L’AQUILA – Un cittadino della valle Subequana e della media valle dell’Aterno in provincia dell’Aquila, da questa estate, solo per poter ritirare soldi da un bancomat, dovrà percorrere in auto anche 30 chilometri e questo dopo che  ha chiuso la storica e baricentrica filiale di Castelvecchio Subequo.

Un esempio tra i tanti in Abruzzo, dove la desertificazione delle aree interne assume anche la forma di un gap nell’accesso ai servizi bancari, anche banalmente per ritirare il contante, attività fondamentale non solo per i residenti, ma anche per i turisti, che pure sono in sensibile aumento.

Del resto  la metà dei Comuni abruzzesi, per la precisione 173, sono privi sul proprio territorio di sportelli bancari. Si tratta complessivamente di 140.723 cittadini della regione, il 12,6% del totale, un numero altissimo anche nella media nazionale.

A fotografare questa evidente discriminazione, in Abruzzo e in Italia, almeno quella delle aree interne, è ora la Fabi, la Federazione autonoma bancari. In un recente studio risulta 4 milioni di cittadini, pari al 7 per cento del totale, non hanno più una filiale di banca a loro disposizione per chiedere una consulenza su un mutuo o per poter aprire un conto corrente. Nel giro di 10 anni in Italia sono evaporati 11 mila filiali, e 3.062 Comuni, quasi il 40%, non ne ha nemmeno una.

Contro la chiusura degli sportelli, in particolare ben 15 in Abruzzo paventati dalla Bper, si era mobilitata ai inizio anno la politica regionale, con il presidente Marco Marsilio che ha anche inviato una lettera all’amministratore delegato e direttore generale della banca, Piero Luigi Montani. Recentemente è intervenuto il segretario regionale del Pd, Michele Fina, al fianco del sindaco di Crognaleto (Teramo), Orlando Persia, nella sua battaglia per ottenere da Poste Italiane per l’installazione di uno sportello Atm.

“Il ruolo sociale che le banche stanno perdendo, anche attraverso un progressivo disimpegno sui territori, con chiusure indiscriminate e inaccettabili di agenzie bancarie – ammonisce il segretario generale di Fabi, Lando Maria Sileoni – è un argomento che non può essere sottovaluto dai partiti politici e non può reggere la giustificazione che, essendo le banche aziende private, sono in qualche modo legittimate a fare ciò che vogliono”.

Ma la situazione anche in questo caso non è omogenea: quella che presenta una minore presenza di banche, in termini percentuali, è la Calabria col 28,8% dei cittadini residenti in territori non coperti da agenzie bancarie. Poi, a seguire: Piemonte (13,8%) e appunto l’Abruzzo (12,6%), che precede la Campania (12,5%).

Fra le regioni più piccole, il record è del Molise con  ben il 37,3% della popolazione senza uno sportello bancario nel loro territorio, seguita dalla Valle D’Aosta (33,4%).

Nelle isole, la desertificazione bancaria interessa il 6,7% della popolazione in Sicilia e il 6,1% in Sardegna. Emilia Romagna e Toscana sono, invece, i territori che presentano il maggior tasso di bancarizzazione del territorio nazionale, favorite da un tessuto di aziende radicato.

Qui la popolazione che risiede in Comuni senza banche, infatti, corrisponde, solo all’1,2% e all’1,5% del totale.

“La progressiva scomparsa delle filiali non sembra giustificata dalla diffusione della banca digitale”, osserva la Fabi. – tenuto anche conto del fatto che gli italiani non amano molto l’home banking e continuano a preferire di gran lunga il tradizionale rapporto fisico con lo sportello. Ma si tratta ormai di un amore non più corrisposto. A colpi di tagli e risparmi”:

Le statistiche dicono infatti che l’Italia è ancora il fanalino di coda di tutta l’area euro, con appena il 45% della popolazione complessiva che preferisce l’e banking ai servizi bancari in filiale, rispetto a una media complessiva del 58%.

Giova ricordare, a questo proposito anche il report di Bankitalia sulla “Localizzazione degli sportelli”, aggiornato al 2021.

Sul fronte degli istituti bancari, si legge nello studio, va anzitutto evidenziato l’ovvio meccanismo che vede concentrarsi la maggiore presenza di banche e di sportelli bancomat nelle aree più industrializzate, produttive e commercialmente vivaci del Paese. Ragione che da sola spiegherebbe la differenza tra nord e sud d’Italia sul fronte del numero di bancomat attivi.

Ma la motivazione dominante è quella di tagliare i costi di tenuta e gestione degli sportelli in costante aumento, parallelamente ad una notevole riduzione del personale e degli operatori di sportello con licenziamenti, esuberi e accorpamenti vari.

A ciò si aggiunga l’elevato costo delle commissioni che oggi mediamente si attesta ad 1 euro per ogni operazione e che può arrivare fino a 3 euro se il prelievo avviene allo sportello di una banca diversa. La chiusura degli sportelli bancomat ha dunque lo scopo di spingere i cittadini ad usare la moneta elettronica e ciò è indispensabile per le banche perché possano proseguire nel piano di riduzione di filiali e contenimento dei relativi costi.

La Cgil a maggio si era mobilitata contro la chiusura degli sportelli, citando lo studio di Bankitalia secondo il quale dei 496 sportelli in Abruzzo nel 2020, ne sono rimasti aperti nel 2021 444, ovvero con una perdita del 10,5%, superiore alla media nazionale de – 7,8% con gli sportelli passati a 23.480 21.650.

La provincia più penalizzata quella di Chieti, con 19 chiusure, pari a -14,4%, mentre la provincia dell’Aquila ha limitato di danni con 6 chiusure, pari al 5,8%.