L’AQUILA – Era stata contagiata dall’epatite C in seguito a una trasfusione di sangue infetto durante un’operazione avvenuta presso l’ospedale dell’Aquila nel lontano 1981.

La donna è morta un mese dopo il terremoto, ma le sue figlie non hanno mai smesso di lottare e alla fine hanno ottenuto la giustizia che cercavano.

Dopo 32 anni il Ministero della Salute è stato condannato dal tribunale dell’Aquila a pagare un maxi risarcimento di oltre 1 milione di euro ai familiari della donna “per omessa sorveglianza e vigilanza in materia sanitaria”.

La sentenza numero 716 del 26 ottobre scorso ha stabilito che il Ministero dovrà versare alle eredi 915.469 mila euro a titolo di danno non patrimoniale che sarebbe spettato alla defunta e 160.000 euro per ciascuna delle due figlie, oltre alla condanna alle spese del giudizio, il tutto con rivalutazione e interessi legali dalla data del fatto.

La battaglia era iniziata nel 2008 per volere della stessa donna, che a causa di quell’errore accaduto durante l’intervento di colecistectomia  ha sofferto per vent’anni, fino alle complicazioni che l’hanno portata alla morte.

Il giudice aquilano Antonella Camilli ha riconosciuto non prescritto il diritto al risarcimento. “La sentenza è indenne da censure – spiga l’avvocato aquilano Mary Corsi, che ha assistito le figlie della donna – soprattutto in merito all’argomento prescrizione che riaprirà non poche speranze per tutti i contagiati che, tra gli anni ‘70 e ‘80, hanno riportato gravi conseguenze per i contagi da epatiti e Hiv a causa delle trasfusioni infette”.

Nella sentenza si ricorda che nonostante il test di rilevazione dell’epatite C sia stato introdotto solo nel 1988, già dal 1960 la scienza mondiale aveva gli strumenti idonei a rilevare la presenza di virus nel sangue.

Quindi, anche in assenza di un test identificativo il Ministero aveva comunque il dovere di praticare metodi alternativi esistenti che consentivano di effettuare indagini anamnestiche sui donatori e controlli effettivi di laboratorio sul plasma. (e.m.)