L’AQUILA – “A distanza di un po’ di tempo, non sono tanto le ferite che mi fanno male, ma il ‘romanzo’ che è stato inventato in città su questa vicenda. L’Aquila è peggiorata. E purtroppo sono peggiorati anche gli aquilani”.

Carlo Cafaggi è in piedi.

Una forza tutta aquilana la sua, la forza che letteralmente ti costringe a respingere il dolore, a prenderlo di petto dopo che te ne ha fatte e te ne hanno fatte di tutti i colori.

Il 18 settembre scorso, Cafaggi, conosciuto e stimato geometra del Comune dell’Aquila, subisce una rapina con annesso pestaggio nella sua abitazione in periferia.

La moglie e i due figli adolescenti vengono legati, le bocche incerottate, mentre tre uomini incappucciati più uno a volto scoperto, tutti con l’accento straniero, a costringerlo a suon di botte a rivelare il luogo di una cassaforte che però non c’era, “non c’è mai stata”.

Però il fisico, tosto, lo aiuta, lo salva, nel momento più drammatico della sua vita, arrivando a stupire il medico che aveva temuto il peggio, tanto era malridotto Cafaggi. La notizia della rapina con pestaggio fa inorridire l’intera città, abituata prima del sisma del 2009 a qualche bagattella.

Ma oggi è tutto diverso, oggi questa città è pericolosa. Ed è una situazione figlia degli effetti del sisma, non ci sentiamo più sicuri e non siamo abituati a certe cose. E reagiamo in modo scomposto, staccandoci da quel senso di vera appartenenza a una città stupenda e a misura d’uomo che purtroppo non c’è più”.

Intanto, si sta riprendendo oppure no?

Fisicamente mi sento molto bene, chiaramente questa è un’esperienza che ti forma, ti indurisce, ti rafforza, ma ti addolora anche. In certi momenti perdo sicurezza, ho paura, specie la sera col buio, quando immagino che ci sia qualcuno nascosto dietro un albero, o dentro casa quando rientro. Mai pensato che nella vita qualcuno ti potesse pedinare, controllare e arrivare a picchiarti selvaggiamente in casa, davanti a tua moglie e ai tuoi figli. Questo è un reato compiuto alla perfezione, eravamo tutti dentro, tutti nello stesso ambiente, credo siano colpi che questi banditi compiano così, con estrema violenza, per puntare a far parlare subito chi secondo loro nasconde i soldi in casa. Ecco, quei momenti li rivivo la sera, perché quando è accaduto tutto, era sera. Di giorno è diverso, c’è la luce. Quello della sera, invece, è un mondo a parte.

I suoi figli come stanno a distanza di poco più di due mesi?

Loro hanno assistito a tutto, purtroppo. Hanno visto il sangue sui muri, sulle tende. Mi hanno visto ridotto malissimo e non potevano farci niente, loro che ti accudiscono pure per una storta. Eppure, forse grazie al mio carattere forte, gli sto dando sicurezza anche quando non ne ho. Ed è normale che sia così, sono i miei figli, devono continuare a crescere più forti e consapevoli di esserlo.

E sua moglie?

Donna straordinaria. Non abbiamo abbassato la guardia, è così che si fa, del resto nella vita non esiste un pulsante da schiacciare per resettare ogni cosa che ci ha fatto male, dunque l’unico modo per resistere e riemergere dal buio è affrontare il dolore guardandolo negli occhi, con paura ma anche coi muscoli che abbiamo e che dobbiamo tirare fuori volenti o nolenti. Sa, io ho perduto mia madre quando avevo 28 anni e lei 56, un tumore me l’ha portata via e così sono cresciuto di colpo, perché lì o cresci, oppure finisci all’inferno. E per crescere, devi rifare faccia al dolore, non devi scappare o cercare vie più facili per arginarlo. Ho 51 anni e ho paura del buio, ma ci vado dentro lo stesso. Dentro, in fondo al buio.

Eppure, c’è qualcosa in tutta questa storia che le ‘regala’ un male particolare.

Il non aver ricevuto la solidarietà che mi aspettavo e che, me lo conceda, meritavo, visto che nella vita e nel lavoro mi sono sempre comportato egregiamente. In pochi mi sono stati accanto nel momento più devastante, gli altri hanno tirato fuori elle bugie, hanno speculato, costruendo un romanzo, su un pestaggio terribile disegnandomi come uno che aveva degli scheletri nell’armadio. Sentir parlare di regolamento di conti, o di vendetta per qualche favore negato nell’ambito lavorativo, mi ha ferito. Tanto. Chi mi conosce davvero sa che sono immacolato, che in 24 anni al Comune dell’Aquila non sono mai stato coinvolto in nessuna vicenda. C’è gente che io avevo nel cuore e che oggi non considero più. Per fortuna, qualche amico vero è rimasto, per non parlare dei parenti. Mia sorella e mio fratello mi sono molto vicini.

Per lei, questo cosa vuol dire?

Vuol dire che L’Aquila è cambiata in peggio. Gli aquilani stanno cambiando testa, vedono il male ovunque. E dal punto di vista psicologico per me è diventato difficile credere alla buona fede di qualcuno che mi dà una pacca sulla spalla al bar, o per la strada. Sono convinto che questo cambiamento così grande sia figlio del terremoto, come sono convinto che il la rapina che ho subito sia qualcosa che riguarda la nuova versione dell’Aquila, una versione brutta, incerta. E con un futuro non bello davanti.

Pensa, oppure ha pensato, di andare via?

Sì. E vale anche per i miei figli, che andranno via una volta cresciuti. Hanno 14 e 12 anni, tra un po’ saranno in grado di lasciare una città che non è quella che immaginavo per loro. Anche perché, da quel 18 di settembre sono i miei figli a dirmi che non vogliono più vivere qui. Hanno la cittadinanza americana, mia moglie è del New Jersey, la useranno com’è giusto che sia. Nel mondo, certi crimini, certi reati, vengono commessi in posti difficili, come il Bronx. Non su una strada della periferia aquilana. I figli fino al 18 di settembre non mi hanno mai chiesto di andar via, oggi lo fanno sempre. Non vogliono più stare all’Aquila.

A scuola come vanno le cose? Ci sono stati contraccolpi?

No, nessun contraccolpo, anzi, hanno continuato a comportarsi bene e hanno ricevuto una bella solidarietà. Però il loro futuro è lontano dall’Aquila. E forse, lo stesso sarà per me e per mia moglie. Era una città meravigliosa, era bello viverci. Ora non più.