L’AQUILA – Se ne stanno sdraiati tranquilli su uno dei pochi fazzoletti d’erba rimasti liberi, a un tiro di schioppo dalla redazione di AbruzzoWeb.
Intorno solo industrie e altri fabbricati, brutti scatoloni sparsi qua e là dove si lavora e dove sono già arrivati i ceffoni della crisi.
Una mamma pastore-abruzzese riposa su quel riquadro verde insieme ai suoi tre cuccioli. Hanno già lo sguardo sveglio, quelli lì.
La grossa ma agile genitrice non fa una piega, li tiene stretti a sé sotto i lampioni dall’ombra longilinea e guai a chi li tocca. Ti sduadra, capisce che non hai intenzioni cattive. Non ha nemmeno bisogno di alzarsi sulle zampe per mettersi in guardia, non ritiene necessario abbaiare per scacciare via il malintenzionato di turno.
I suoi tre batuffoli bianchi osservano la scena, nulla più. Anche loro cercano un riparo.
Lo meritano, ma sono nati randagi e forse non ci vorrà molto prima che finiscano a prendersela con le ruote delle automobili, fradici di pioggia, col pelo piangente e annerito dalle sozzure di noi umani.
Questa è la periferia: prima anima, poi zona di cemento ovunque e di degrado se le cose non funzionano.
La periferia del mondo, dell’Aquila come di una qualsiasi altra parte della Terra.
Il “rain dog” è nel suo universo, è il simbolo zigano di una solitudine che colpisce il fisico e lo spirito con una sola pallottola. Se la caveranno, chissà. Per adesso, li costringiamo a colpi di clacson e di graziosi improperi a spostarsi a distanza di sicurezza dalle auto in corsa.
Si godono sornioni la buona temperatura notturna di agosto, in attesa che qualcuno specializzato li aiuti, sul serio, a passare l’inverno senza che questo li sfinisca. (r.s.)




