L’AQUILA – Sotto la Basilica di Collemaggio dell’Aquila giacciono cavità affrescate del primo insediamento rupestre monastico celestiniano che saranno “completamente ignorate dal progetto di recupero” finanziato da Eni, che riporterà la chiesa al suo originario splendore entro la fine del 2016.

A denunciare la realizzazione di “un progetto a metà, fatto dalla vita in su” è Fabio Redi, professore ordinario di Archeologia medievale all’ateneo del capoluogo, che critica il piano di recupero della basilica, curato da tecnici e ingegneri della Soprintendenza ai Beni Culturali, delle Università dell’Aquila, della Sapienza di Roma, e del Politecnico di Milano.

Un progetto che per Redi, oltre a non aver tenuto conto del recupero dei numerosi affreschi sotterranei e delle falesie riadattate a uso monastico nel 1270, è stato caratterizzato “da una scarsa multidisciplinarità – afferma ad AbruzzoWeb – tagliando fuori numerose professionalità e competenze essenziali per un recupero totale della struttura, come gli archeologi”.

L’archeologia dell’edilizia storica e quella medievale sarebbero state “fondamentali per fornire una diagnosi preventiva al progetto e per un recupero dalla vita in giù – precisa il professore – Eppure non è stato contemplato nessun archeologo, ma solo ingegneri e architetti, anche di fama nazionale e di Università importanti come il Politecnico di Milano e questo non può che dispiacermi”.

Una storia lunga secoli imprigionata sotto la Basilica che vide Pietro dal Morrone nel 1277 di ritorno dal concilio di Lione, soggiornare nel monastero scavato nella roccia, prima di diventare Papa Celestino V.

“Le trasformazioni delle grotte naturali sono molto simili agli eremi della Majella, della Valle dell’Orfento e di quella dell’Orta – prosegue ancora – Sarebbe un grave errore non recuperare l’insediamento monastico, caratterizzato anche da una primitiva cappella, ma anzi, ricostruirci sopra”.

Redi, inoltre, denuncia lo stato di “totale abbandono” in cui versano le cavità e la porta di accesso all’insediamento rupestre che si trova nel chiostro alla destra della Basilica.

“Ci sono buttati oggetti di ogni tipo – accusa – Tavoli, computer abbandonati, sedie e ogni forma di immondizia. Un peccato, davvero. Auspico che chi di competenza possa rimuovere tutta quella roba”.

Il professore, di origini toscane e di adozione aquilana, che ha dedicato anni di studio alla Basilica, ha effettuato alcuni scavi archeologici dietro l’altare maggiore che hanno portato alla luce le varie edificazioni di Collemaggio, cinque in totale, e alla scoperta di tracce di absidi precedenti sotto l’attuale pavimento del coro.

Gli studi di Redi sono stati pubblicati sulla rivista Archeologia medievale e sul suo libro Celestino V e la sua Basilica, ma nel progetto “non si fa cenno al recupero di questi scavi – puntualizza – Non si conosce il loro sviluppo futuro e se sarà possibile renderli accessibli al pubblico”.

“In base alle tracce che abbiamo rinvenuto ci sono altre quattro chiese antecedenti a quella attuale edificate nell’arco di tempo che va dal 1287 al 1350 – prosegue il professore – In meno di un secolo c’è tutta una serie interventi, legati alla vicenda celestiniana, a ripensamenti architettonici e ai terremoti che hanno interessato la città”.

“Le basiliche precendenti erano spostate come asse mediano di circa 7 metri verso l’ospedale psichiatrico – svela il docente – Quella che vediamo oggi è successiva al sisma del 1349. La chiesa che volle innalzare Celestino V nel 1294, invece, è quella riportata alla luce dagli scavi dietro l’altare maggiore della chiesa attuale, costituita da un impianto a croce latina, sul modello di Santa Maria della Vittoria di Scurcola Marsicana, fatta costruire da Carlo I D’Angiò”.

“Tra l’edificio di Celestino V e quello di oggi ce ne sono altri tre, perché altri terremoti li hanno quasi distrutti – conclude – Uno con una grande abside semicircolare, e gli altri con 5 absidi pentagonali, analoghe alle chiese di San Domenico e Santa Giusta”.