L’AQUILA – L’associazione “Salviamo Paganica” esprime perplessità in merito alla realizzazione della centrale a biomasse, che dovrebbe essere localizzata nel nucleo industriale di Bazzano-Paganica, nelle vicinanze di Monticchio (L’Aquila).
Nel corso del consiglio di Circoscrizione di lunedì 4 ottobre, al quale sono intervenuti anche l’assessore all’Ambiente del Comune dell’Aquila Alfredo Moroni, i consiglieri della Circoscrizione di Monticchio, e il professor Michele Anatone dell’Università dell’Aquila, l’associazione ha espresso dubbi sia di carattere economico e ambientale.
“Stando ai dati a nostra disposizione – si legge in una nota dell’associazione – non si ravvisano grandi vantaggi per la popolazione, a parte qualche posto di lavoro, dato che la centrale riuscirebbe a produrre energia elettrica per soli 5.5 megaWatt di potenza, a fronte di un enorme utilizzo di territorio, almeno 700 ettari per la produzione del legname da bruciare nella centrale”.
“Si avrebbe bisogno – spiegano – di circa 2.000 quintali di materiale al giorno da bruciare, di cui attualmente il nostro territorio non dispone, e che quindi dovrà essere prodotto da zero”.
A queste problematiche si aggiungono, secondo l’associazione, altre motivazioni che alimentano le perplessità nei confronti del progetto, soprattutto riguardo la natura del materiale che si andrebbe a bruciare in quello che “Salviamo Paganica” definisce un “vero e proprio inceneritore”.
“Nel decreto attuativo – spiega il comunicato – è riportata la lista dei rifiuti e dei combustibili derivati dai rifiuti ammessi a beneficiare del regime giuridico riservato alle fonti rinnovabili. Tra gli altri sono presenti anche rifiuti della lavorazione del legno e delle pelli, rifiuti degli imballaggi, residui della depurazione delle acque reflue, e anche la parte biodegradabile dei rifiuti solidi urbani non differenziati. Possono essere considerati biomassa anche alcuni dei materiali sopraindicati contenenti sostanze pericolose, non ben specificate”.
IL NO ANCHE PER UN PRECEDENTE NEGATIVO
L’AQUILA – Continuano le polemiche sulla centrale a biomasse che dovrà essere costruita a Monticchio (L’Aquila).
Ora spunta anche un precedente storico: una centrale, dello stesso tipo di quella che dovrà essere realizzata dalla Ma&d Power Engineering Spa, è stata chiusa lo scorso luglio a Casalnuovo, in provincia di Napoli, perché fortemente inquinante.
A segnalare il caso di questo impianto, Isaia Bonanni, che si definisce “un semplice cittadino aquilano che tiene alla salute dei propri figli”.
“Non si può costruire un impianto del genere – afferma – a pochi passi dai centri abitati di Monticchio, Bazzano e Paganica, soprattutto dopo quello che è successo a Casalnuovo”.
Nonostante il parere negativo da parte della Asl locale, nel 2006 la centrale di Casalnuovo ha l’approvazione della Giunta regionale della Campania e nel 2009 è entrata in funzione.
L’attività dell’impianto, posizionato a ridosso del centro abitato, ha iniziato a insospettire gli abitanti di Casalnuovo, che lamentavano un olezzo insopportabile proveniente dalla zona della centrale. Il sospetto era che nell’impianto non si bruciasse solo legno vergine, ma anche altri tipi di rifiuti.
Le lamentele dei cittadini e l’aumento di malattie respiratorie e tumori verificatosi tra i residenti avevano spinto lo scorso giugno il sindaco di Casalnuovo, Antonio Peluso, a richiedere una perizia tecnica sull’impianto.
Nello studio, condotto dall’ingegner Vincenzo Caprioli, si evidenzia la pericolosità dell’impianto: “la concentrazione di polveri sottili e nano particelle sprigionate nell’aria – si legge nel documento – dannosissime per la salute umana, animale e vegetale, aumenterebbe a dismisura intorno all’impianto”.
Nelle conclusioni, l’ingegnere sarcasticamente afferma che “l’autorizzazione regionale avrebbe ragion d’essere in pieno deserto lontana centinaia di chilometri dalla prima tenda di beduini”.
Letta questa analisi, il Comune di Castelnuovo ha convocato un Consiglio comunale monotematico sulle problematiche ambientali del territorio, e ha ordinato lo spegnimento dell’inceneritore.
A nulla è servito il ricorso fatto dalla società che gestiva l’impianto. Il Tar lo ha respinto “vista l’ampia motivazione del provvedimento impugnato che descrive una situazione allarmante”.
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