L’AQUILA – “Se parliamo di solitudine e assistenza, la comunità aquilana ha subìto danni pesantissimi”.

Non si dà pace Giustino Masciocco, ex assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune dell’Aquila e consigliere nelle file di Sinistra ecologia libertà (Sel), dimissionario nel giugno di un anno fa a causa dell’inefficacia delle cure per la gravissima crisi che ha investito il già debole tessuto sociale del capoluogo, bastonato definitivamente dal sisma del 2009.

“Da due anni in questa città ci sono ancora persone senza una casa – ruggisce Masciocco – senza lavoro e completamente fuori dai requisiti minimi per l’assistenza. Si è preferito lasciar correre troppe situazioni, in troppi hanno concetrato i propri sforzi sugli affari della ricostruzione, come se questa fosse l’unica cosa importante per L’Aquila”.

Inutile negarlo, in città la situazione è letteralmente esplosa e i disagi, tanti e di diversa natura, fuoriescono fragorosamente dal dimenticatoio in cui si è inutilmente cercato di ficcarli per miopia politica e, in alcuni casi, disinteresse.

Io credo che all’interno del Comune dell’Aquila, e in particolare alle Politiche sociali, ci siano tecnici eccellenti, ma sono rimasti vittime di chi impone la filosofia del business oggi imperante all’Aquila, per cui non possono lavorare come saprebbero e come vorrebbero fare. Il sociale, bisogna ricordarlo, è quasi sempre considerato solo per gli introiti che può garantire.

A chi dare la colpa per un quadro desolante che ha assorbito il capoluogo, non certo un’isola felice prima del 6 aprile, ma con tutte le carte in regola per reagire alla crisi che l’aveva quasi messa al tappeto?

Le colpe sono da dividere ma è per me evidente l’assenza della Regione Abruzzo, la cui struttura commissariale si ostina a ignorare le necessità degli aquilani nei periodi più complessi rispetto all’emergenza, più lenti e senza l’arma della reazione immediata che produce un sisma così devastante. Non ci si può stupire della “bomba” esplosa in questi ultimi giorni, i casi seguiti dal comune dell’Aquila in tempi ‘migliori’ erano già tantissimi. Vedo Stefania Pezzopane molto impegnata, sono consapevole di quali difficoltà incontra, nel cercare di portare a casa il possibile”.

Eppure, alcune possibilità concrete di alleggerire, per quanto possibile, il peso della crisi economica nel cratere ci sono e sono finite pure sul piatto.

Si potrebbero spendere 250 mila euro l’anno in affitti per tre anni, come previsto da un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri in base alla legge numero 77 sui finanziamenti agevolati garantiti dallo Stato. Quei soldi sono ancora fermi. Senza considerare che nel 2010 il comune deliberò un percorso di tipo sociale in cui c’erano tutte le associazioni e i sindacati, come Caritas, Curia, Cgil, Cisl e Uil, Csv, Acli, Arci, ex Onpi. Ci furono tre riunioni, il sindaco pensò bene di non legittimare quel tavolo.

Nei sei mesi in cui ho fatto l’assessore, ho sbattuto i pugni sul tavolo e litigato con il commissario-sindaco, perché era lui che firmava i carteggi del governo, ma ho capito di non poter essere d’aiuto ai cittadini. Così, anziché approfittare della situazione per rifarmi una carriera in una nuova stagione politica, ho detto basta. Io non campo sulle disgrazie di un capoluogo e di chi ci vive. All’Aquila le scelte importanti si fanno in altri luoghi e il sindaco Massimo Cialente di ciò non ha mai detto nulla

Capitolo Sge. Sulla struttura per la gestione dell’emergenza, dopo la defenestrazione, anche se ufficialmente si è trattato di trasferimento ad altro incarico, della dottoressa Paola Giuliani, al centro di diverse polemiche per aver scelto la via dell’applicazione dura e senza storia delle regole, provocando la rabbia degli aquilani, lei ha una sua idea.

Credo sia comprensibilissima l’applicazione della legge, ci mancherebbe altro. Il problema sta però nella considerazione dei singoli casi. Se da un lato una legge parla chiaro, dall’altro esistono situazioni da valutare singolarmente. Si dovrebbe lavorare così tutti i livelli, valutando persone e famiglie e regolarsi sul modo di applicare una norma che non escluda, ma che sia invece uno strumento da utilizzare nella risoluzione dei problemi. E se per un caso umano dovesse servire uno strappo alla regola, è giusto farlo.

Allargando il campo, è nota l’insofferenza di tante persone abruzzesi nei confronti della tragedia dell’Aquila. Più di una volta, ad esempio, si è fatto riferimento alla “iattura” firmata dal sisma che avrebbe messo a rischio l’economia turistica della nostra regione.

Vedremo se quest’anno gli albergatori incasseranno le cifre riscosse grazie agli sfollati aquilani.

E sui paragoni con altri terremoti, dal Friuli alle Marche?

Il nostro è completamente diverso per natura e tessuto economico. Il pil della Regione Abruzzo parla chiaro, non è certo all’altezza di altri, eppure, se domani mattina arrivassero vagoni di soldi, non si saprebbe come spenderli. Gli stanziamenti esistono, la legge 77 parla di copertura fino al 2032. Mancano i progetti, non i quattrini.

Intanto, all’Aquila inizia a farsi largo l’intolleranza nei confronti delle altre etnìe. Cambiando improvvisamente volto e vocazione, il capoluogo ha dovuto assorbire nel giro di pochissimo un fenomeno, quello dell’integrazione, che richiede tempo e opportunità, due “valori” dai connotati del tutto particolari, perché particolare è la nuova realtà aquilana. Dal disagio ‘limitato’ si è passati al coltello facile e alla violenza prodotta dalle macerie, dal lavoro che anziché arrivare latita, dal tunnel ancora buio e lungo da attraversare, fra celebrazioni retoriche e lavori ben fatti che però non possono essere considerati appieno, vista l’onda lunga del disastro a ricordarci quanto sarà dura risorgere.

Primo: è bene che i cittadini stranieri siano regolari. Poi, la struttura di piazza San Bernardino gestita da Maurizio Ardingo può essere utilizzata anche nel settore della sicurezza sociale. Coloro che lavorano con gli indennizzi, inoltre, dovrebbero obbligare alla registrazione i dipendenti. Questo permetterebbe alle forze dell’ordine, in sofferenza per i tagli, uno screening ottimale del territorio. Lasciar correre pure questo capitolo ingrandirà il problema, ecco perché servono strutture per avere il controllo della situazione. Se permettiamo pure lo sfruttamento dei lavoratori e facciamo in modo di dare a qualcuno e togliere ad altri, la tensione sociale non può fare altro che salire. Chiediamoci perché gli aquilani sono in cassa integrazione e gli stranieri no, senza mettere in mezzo teoremi pericolosi come l’odio razziale che nulla hanno a che fare con il mio pensiero. Io mi chiedo semplicemente a chi giova tutto questo.

Come se ne esce? Si sa ormai che L’Aquila ha due vie davanti a sé: rinascita, oppure oblìo. Tanti, tantissimi i settori da risollevare, con la scure della crisi mondiale, troppo spesso usata come ottima scusa per non fronteggiarne gli effetti, sempre pronta a fare il proprio infame dovere.

Il sociale è per me la prima pagina da riscrivere, senza non c’è ricostruzione pesante che tenga. Potrei elencare fino a domani mattina i capitoli impellenti. Prendiamone uno a caso: il piano regolatore. Non si affronta, non ne vogliono sapere.

Cosa mancherebbe per attuarlo?

Nulla. Assolutamente nulla. Esistono gli studi di microzonazione, esistono 4.500 manufatti temporanei fatti con le ordinanze del Comune, insomma, si può intervenire concretamente sul territorio, ma la verità è che la rendita fondiaria fa girare l’econonomia, gli interessi sono esagerati e pressanti ed è impossibile essere liberi di testa. Guardate le varianti al piano regolatore e capite come queste facciano comodo a tutti e vengano sfruttate come mezzo di “confronto”, chiamiamolo così.

Giriamo sempre intorno allo stesso discorso.

Ma le soluzioni le abbiamo. Un amico, tempo fa, mi ha suggerito una via d’uscita. Il  gettito fiscale nel Comune dell’Aquila è di circa 5-600 milioni di euro di tasse l’anno. Basterebbe che ce le rigirassero a mo’ di finanziamento. Ce li rigirano, in tal modo avremmo 600 milioni di euro da spendere nel momento in cui serviranno. Qualcuno si prenderà la briga di valutare una proposta di questo genere?

Nessuno sa quando la città verrà restituita per intero alla comunità aquilana. Non siamo pochi a pensare di non vederla più come l’abbiamo conosciuta e amata. Lei, da aquilano, come si confronta con uno dei crucci peggiori che abbiamo sul groppone?

Gli aquilani pretendono di rientrare legittimamente nelle loro case e di riprendersi la normalità. Ci vorrà tempo, quindi facciamo attenzione a due aspetti: sociale ed esodo. Se non c’è stato negli ultimi due anni, non è detto che un esodo da sfinimento non ci sarà mai. Vivere in 30 metri quadrati per sempre è impossibile, il punto di rottura prima o poi arriva. Allora, interveniamo con forza sul sociale, rimettiamolo in carreggiata per evitare altri disastri di natura psicologica e morale.

E con la città incerottata come la mettiamo? Ha visto quanta gente è tornata a viverla, pur con le ferite ancora lì?

Va ridato un pezzo di città alla volta. A cosa serve riaprire i portici e permettere che la gente passeggi in una zona del genere? I pezzi dell’Aquila vanno sì restituiti, ma non in questo stato.

Provi a immaginarla tra dieci anni.

Mi auguro di poterla vivere da pensionato. Anche a piccoli pezzi. Rimessi a nuovo, però. Io, come tutti gli aquilani, sono stanco dell’etichetta di terremotato.