle Aree interne, e Mario Olivieri, entrambi di Abruzzo Civico, e che ad aprile, assieme a Pierpaolo Pietrucci del Pd, hanno già votato una risoluzione dell’opposizione contro la soppressione dei punti nascita.
Gli argomenti contro la chiusura della Gambina sono quelli di una professionista che al punto nascita di Sulmona ci ha lavorato oltre vent’anni, e che ora vive mesi di incertezza e rabbia assieme ai 6 medici ginecologi, agli 11 infermieri e ad altre sei ostetriche, che mandano avanti il punto nascita del capoluogo peligno dotato di una sala parto, una sala travaglio e un reparto con 14 posti letto.
E per prima cosa la Gambina smonta l’argomento principe ripetuto a spron battuto dall’assessore regionale alla Sanità Silvio Paolucci, sulla scorta delle direttive ministeriali, a favore della chiusura: in un punto nascita come Sulmona, dove si effettuano pochi parti, meno di 500 l’anno, medici e ostetriche sono poco attivi, poco in allenamento, e questo aumenta i rischi di interventi non riusciti.
“In 28 anni che lavoro qui – ribatte l’ostetrica – effettivamente non abbiamo mai superato i 550 parti, e il range è stato tra i 360 e 420. Ma questo dipende dal fatto che Sulmona è inserita in un bacino di utenza montano con una popolazione inferire alla media, che fa meno figli”.
Però questo non significa meno sicurezza, e a confermarlo a suo dire sono i numeri.
“In questi venti anni – conferma – si è verificato un solo caso di morte di una partoriente, per un problema legato a patologie, e 2 morti fetali, e tra l’altro in uno dei due casi la patologia si era acuita in un ricovero di un altro ospedale”.
E soprattutto, sottolinea ancora, “all’ospedale dell’Aquila e Avezzano un medico e un’ostetrica fanno appena 3 parti in più ciascuno l’anno, rispetto a noi colleghi di Sulmona. Non si può dire che siano molto più allenati di noi”.
La mancanza di sicurezza, osserva piuttosto l’ostetrica, è semmai dovuta al fatto che lo smantellamento del punto nascita di Sulmona è già cominciato, da un paio d’anni, e questo non consente di lavorare al meglio gli operatori.
“Il punto nascita è, tanto per cominciare, un’ala dell’ospedale, che dovrebbe essere ristrutturato per le lesioni che subìto con il terremoto, abbiamo oramai una carenza cronica di attrezzature e di manutenzioni, e anche di risorse umane, con i medici in numero insufficiente che devono fare turni molto pesanti, perché devono garantire la doppia reperibilità, cioè in sala operatoria devono essere sempre in due”.
“Anche questo significa meno sicurezza – sottolinea la Gambino – perché se lavori sotto pressione rischi di non essere obiettivo nelle scelte da assumere in pochi minuti e da cui dipende una vita umana. Per fortuna però che i nostri medici sono grandi professionisti e non perdono un colpo”.
“Ci sarebbe poi da dire qualcosa anche sul numero dei parti, quest’anno appena a 130, -30 rispetto al 2014, la cui diminuzione è causata, però, proprio dal clamore mediatico che si è creato intorno ai punti nascita da chiudere – accusa – Nell’ipotesi paventata della chiusura le donne incinte hanno cominciato ad andare in altri ospedali, principalmente Chieti, a mezzora di macchina, e solo in seconda istanza ad Avezzano”.
La riorganizzazione del percorso nascita di Sulmona consiste, semplificando, che al posto del reparto maternità dell’ospedale ci sarà ad accogliere le partorienti, che arriveranno anche con le autoambulanze di cui saranno dotate h24 le aree interne più lontane, un elicottero, che trasporterà le partorienti ai punti nascita di Avezzano e L’Aquila, e non direttamente la sala parto, i medici e le ostetriche di Sulmona.
E questo, assicura l’ostetrica Gambino, potrebbe non aumentare la tanto richiamata sicurezza, ma diminuirla, e per di più a costi maggiori.
“Per arrivare al punto nascita più vicino ci vorranno fino a venti minuti in più di viaggio, tenuto contro dei trasbordi del decollo e dell’atterraggio dell’elicottero, ma per un parto cesareo d’urgenza venti minuti in più sono un’eternità. E per di più l’elisoccorso costa moltissimo, e non elimina secondo me la necessità di un presidio per interventi d’urgenza qui a Sulmona”, prosegue.
Da qui una sommessa proposta, che assicura è stata più volte illustrata.
“Per quanto riguarda l’insufficiente pratica di medici e ostetriche, basterebbe ruotare il personale tra gli ospedali che fanno molti parti e quelli che ne fanno meno, così saremo tutti sempre alleatissimi – evidenza ancora – Qui a Sulmona si potrebbe realizzare, all’interno dell’ospedale, una Casa del parto gestita dalle stesse ostetriche, solo per i parti normali, non a rischio, senza il bisogno della presenza di medici, una struttura dunque meno costosa”.
“I casi a rischio di gravidanza, delle donne per esempio con il diabete sarebbero dirottati in altri centri più attrezzati”. Senza bisogno di elicotteri e frastuoni di polemiche”, conclude. Filippo Tronca



