L’AQUILA – Sono pericolosi i puntellamenti del centro storico dell’Aquila, tirati su nell’immediato post-sisma con 225 milioni di euro.
Altro che paura di nuovi terremoti! Il cuore della città è stato chiuso in grande ritardo perché i puntelli, che hanno quasi quattro anni, sono una bomba a orologeria rimasta innescata per mesi sopra le teste delle migliaia di persone che nei weekend frequentavano il centro.
È quello che emerge da una relazione interna del Comune dell’Aquila sullo stato delle opere di messa in sicurezza di cui AbruzzoWeb è entrato in possesso.
Il rapporto, datato 14 settembre, è redatto dal Dipartimento per la ricostruzione – settore emergenza sisma e ricostruzione privata, e conferma un quadro drammatico.
Di fronte a questo scenario allarmante, per due mesi il Comune ha tergiversato, il centro è stato chiuso solo quando il rischio è diventato inaccettabile: come dire che il passato ha insegnato appena appena più di niente.
Dalla relazione emergono risultanze molto simili a quelle contenute nella lettera scritta lo scorso febbraio dal comandante provinciale dei Vigili del fuoco del capoluogo, Vincenzo Ciani, e che pure questo giornale aveva anticipato.
L’assessore alle Opere provvisionali Pietro Di Stefano parlò di studio vecchio e replicò che era tutto a posto, ma questo nuovo parla chiaro.
Per troppo tempo si è confidato sulla tenuta di opere che, si sottolinea, sono “presìdi provvisori” che tre anni e mezzo fa dovevano servire solo a “ottenere temporaneamente la messa in sicurezza degli organismi edilizi”, non a cristallizzare la situazione in attesa della ricostruzione.
Si è tirata troppo la corda e ora il bivio era ineluttabile, spendere quattrini per la manutenzione straordinaria oppure chiudere il centro.
Si è scelta la soluzione più economica e rapida, ma la meno popolare, pensando alle proteste degli esercenti e degli aquilani.
Il rapporto è diviso in cinque parti, una premessa, le finalità, le procedure adottate, le tecnologie d’intervento e la parte più interessante, quella già sulle criticità.
Il presupposto delle opere di messa in sicurezza e degli interventi d’emergenza, viene spiegato, era “rimuovere le situazioni di pericolo per la pubblica incolumità”.
Gli scopi principali, “rendere percorribili le strade” e poi “la riapertura delle attività commerciali negli edifici meno compromessi del sisma”.
Viene riconosciuta anche l’oggettiva difficoltà delle condizioni di lavoro: la “costituzione ex novo di metodi e procedure quotidianamente soggette a verifiche e aggiornamenti” nonché “l’impossibilità di rilevare l’effettiva esistenza di dissesti strutturali pericolosi, rilevabili solo da un’ispezione completa dello stabile effettuata di fatto solo durante la realizzazione delle opere provvisionali”.
Viene fuori anche la stima precisa degli investimenti: 219.727.117 milioni già esecutivi, 4.965.801 milioni in corso di istruttoria.
Quanto alle tecnologie, per gli immobili in muratura, “più vulnerabili ai danni derivanti dal sisma”, si sono utilizzate “gabbie metalliche che circondano gli edifici dall’esterno alle quali sono state applicate tirantature”. Per il cemento armato, “irrigidimento dei telai danneggiati mediante puntellature verticali o controventature”.
La sezione delle criticità è quella conclusiva e preponderante. I tecnici sottolineano che “per quanto ben progettate e realizzate”, le opere provvisionali “non avranno efficacia illimitata nel tempo”, le stesse parole del comandante Ciani.
Inoltre, “la continuità del loro funzionamento sarà necessariamente legata a interventi costanti di manutenzione”, si ammonisce, ma naturalmente fin qui non c’era stato nulla.
E la situazione appare chiara in tutta la sua gravità: “A oggi si riscontra nella pressoché totalità dei casi una progressiva evoluzione del fenomeno di dissesto strutturale con conseguenti condizioni di instabilità”, insomma, ragazzi, ballano.
A causare l’allentamento della messa in sicurezza, “continue variazioni degli stati tensionali e deformativi” ma anche “umidità da infiltrazione” e perfino le “oscillazioni e vibrazioni prodotto dal passaggio dei mezzi”.
Cosa fare? La documentazione lo dice: “un’idonea campagna diagnostica che confermi la coerenza” e la “sussistenza dei requisiti di sicurezza”, e poi “interventi di manutenzione straordinaria o integrazioni”.
Alla fine il Comune ce l’ha fatta. Peccato da allora che siano passati due mesi.



