L’AQUILA – La facciata di palazzo Silone imbrattata da uova e liquami, che sarà ripulita entro il weekend o magari anche stamattina.

Questo l’unico prodotto del corteo di poche centinaia di persone che ha sfilato ieri nella zona Ovest dell’Aquila.

Per quanto possano essere comuni i temi, lavoro, tasse, ricostruzione, eccetera, a bocce ferme appare perfino offensivo paragonare il corteucolo di ieri alle grandi manifestazioni del 2010, da quelle nel capoluogo del 16 giugno e del 20 novembre, con 20 mila persone in strada, fino a quella romana di un anno fa, 7 luglio, quando 5 mila aquilani invasero la “zona rossa” della Capitale al costo di numerose manganellate.

Ieri, anche a prendere per buone le stime più ottimistiche azzardate dagli organizzatori, in strada sarebbero scesi 2 mila aquilani, un decimo. Tutta un’altra musica.

Le motivazioni di un simile crollo sono tante, alcune saltano subito all’occhio. Su tutte, la scarsa pubblicità che ha finito per coinvolgere poco, pochissimo la città. Molti, del corteo, non ne sapevano neppure, o lo hanno saputo pochi giorni prima. Nel 2010 il battage fu a dir poco martellante, dai 6×3 alle conferenze stampa, e in piazza scesero perfino le novantenni.

C’è poi la connotazione prettamente politica che hanno preso queste sfilate, inutile girarci intorno. Alla prima c’erano il presidente della Provincia, che è di centrodestra, e il gonfalone della Regione Abruzzo, pure governata dal centrodestra, e numerosi altri esponenti, sindaci del comprensorio e consiglieri regionali, provinciali e comunali appartenenti a quello schieramento.

Ieri il corteo ha visto la presenza di politici (ma non non doveva essere off limits per loro?) di un solo schieramento, quello di centrosinistra, ed è un dato che va registrato. La manifestazione di piazza ha sfumato il suo carattere di generalità e rischia di diventare la manifestazione di una parte, perdendo inevitabilmente di efficacia.

Ci sono poi i sentimenti degli aquilani, che hanno passato un altro anno sentendo parlare sempre degli stessi temi, senza che nulla o quasi nulla si sia mosso, e forse al movimentismo popolare non ci credono più. “Qualcuno è andato al mare e non me la sento di criticarlo”, ha sospirato uno degli organizzatori.

E allora è allarme. Perché se il popolo delle carriole è morto, se l’assemblea cittadina è diventata un contenitore vuoto, se i comitati dal 3e32 in giù si stanno sfaldando e sono in disaccordo tra loro (momenti di tensione tra diversi esponenti durante il corteo), se l’asilo occupato non si sa da che parte stia e cosa voglia fare per la ricostruzione, se la “Locomotiva” continua a sparare sentenze sui muri senza metterci faccia e nomi, se non ci pensano più gli aquilani all’Aquila, chi ci penserà?

“Ci penseranno le istituzioni, con un grande corteo a Roma in autunno”, hanno ammiccato il sindaco Massimo Cialente e il suo collega di partito Gianni Lolli nel post-manifestazione. Uno scettico “esso quissi” tutto aquilano della gente li accompagnerà.

Ma ora che dal notevole traguardo di una proposta di legge sulla ricostruzione il movimentismo è declinato fino a essere in grado di produrre la miseria di un lancio di uova da parte di quattro gatti, il ritorno degli Enti locali a un ruolo incisivo è non solo auspicabile, ma addirittura doveroso. Anche perché nel 2012 si vota.

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Senza lavoro senza case L’Aquila non rinasce

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