CHIETI – “Guarda qua! Cioè dovrebbe stare a 0,0, sta a 1,52!”, la quantità di arsenico sversato nel fiume Pescara. “All’uscita del pretrattamento!”. “…del pretrattamento! E, 1,20 all’uscita nostra! All’uscita al fiume nostro!”.
Come emerge da queste intercettazioni telefoniche, e come rimarcato dal giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Romano Gargarella, nel Consorzio di bonifica Centro di Chieti si scaricava “arsenico nel fiume Pescara superando di 12 volte i limiti imposti dall’Aia”, ovvero l’Autorizzazione integrate ambientale del ministero.
È uno degli aspetti più inquietanti dell’operazione “Carpe diem” disvelata ieri dalla direzione distrettuale antimafia abruzzese e condotta dal Corpo forestale dei comandi provinciali di Chieti e Pescara.
A parlare al telefono sono Andrea De Luca, capo settore Ecologia e ambiente dell’impianto, uno dei 4 arrestati ai domiciliari, e un altro dipendente, non indagato, che gli segnala il clamoroso sforamento dei limiti nel trattare il percolato proveniente dalla discarica “Bulera” di Pomarance (Pisa), di proprietà della Chimica Lardarello.
Il limite di “zero virgola zero”, in realtà 0,1 secondo quanto previsto dall’Aia, è riferito ai milligrammi per litro. I due del Consorzio si confessano candidamente di stare sversando nel fiume a 1,2, appunto 12 volte tanto.
Una “presenza consistente di arsenico” sversato nelle acque del fiume Pescara con la “consapevolezza” da parte dei diversi livelli del Consorzio bonifica centro, rimarca il giudice, ricordando che “l’arsenico è un inquinante molto problematico per le acque, in virtù della sua accertata tossicità, con possibile effetto cancerogeno sull’uomo”.
“Lo stesso De Luca elaborerà uno stratagemma per eludere il controllo dell’Arta”, prosegue il giudice nella sua ordinanza di 160 pagine.
De Luca teme soprattutto l’arrivo dei tecnici dell’Agenzia regionale per la tutela dell’ambiente (Arta), incaricati dei controlli, “perché quelli – spiega al telefono – dicono ‘arsenico’ poi magari esce il ferro, che magari è più dannoso, poi esce l’arsenico. La gente… Questo fa audience!”.
Di qui il trucco: il percolato che verrà conferito all’indomani dovrà essere stoccato in vasca ed evitare il trattamento.
“Chiudi la vasca di equalizzazione, l’uscita, perché quello che scarichiamo domani lo teniamo in vasca! E facciamo andare soolo l’acqua di fogna al depuratore! Va bene?”, conclude De Luca, con i tecnici Arta che misureranno dell’acqua innocua.
I 4 arrestati ai domiciliari nell’ambito dell’indagine sono Roberto Roberti, presidente del Consorzio, Tommaso Valerio, responsabile tecnico dell’impianto, Andrea De Luca, capo settore Ecologia e ambiente dell’impianto e protagonista di quella intercettazione, e Stefano Storto, amministratore del laboratorio di analisi “Dace Dr. Storto”.
Altri 5 indagati sono denunciati a piede libero. Si tratta di Nicola Levorato, amministratore della società Depuracque Srl, Angelo De Cesaris, amministratore della società Angelo De Cesaris Srl, Corrado Sorgentone, autista della stessa società, Fabrizio Mennilli, titolare di una ditta individuale del settore idraulico, e Giustino Angeloni, ingegnere consulente del Consorzio.
Il Consorzio di Bonifica è un ente di diritto pubblico istituito ai sensi dell’articolo 59 del Regio Decreto numero 215 del 13 febbraio 1933, che quando funziona dovrebbe operare nei settori della gestione e della valorizzazione del patrimonio idrico, della difesa idraulica, del risanamento delle acque, e, soprattutto, nel campo della tutela dell’ambiente.
Il Consorzio di bonifica “Centro”, in particolare, è stato costituito con una delibera della Giunta regionale d’Abruzzo numero 801 del 7 aprile 1997.
Per decisione del giudice, il Consorzio ora è stato sequestrato e affidato a un amministratore giudiziario, Andrea Colantonio, a causa del gran numero di attività illecite che si è accertato si svolgessero all’interno che ora dovranno essere corrette per ripristinare la piena e legale funzionalità.
Per questo motivo tra le ipotesi di reato, come spiegato dai sostituti procuratori antimafia David Mancini e Antonietta Picardi, è stata contestata quella di “organizzazione finalizzata al traffico illecito di rifiuti”.
Tra gli illeciti scoperti, lo sversamento di liquami nel fiume Pescara fino a tre volte in più dei livelli consentiti, lo smaltimento di fanghi in impianti a Fermo e Ferrara e, al contrario, la ricezione di rifiuti liquidi da Pisa in violazione alle autorizzazioni.
Segnalata anche la scarsa manutenzione che portava, come spiegato dalla Picardi, a “odori nauseabondi provenienti dalla struttura che sono stati denunciati dai cittadini”.
Il sostituto procuratore antimafia dell’Aquila David Mancini ha rimarcato che “nel Consorzio di bonifica la depurazione di rifiuti liquidi e reflui veniva svolta con modalità sistematicamente illecite: falsificazione di codici di ingresso, ricezione di quantitativi incompatibili rispetto alla capacità, sversamento nel fiume Pescara”.
E questa, secondo il magistrato, è “una delle risposte, ahimè tristemente banali, sui motivi dell’inquinamento del mare e del mancato rispetto dell’ambiente che ci circonda”.






