L’AQUILA – “Io qui muoio. Il teatro era come la mia casa, il mio spazio. La mia vita è il palcoscenico. Il terremoto mi ha tolto il San Filippo ed è stato peggio che togliermi la casa”.

Queste le parole commosse di Maria Cristina Giambruno, regista e volto storico dell’Uovo Teatro stabile di innovazione, tra i fondatori della compagnia, in un’appassionata intervista ad AbruzzoWeb, in cui ha raccontato del teatro, della mancanza di spazi per le rappresentazioni all’Aquila e dell’utilità che lo studio della recitazione potrebbe avere per superare al meglio il terremoto e lo stress emotivo che ne è conseguito.
 
“Il teatro non è una medicina, questo si deve capire. Ha tempi lunghi come l’omeopatia. Non cura i sintomi, ma la persona nella sua totalità”, ha aggiunto la Giambruno.
 
Gli spettacoli di Maria Cristina Giambruno sono rappresentati nei migliori teatri italiani, tutti riconoscono l’alta qualità delle sue produzioni e soprattutto la sensibilità con cui riesce a avvicinare il teatro a tutti, dai bambini agli adulti.
 
“Faccio in modo che ognuno possa capire e fare proprio un seme di quello che metto in scena. Non faccio spettacoli sperimentali per i soli addetti ai lavori, le persone devono capirli”, spiega la regista.
 
La Giambruno segue da vicino molti progetti teatrali, con i ragazzi del progetto Ego, in collaborazione con l’Associazione Humanitas, in corso d’opera, debutto previsto per i primi di febbraio, ma anche insegnando teatro agli studenti di Psichiatria, in modo da approcciare il malato psichiatrico con la mimica e la fisicità e non solo con le cure. Inoltre, sin dalla fondazione della compagnia teatrale, organizza laboratori in carcere con i detenuti per aiutarli nel loro reinserimento nella società.
 
Il terremoto non è stato soltanto materiale, questa città ha subìto anche un terremoto culturale e sociale. Il terremoto dell’Uovo qual è stato?
 
Questo (due uffici al piano terra di un palazzo in via Tito Pellicciotti all’Aquila, ndr) è tutto quello che abbiamo oggi dopo il terremoto e ce lo paghiamo da noi a caro prezzo. Avevamo un teatro, il San Filippo, ma ormai non speriamo più di poterci rientrare. Dopo il sisma, il la Provincia Autonoma di Trento ci voleva donare i fondi per un nuovo San Filippo, ma il sindaco ci disse che avrebbero costruito a breve un teatro e il progetto cadde nel vuoto.
 
La restaurazione del San Filippo come procede?
 
Non so, di queste cose se ne occupano altri della compagnia. Mi dicono che sia stata fatta soltanto la messa in sicurezza esterna. L’Uovo lo aveva in gestione, ma è del Comune e se ne occuperà Marchetti (Luciano, vice commissario per la messa in sicurezza dei beni culturali, ndr.). Ha molti affreschi e in questo genere di strutture i tempi sono biblici. Per me perdere il teatro è stato peggio che perdere la casa. Pensavo che il San Filippo fosse eterno: quando fecero le scosse il venerdì prima del terremoto andai lì con mia figlia, mi sembrava il luogo più sicuro. Il palcoscenico è la mia vita e il centro prima era la mia casa.
 
Il problema degli spazi per la cultura è enorme. Per voi dell’Uovo?
 
Il problema spazi c’è. Abbiamo fatto addirittura i provini in questi uffici. Un periodo abbiamo affittato una sala presso il convento delle suore a San Gregorio (L’Aquila), adesso ci hanno concesso un appartamentino in questo stesso stabile, ma non possiamo più fare corsi di teatro, non abbiamo gli spazi.
 
Dopo il terremoto, come avete supplito alla perdita del San Filippo?
 
Siamo stati ospitati dal Teatro Flaiano di Pescara, devo ringraziare Lucio Fumo per questo. Poi abbiamo lavorato tantissimo fuori. A Trento siamo stati ospitati in un residence. Non ci siamo fermati, non abbiamo licenziato nessuno, ci siamo ripartiti gli stipendi e abbiamo continuato. La mattina del 6 aprile 2009, per esempio, è stato rappresentato il mio spettacolo Monnezza! in una scuola di Empoli, non si poteva rimandare.
 
Per quanto riguarda gli aiuti economici ne avete avuti?
 
Ci paghiamo questa sede da soli. Ma è ovvio che ci servirebbe un aiuto. Per adesso l’unica realtà che viene un po’ appoggiata economicamente è l’aggregato di Piazza D’Arti. Per il resto è tutto fermo.
 
Il teatro ha un ruolo culturale e di aggregazione sociale riconosciuto da tutti. Secondo lei studiare teatro e andare a teatro possono aiutare gli aquilani a superare la tragedia che li ha colpiti?
 
Il 70 per cento degli aquilani è depresso, secondo uno studio fatto dal professore Massimo Casacchia. Io insegno teatro agli studenti di Medicina per la riabilitazione psichiatrica, il teatro serve. In un momento così non si può soltanto pensare a sfamare e far bere le persone si dovrebbe investire nella cultura. Ma in Italia, invece, si fanno i tagli, perché il teatro fa pensare le persone e questo spaventa. Senza cultura, le persone comprano e basta. In un mio spettacolo Il Giro del mondo in 80 giorni, c’è Mister Rapper, che fa il verso alle pubblicità: è un simbolo di una politica produttiva che spinge solo all’acquisto, cercavo di farlo capire ai bambini.
 
Quindi il teatro come medicina dell’animo?
 
Il teatro non è una medicina, ha tempi lunghi. Quello che fa il teatro è curare la persona nella sua interezza. Ti spinge ad aprirti all’altro, condividere le tue cose con chi ti sta davanti. Poi, è live non è “mediato”, come i computer o la televisione e “immediato”. In questo particolare momento che viviamo all’Aquila, il teatro può far superare lo stress e sfogare l’ansia. Lo faccio sempre nei miei corsi. Il teatro è condivisione, collaborazione e ti fa superare il male della vita. Ai miei allievi di psichiatria per esempio insegno come approcciarsi al malato in un modo “diverso”. L’approccio è mimico: un linguaggio universale. Più che per la rappresentazione finale si deve fare teatro per se stessi.
 
Se dovesse spiegare cos’è il teatro per lei e raccontare che tipo di teatro le piace creare?
 
Il teatro è la mia vita. Io penso che sul palcoscenico dobbiamo farci capire. La rappresentazione è partecipazione. Da quando è nato, il teatro è la trasposizione in scena della vita, come dire i miei drammi sono anche i tuoi, ci si riconosce in quello che si vede e ci si riassicura un po’. Per questo il luogo prediletto per la messa in scena erano le piazze e le strade: posti dove tutti potevano partecipare. Le sperimentazioni si possono fare ma con gli addetti ai lavori. Prendete il teatro di Shakespeare aperto a tutti: ognuno capiva secondo il suo livello culturale e il suo background.
 
Quindi sperimentazioni tipo Odin Teatret di Eugenio Barba non rientrano nel suo modo di fare teatro?
 
Ho collaborato con l’Odin per vario tempo, sono venuti anche all’Aquila. Ma io voglio che i miei spettacoli possano essere capiti dai bambini e dagli adulti, voglio che nessuno si annoi, che ognuno possa prendere qualcosa dai miei lavori. D’altra parte l’autore spesso mette nella rappresentazione cose che non è cosciente di inserire, ogni spettatore ha un ruolo attivo, diventa protagonista nella lettura che fa dell’opera. Il teatro non è solo esibizione sul palco è molto altro, quello è soltanto la conclusione del lavoro. Ripeto che il teatro è la rappresentazione della vita. Diceva un mio maestro belga di teatro No che “sul palcoscenico il necessario è bello, il superfluo è volgare”.
 
Adesso come va la messa in scena, riuscite a lavorare all’Aquila?
 
Al San Filippo avevamo un bel cartellone serale per gli adulti, venivano comici famosi, che dopo il terremoto, per l’amicizia che ci legava, hanno tenuto spettacoli gratuiti per L’Aquila, primo fra tutti Giobbe Covatta, e poi facevamo nostre produzioni. Adesso stiamo portando in tour lo spettacolo Glass, per il progetto Percorsi teatrali nei Musei D’Abruzzo che accompagna e crea una fusione tra spettacolo e arte, il debutto è stato per la riapertura di Santa Maria Paganica all’Aquila, l’abbiamo rappresentato anche alla Cartiera del Vetoio il 6 dicembre, i prossimi appuntamenti saranno a Celano, Nuovo Museo Paludi e a Teramo, Museo Civico Archeologico. Stiamo facendo anche un progetto con l’Associazione Humanitas, Progetto Ego con i fondi regionali per i giovani, stiamo scrivendo i testi e facendo i provini, il debutto sarà a febbraio.
 
Un lavoro che ha fatto che la rappresenta? Lo spettacolo che sente più rappresentativo?
 
Amo tutte le mie creazioni. Mi piace rileggere le opere letterarie, da Andersen a Chajkovskij, inserire finali diversi, come ad esempio nel Principe Felice, rifacimento da Oscar Wilde, dove alla fine il principe tramutato in pietra torna umano non perché si intenerisce, ma perché una rondine lo fa intenerire, oppure il mio Brutto anatroccolo, che non viene cacciato dal pollaio, ma va via di sua spontanea volontà perché stufo dei soprusi e delle offese. Per Spocchio Ranocchio ovvero baciami ho ricevuto anche un riconoscimento a Roma. Stiamo rappresentando in tour per l’Italia Alla ricerca del grande e terribile mago di Oz, uno spettacolo sull’amicizia, poi sponsorizziamo i Racconti di Batik di un giovane regista Patrizio Pompei, mix tra musica e parole, un lungo monologo accompagnato dalla musica.
 
Lo spettacolo del cuore?
 
Forse Monnezza!, scritto per un progetto di educazione al risparmio energetico insieme a Viva la luce, è stata l’ultima cosa che ho scritto nel mio camerino al San Filippo, per questo ce l’ho nel cuore. All’inizio non volevo fare uno spettacolo che parlasse di sporco, poi ho accettato con il compromesso che potevo picchiare duro contro i rifiuti. Il protagonista è uno scrittore che, come Demostene in cerca dell’uomo, decide di andare per le strade e diventa un clochard. Le tematiche sono tante, dal cibo buttato dai supermercati senza nemmeno passare per le tavole dei consumatori, a come si possono riciclare gli oggetti, come faceva Picasso nelle sue opere d’arte. Poi ho inserito spezzoni di un filmato di Esmeralda Calabria dal titolo Biùtiful Cauntri, su bambini rom che frugano nell’immondizia: il risultato fa riflettere grandi e bambini. L’importante però è fare spettacoli di qualità e avere persone attorno che collaborano nel modo giusto.