TORRICELLA PELIGNA – Il festival letterario “Il Dio di mio padre”, dedicato al celebre scrittore statunitense d’origine abruzzese John Fante che si terrà a Torricella Peligna (Chieti) nei giorni 22, 23, 24 agosto ospiterà, all’interno della sua vasta programmazione anche il Teatro Sociale di Pescara.

Sarà Michele di Mauro, attore e scrittore, a presentare nell’ultima giornata il suo libro L’uomo carbone uscito nel 2013 con cui intende celebrare un tema molto legato al territorio abruzzese: l’emigrazione.

In questo testo Di Mauro tratta dell’esplosione all’interno della miniera belga di Marcinelle avvenuta nel 1956 in cui morirono 262 persone fra cui 136 italiani; l’autore in questo libro però da soprattutto importanza alle singole persone morte, uomini che lavoravano duramente, persone con sentimenti, emozioni e speranze.

Gli stessi sentimenti che vengono messi in scena dal Teatro Sociale, molto attivo sul territorio di Pescara, che scavalcando le numerose difficoltà economiche, s’impegna a denunciare e illustrare tematiche attuali per spiegarle a quel vasto pubblico che ha bisogno di sapere.

Che cosa vuol dire far teatro oggi?

Vuol dire ‘passione’: in questo momento di crisi non solo economica spesso l’arte, e in particolar modo il teatro che già di per sé è considerata un’arte povera, può sopravvivere solo grazie alla passione di chi con sacrificio ogni giorno si dedica a mantenere accesso questo fuoco. Fare teatro oggi è difficile, perché si hanno tante idee, tante cosa da dire, un cultura millenaria da rappresentare e purtroppo sempre più spesso pochi mezzi e spazi per farlo.

Quali sono le caratteristiche della vostra compagnia ‘Teatro Sociale’ di Pescara?

Il Teatro Sociale di Pescara nasce da un’idea di Federica Vicino, direttrice artistica, nel 2006. Nel 2010, l’attività della compagnia è divenuta più costante e presente sul territorio: è formata da una quindicina di teatranti di diversa formazione, ma concentra principalmente la propria attenzione nell’attività di scouting e nella crescita di giovani attori compresi tra 18 e 30 anni organizzando anche  seminari presso l’Università di Chieti-Pescara con cui trasmettere una sincera idea di teatro a nuove generazioni.

Quali sono i temi maggiormente trattati?

Il nostro è un teatro sociale e civile che ha come obiettivo la rappresentazione di storie che devono essere raccontate o denunciate. Abbiamo concentrato la nostra attività sul triste fenomeno delle morti bianche, le morti sul posto di lavoro. Poi nel 2010 è nato L’Uomo-Carbone, uno spettacolo che prende spunto dalla tragedia di Marcinelle del 1956 dove morirono 262 minatori, molti dei quali abruzzesi, uomini costretti a emigrare nel dopoguerra per scampare alla miseria. Abbiamo affrontato il tema del dissesto ecologico, di bracconaggio, terremoto anche inquinamento delle acque.

In che modo è possibile coinvolgere maggiormente il pubblico?

Difficile rispondere: coinvolgere il pubblico richiede l’analisi di tanti elementi. Forse in questo momento di crisi il pubblico ha bisogno di ridere e non di pensare ma il teatro, sin dai suoi albori, ha risposto non tanto all’esigenza di divertimento ma a quella di emozionarsi e non è importante se le emozioni passano attraverso un dramma, una tragedia o una commedia.

Quale delle opere a cui avete lavorato ha sentito più vicino alla vera essenza di ‘teatro sociale’?

Allo stato attuale ci sentiamo legati particolarmente all’Uomo-Carbone: prosa diretta con punte di verismo ma anche ‘contact improvisation’ con il pubblico, nonché libro che presenterò al Festival di John Fante. È un contatto di corpi con altri corpi o con oggetti o con la terra e con le proprie emozioni direttamente. Proprio attraverso questo contatto si fa sì che le emozioni nascano, crescano e si diffondano. L’Uomo-Carbone ha emozionato platee abruzzesi, nazionali ed internazionali, approdando nel 2012 al Bois Du Cazier che fu lo scenario della tragedia di Marcinelle in Belgio e che ora è un Museo protetto dall’Unesco.