PESCARA – Oltre 300 milioni di euro di debiti, accumulati in 16 anni di vita, dalle sei società per azioni a partecipazione pubblica che devono gestire l’acqua degli abruzzesi, ovvero acquedotti, depurazione e fognature.
Con queste cifre inquietanti comincia il viaggio di AbruzzoWeb nel mondo… sommerso dell’acqua pubblica abruzzese, tra società con debiti milionari, servizi non sempre efficaci, enti e società doppie e triple, ricchi compensi per chi gestisce e perfino qualche inchiesta giudiziaria.
Debiti, si diceva, accumulati in anni di gestione allegra, che ha trasformato le società in terre di conquista della politica, fatte di assunzioni indiscriminate, consulenze a gogò, super stipendi per i vertici, decine e decine di milioni di euro di bollette non riscosse.
Un comparto, segnato da diverse inchieste giudiziarie, che costa circa 100 milioni l’anno, complessivamente occupa circa mille tra dipendenti, consulenti e incarichi politici.
Un settore che, secondo una stima, per essere modernizzato ha bisogno di 1 miliardo di euro di investimenti, ma che, dopo tanti anni di assenza di norme e di sperperi, è ancora lontano dall’andare a regime ed essere ‘governato’.
Infatti, mentre tanta è l’acqua passata nei rubinetti degli abruzzesi, e altrettanta si è persa nelle tubature vecchie e usurate, il 40 per cento della portata, dopo 5 anni è ancora incompiuta la grande riforma della legge regionale 9 del 2011, che prevede la costituzione dell’Ente regionale per il servizio idrico integrato (Ersi).
Un organismo competente su tutto il territorio regionale, con il conseguente scioglimento dei sei Ambito territoriali ottimali (Ato) di Chieti, Teramo, Pescara, Marsica, L’Aquila e Peligna, composti dai sindaci dei vari territori, e che devono, o dovrebbero controllare e garantire il buon operato delle società di gestione.
Dopo un quinquennio improduttivo, solo da pochi mesi l’Ersi è riuscito a eleggere i suoi organi direttivi, con la ragionevole previsione che la riforma possa andare in porto entro il 2017.
Con un limite però, a detta di tanti addetti ai lavori: nella riforma non è prevista la riduzione o almeno la radicale modifica della governance delle sei società: l’Aca nel Pescarese, la Sasi nel Chietino, la Ruzzo Reti nel Teramano, e ben tre nel territorio aquilano: Cam nell’area marsicana, la Gran Sasso Acque nell’area aquilana e la Saca nell’area Peligna.
Spa considerate la vera causa della mala gestione del ciclo idrico, e la principale voce di spesa, con i loro 500 dipendenti complessivi, e come detto un debito monstre accumulato in soli 16 anni, da quando sono state istituite con la legge sugli enti locali.
Un rosso che è tanto più grave considerando che il fatturato complessivo di queste società è tutto sommato modesto, di 120 milioni di euro, e che le perdite si sono accumulate non per fare investimenti, riparando per esempio le reti-colabrodo e i depuratori rotti e mal funzionanti, che inquinano i fiumi e il mare, ma solo per le spese di gestione interne.
Ora i Consigli d’amministrazione sono stati dimagriti per numero di componenti e negli emolumenti, che una norma contenuta nella finanziaria 2007 fissa al 70 per cento del compenso del sindaco del Comune socio più grande, e dunque, in Abruzzo, tra i 2 e i 3 mila euro al mese.
Nel frattempo i Cda sono alle prese con difficilissimi piani di risanamento, particolarmente drammatici nell’Aca, che ha debiti per 139 milioni, nella Ruzzo Reti, 90 milioni, e nel Cam, 80 milioni.
Caso emblematico quello dell’Aca di Pescara, più volte salita in questi anni alla ribalta delle cronache, anche giudiziarie, per essere stata considerata un giocattolo, in mano al cosiddetto “partito dell’acqua”.
A marzo è iniziato il processo per presunte tangenti, che vede imputati Ezio Di Cristoforo e Lorenzo Livello, rispettivamente ex presidente e attuale direttore tecnico della società.
L’ex presidente dell’Ato pescarese, Giorgio D’Ambrosio, è stato il 9 settembre condannato per peculato, avendo usato la vettura dell’Ato per poter assolvere i propri impegni di parlamentare.
E l’Aca resta ancora terreno di conquista per la politica: lo dimostra la lotta tra territori e cordate politiche per la nomina del nuovo Cda, o anche del solo amministratore unico.
Del resto sono in arrivo ingenti risorse stanziate dalla Regione con il Masterplan per il Sud, per riparare finalmente i depuratori e finanziare interventi di manutenzione straordinaria della rete idrica.
Una buona notizia che, però, ha riacceso gli appetiti delle cordate politiche intorno alle Spa che avranno un ruolo decisivo nell’allocazione delle risorse.
Tornando al travagliato parto dell’Ersi, le cronache politiche del 2012 restituiscono numerose dichiarazioni che davano come imminente lo scioglimento dei sei Ato.
Ma come ogni riforma che intende accentrare e semplificare, ha ricevuto non poche resistenze, da parte dei territori e della politica locale.
L’Ersi è nato formalmente nel 2011, e la fase di “start up” è stata affidata dall’allora assessore regionale di centrodestra Angelo Di Paolo al dirigente regionale Pierluigi Caputi, ora direttore generale del Comune di Pescara, con l’obiettivo procedere speditamente alla liquidazione degli Ato.
Più facile a dirsi che a farsi: lo stesso Caputi ha messo in guardia, nell’aprile 2013, sulla grave situazione debitoria che l’Ersi avrebbe ereditato dagli Ato.
Un motivo in più per frenare l’iter della riforma, che prevede, prima dello scioglimento degli ambiti territoriali, la costituzione degli organi dell’Ersi e la sua piena entrata a regime.
Passaggio che si sta ultimando solo in questi mesi, con la nomina del presidente del Cda, non retribuita, Daniela Valenza, avvocato 35enne di Sulmona (L’Aquila), nominata poi in agosto anche nel ruolo di segretaria di Giunta regionale dal presidente della Regione Luciano D’Alfonso.
Con lei ci sono i consiglieri nominati, come prevede la legge, dall’assemblea dei sindaci dei quattro Ato, ovvero i sindaci Antonino Amorosi, Lama dei Peligni (Chieti), Ilario Lacchetta, Farindola (Pescara), Roberto Di Marco, Isola del Gran Sasso (Teramo) e Mauro Di Ciccio, Rocca di Mezzo (L’Aquila). Nominato a estrazione anche il revisore dei conti, Enza Pomante.
La casella del direttore generale è stata occupata da un fedelissimo del presidente della Regione, Luciano D’Alfonso: Giampiero Leombroni, che era in corsa anche per diventare amministratore unico dell’Aca, caldeggiato pure da D’Alfonso.
Poi i sindaci non hanno trovato convergenza sul suo nome, e ha ritirato la candidatura. Si attende ora l’esito del nuovo bando.
Leombroni che, peraltro, è già commissario del Consorzio di Bonifica Sud, nonché commissario, appena prorogato, dell’Arap, l’Agenzia regionale per le attività produttive.
In passato è stato alto dirigente della Toto Holding, e dirigente alla Provincia di Pescara dal 1998 al 2003, con D’Alfonso presidente di Provincia. Essendo un pensionato, seppure iper impegnato, non percepirà compensi per il suo nuovo incarico di direttore generale Ersi.
Al netto di questa situazione di scacchiere completato, comunque, a oggi non ci sono più ostacoli formali per procedere finalmente alla liquidazione dei sei Ato.
Sarà necessario, tuttavia, procedere alla valutazione degli immobili, del personale e della situazione patrimoniale.
Nella speranza che non sia così problematica come quella squadernata nel 2013 dal commissario Caputi. Bracci esecutori della liquidazione, nelle intenzioni dell’Ersi, saranno gli attuali direttori generali dei sei Ato, che diventeranno commissari.
L’Ersi, intanto, dovrà intanto approvare un suo piano del personale, fissandone il fabbisogno.
A oggi non ha dipendenti propri e si appoggia a quelli degli Ato, poco più di una ventina, che prima o poi dovranno transitare nel nuovo ente unico.
Resta solo un auspicio: quello di ridurre a un una, massimo due, le società di gestione. Del resto questo accorpamento non è come detto previsto nella legge 9 del 2011.
Si ragiona nei convegni, però, di accentrare almeno alcuni servizi, istituendo una centrale unica di acquisto.
E tentare di accorpare in qualche modo Cam, Gran Sasso acqua e Saca che operano tutte e tre in provincia dell’Aquila.





