L’AQUILA – “In apnea. È così che mi sento da quando sono tornata in Romania. Ho scoperto di avere questa cosa, questa… la chiamano ‘sindrome Italia’, Anche io, sì, come tante donne, partite per lavoro e mai davvero tornate. Si insinua ovunque, tra le pieghe della tua vita. E rimane lì, silenziosa. Poi a un certo punto inizi a sentirla, quella sensazione liquida, e da quel momento non puoi fare a meno di sentirtela addosso sempre, nella pelle, dentro le ossa. Fino a sommergerti interamente. E a non lasciarti più. Il dolore taciuto perché mai compreso. Sentirsi estranei, anzi stranieri… Mi sono sempre sentita una straniera in fondo, lì come qui. Straniera di me stessa”.
A portare in scena uno spaccato di vita prossimo, anzi domestico, anche in Abruzzo, è Tiziana Francesca Vaccaro, giovane attrice e autrice catanese, in scena pochi giorni fa al teatro Nobelperlapace di San Demetrio, vicino L’Aquila, con lo spettacolo “Sindrome Italia. O delle vite sospese”, spettacolo declinato anche in una graphic novel, da cui è tratto il testo di attacco.
Un titolo non causale, perché spiega la giovane e talentuosa attrice, la sindrome Italia, è una patologia che ha il rango dell’ufficialità clinica, “una sindrome che colpisce molte colf e badanti che lavorano sostanzialmente H24, fino a pochi anni fa con scarsi o nulle tutele e diritti, pochissimo tempo libero, lontano dai loro affetti. Queste donne cominciano così ad ammalarsi, a soffrire di disturbi psichici, spesso latenti e che non si manifestano subito, durante gli anni di lavoro in Italia, ed esplodono nel momento in cui queste donne fanno ritorno a casa loro, con depressione e in casi estremi con il suicidio”, spiega Vaccaro.
Secondo l’osservatorio nazionale Domina, le collaboratrici domestiche (colf) e assistenti familiari (badanti), in Italia erano nel 2020 1.025.835, di cui 14.665 in Abruzzo. Ma dalla ricerca emerge che ci sono poi oltre un milione di irregolari e pagati in nero, sconosciuti dunque all’Inps.
I costi annui per il lavoratore domestico variano dai 2mila euro (5 ore a settimana) ai quasi 15mila per una assistenza di 54 ore con convivenza
Il 40% di badanti e colf arriva dai paesi dell’euro dell’Est, in primis dalla Romania, il 31,7% sono italiane, a seguire Filippine, Sud America e Asia orientale.
Le badanti dell’Est Europa sono dunque una realtà ormai ben radicata nel nostro Paese, a cui molte famiglie affidano la cura degli anziani non autosufficienti, preferendo la soluzione in house rispetto al ricovero in struttura. Con la nascita dei sindacati di settore, sono garanti contratti stabili, diritti, a cominciare da quello alle ferie e riposo, per un giorno o due a settimana. Ma come detto alto è il numero dei lavoratori in nero, e sono talvolta le stesse badanti e colf a chiedere di operare nell’irregolarità per massimizzare i guadagni facendo risparmiare le tasse e i contributi alla famiglia datrice di lavoro.
Emblematico a questo proposito la presa di posizione della Acli colf a dicembre scorso, sull’ipotesi di salario minimo a 9 euro l’ora per le assistenti familiari, di cui si sta discutendo nel Parlamento Europeo, in quanto, “se ci fosse un aumento indiscriminato delle retribuzioni, si finirebbe per alimentare ulteriormente il lavoro nero, con un conseguente aggravio delle condizioni professionali di moltissime colf e badanti”. Per questo motivo le Acli Colf da tempo chiedono politiche di sgravi e di sostegno alle famiglie per contrastare l’illegalità diffusa in un settore strategico come quello domestico e di cura.
“Questo mondo – racconta Vaccaro – l’ho scoperto conoscendo la vicina di casa ucraina, che faceva la badante, ma che che nel suo paese era stata infermiera. Mi ha raccontato molti episodi della sua vita, dei tempi difficili in Ucraina ma anche qui in Italia. Da qui è nata l’idea di dedicare a questo mondo poco conosciuto uno spettacolo teatrale”.
Altro incontro decisivo Vasilica, badante rumena che ha lavorato per anni in Italia, tra Palermo e Milano. E lo spettacolo è in parte essenziale la trasposizione scenica dei suoi racconti sulle anziane che ha dovuto accudire con alterne fortune, sulla mancanza di tempo libero, sui suoi sogni e affettuosi ricordi d’infanzia, sulla profonda sofferenza provocata dalla distanza dai suoi figli. La solitudine spezzata solo dal raggio di sole di una storia d’amore. Infine il trauma del ritorno, cuore della narrazione, dove si affronta di petto la ‘sindrome Italia’.
“Centrale nella esperienza di una badante – spiega l’attrice – è la qualità delle relazioni che si instaurano nella casa dove va ad abitare e lavorare. in alcuni casi buone relazioni, ma altre volte questo non accade, perché vengono respinte dalla persona anziana, considerate estranee, in casi case più gravi maltrattate, come fossero delle serve. Una situazione di disagio che al lungo andare ha effetti pesanti sull’equilibrio della lavoratrice”.
A seguire, lo stesso concetto, la stessa realtà, espressa con la potenza della parola teatrale: “Lavoro da due mesi a casa di una signora anziana. Sto sempre in casa dalla mattina alla sera. Vivo qui. Mi dicono che devo mangiare quello che mangia la signora, che però non mangia niente e io non posso averne di più, solo il suo cibo scotto, senza sale. Non un pezzo di carne, non so neanche più com’è, a volte mangio di nascosto per non farmi vedere dalla signora, praticamente mangio dentro l’armadio, con le porte aperte. Ho sentito delle persone che mangiano sotto le coperte. Tu ti prendi con i tuoi soldi il cibo ma non lo puoi mangiare davanti alla signora, perché la signora si offende”.
Come detto sopra, negli ultimi anni le condizioni di lavoro sono sensibilmente migliorate con l’estensione di contratti di categoria che garantiscono orari di lavoro e adeguato tempo libero. Ma appunto c’è un mondo sommerso dove vige ancora la prestazione h24, che se prolungato per anni non può non lasciare cicatrici interiori.
“Sono tante ancora le badanti che vivono e lavorano dentro la stessa casa senza davvero staccare la spina, visto che anche nel giorno libero, non avendo altri posti dove stare”, conferma Vaccaro.
“Con il mio spettacolo suggerisco una riflessione, emersa dei racconti delle stesse badanti e colf con cui ho interagito: quanto vale una vita umana, la vita di una donna, di una madre? Vale la pena perderla sacrificandosi nell’obiettivo di guadagnare più soldi possibili per acquistare una casa, mandare soldi alla famiglia rimasta in patria? Tante donne partono per venire a fare le badanti qui in Italia perché non hanno letteralmente i soldi per mettere sul tavolo qualcosa da mangiare per i loro figli. Come accaduto con la protagonista del mio spettacolo accade però poi che i figli dopo tanti anni di assenza, non ti riconoscono più, tuo marito ha trovato un’altra, Ed è appunto è qui che l’identità di queste donne cade a pezzi: non sei più la madre che eri prima, nè la moglie che eri prima, e non sai più cosa sei, anche nella nuova casa che ti sei costruita con tanti anni di sacrifici”.
Concludendo, Tiziana ritiene che “andrebbe riorganizzato l’intero sistema del lavoro domiciliare. Aiutando economicamente le famiglie, che hanno necessità di garantire una assistenza continuativa ai loro cari, anziani e disabili, e nello stesso tempo rendendo però questo servizio sostenibile, in termini di turni di lavoro, pressione psicologica, diritto ad un proprio spazio, intimità, e privacy. Spero che lo spettacolo contribuisca ad alimentare il dibattito”.
Infine i doverosi ringraziamenti: “Il Nobelperlapace di San Demetrio, Arti e Spettacolo nelle persone di Giancarlo Gentilucci, Tiziana Irti, Daniela Vespa e tutta la loro splendida squadra, per me rappresentano una realtà preziosa di cultura e cura, due termini così necessari oggi per l’essere umano e che non si possono più scindere. La loro dedizione e la loro passione per me sono un esempio vero”.






