L’AQUILA – “Prima di un’emorragia cerebrale ci sono dei sintomi ben precisi, che se riconosciuti per tempo possono permettere di salvare la vita dell’individuo colpito. I preavvisi possono essere vomito, giramenti e forti dolori di testa”.
Il dottor Raffaele Luise, elettrofisiologo dell’ospedale dell’Aquila, spiega ad AbruzzoWeb che la morte di giovani individui sani, nella maggior parte dei casi, “può essere prevista ed evitata” perché, secondo il medico, “i problemi di salute sono un po’ sottostimati”.
Sempre più spesso si sente parlare di giovani viste spezzate a causa di morti “improvvise”, l’ultimo caso, in ordine cronologico è quello di Andrea Poli, lo studente di 25 anni originario di Ascoli Piceno, morto in un pub dell’Aquila. Sin dai primi momenti della tragedia si è parlato di emorragia cerebrale, e anche dai racconti di Sara, l’amica che si trovava con lui, il giovane accusava da giorni forti giramenti di testa e un forte dolore.
Ma come già detto, questo è solo l’ultimo evento, un caso eclatante è quello del calciatore Piermario Morosini, morto il 14 aprile dell’anno scorso nel corso della partita di calcio Pescara-Livorno, dove è crollato a terra sul campo da gioco tra la disperazione dei compagni.
L’autopsia del 2 luglio ha confermato l’ipotesi iniziale, quella di una malattia rara, la cardiomiopatia aritmogena che si è rivelata letale.
“Quando una persona teme un problema cardiaco, noi lo sottoponiamo a tutti i controlli del caso e l’impressione che abbiamo è che, dopo aver fatto una diagnosi, il paziente tenda a trascurare la disfunzione e a cercare medici che lo rassicurino. Il tutto per evitare interventi o cure che potrebbero essere essenziali”.
“Nel caso specifico di Morosini – per esempio – la situazione è chiara: si trattava di una malattia ereditaria, è stato molto utile scoprirla ma non sufficiente. In altri casi, invece, si potrebbero seguire terapie ideone”.
Secondo Luise, le patologie ereditarie hanno spesso valutazione complessa “perché si tratta di malattie poligeniche e le cause, di solito, sono ancora poco chiare, ma nei soggetti sani i motivi dei decessi di solito sono imputabili ad anomalie elettriche del cuore”.
“In un buon 50 per cento dei casi ci dovrebbe essere la diagnosi, ma prima dobbiamo fare tutti gli accertamenti e, se possibile, proporre delle cure – continua Luise – A oggi non è ancora pensabile fare esami genetici perché generalmente, dal punto di vista clinico-diagnostio, i geni che caratterizzano la patologia sono molti e non esiste un algoritmo in grado di analizzarne insieme un numero molto elevato”.
Ma per chi volesse approfondire problemi cardiaci negli individui giovani, “in tutta la regione, solo all’Aquila si può eseguire la risonanza magnetica nucleare del cuore, che permette di verificare se ci sono anomalie strutturali”.
In questo modo si capisce se il soggetto è candidato a un’aritmia cardiaca pericolosa e allora, con l’impianto di un defibrillatore, è possibile salvare la vita.




